giovedì 31 gennaio 2008

martedì 29 gennaio 2008

Non ho tempo

È la frase che sento sempre più sia dentro che fuori le aziende, anche dai bambini oberati da impegni scolastici e sportivi. Il tempo è un lusso: pochi sanno sfruttarlo, meno ancora goderlo, quasi nessuno viverlo con gioia come un grande dono.

Personalmente ho imparato dai monaci benedettini il valore del tempo e nei loro monasteri a gestirlo; con Abbey Programme® tutti possono sperimentare una nuova dimensione del tempo e chi ha provato ne ha sentito i benefici.

Ho sulla mia scrivania una breve poesia di Tagore che mi è stata regalata.
Spero possa essere illuminante come lo è stata per me.

La farfalla
non conta gli anni,
ma gli istanti:
per questo
il suo breve tempo
le basta.

domenica 27 gennaio 2008

Samsara: il cerchio della vita

“È più importante inseguire mille desideri o soddisfarne uno solo?” E’ quello che si chiede il monaco buddista Tashi, protagonista di questo curioso film.
Sono convinto che ognuno di noi, quando si tratta di scelte di vita importanti, si è posto questa domanda chiave almeno una volta.

Ma la vita è densa di sorprese e mentre noi cerchiamo risposte tra desideri e angosce, questa “accade” e ci trova impreparati. Abbiamo programmato tutto nel nostro cervello sin da bambini. “Cosa farai da grande?” ci chiedono i genitori, “Chi voglio veramente essere?” ci si chiede da adulti. E mentre tentiamo di capire la risposta, il tempo, inesorabile, ci impone delle scelte facendoci crescere dentro e fuori.

La strada che cerchiamo o “subiamo” orienta le nostre scelte indicandoci una via personale e professionale densa di possibilità. Poi, quando ci fermiamo, scopriamo o di essere quello che volevamo, oppure di essere una persona totalmente diversa perché le possibilità che abbiamo colto non sono quelle che avevamo programmato.

Resta solo una certezza che in questo “Samsara”, in questa strada che seguiamo per avere la “conoscenza” del mondo, possiamo scegliere di essere felici o infelici. Come? Soddisfacendo il desiderio più grande: imparare sempre ad essere noi stessi.

giovedì 24 gennaio 2008

martedì 22 gennaio 2008

La forza delle virtù

Oggi tramite questo post voglio rispondere indirettamente a Pier Luigi Celli , direttore generale della Luiss, in seguito a un suo articolo “Deboli virtù, ma strumenti forti per competere” apparso su HR on line periodico di Risorse Umane.

“Si fatica una vita per arrivare, per rassegnarsi poi a non capire”. Celli si pone il problema di dove siano finite le virtù che un tempo forgiavano l’uomo in relazione a se stesso e agli altri sia nella vita privata che nel lavoro. “Siamo alla ricerca di un percorso di senso”, prosegue Celli, che dovrà condurci alla scoperta “dell’anima delle organizzazioni produttive, che è il volto della loro identità, della loro storia, delle loro tradizioni, intrise di valori”.
Celli sostiene che “occorre piuttosto lavorare sulle condizioni all’interno delle quali le risorse operano. In sintesi devi avere manager in grado di creare condizioni non solo efficienti, ma benevolenti, abili nel mettere le persone in condizioni di vivere e lavorare bene, in modo che possano sentire con positività tutto l’ambiente”.

Caro Celli, tutto questo è ciò che cerco di fare da anni: cambiare il cuore delle aziende riportandole ad essere, come anche lei auspica, organismi fatti di cuore e anima oltre di che di mente. Abbey Programme®, Samurai Lab®, Strutturalmente® sono solo degli esempi pensati per uomini che hanno responsabilità su altri uomini; se le virtù prevalgono sul resto le persone cambiano e fanno cambiare tutto in meglio.


domenica 20 gennaio 2008

Hello Mac!

Li ha disegnati lui, Jonathan Ive, li ha resi belli oltre che pratici. Sto parlando di computer e precisamente di Macintosh. Prodotti di indubbia tecnologia avanzata sono proprio belli (anch’io ne uso uno, lo confesso!) e sono frutto di una lunga passione che ha portato alla rivoluzione che ha visto soccombere il grigiore estetico in campo tecnologico.

Jonathan Ive, è una persona schiva, priva di eccessi, il cui unico capriccio è stato l’acquisto di una Aston Martin comprata per l’essenzialità e l’eleganza delle linee.
Pare che la sua frase ricorrente a conferenze e meeting sia: “è merito di tutto il team, non solo mio”. Dietro a tanta professionalità fatta da una maniacale ricerca sul dettaglio, c’è dunque un uomo che riconosce il valore del gruppo. Una grande lezione di antiprotagonismo dove forma e sostanza si incontrano non come frutto di un risultato ma di un processo, come lui sempre sostiene.
E’ l’importanza del processo, di come si arriva a un obiettivo passo dopo passo: come ne ho già parlato in un
precedente post.

giovedì 17 gennaio 2008

Pensiero del fine settimana

Non bisogna persistere sempre
nel medesimo comportamento:
solo chi sa cambiare
con il cambiare delle circostanze
riesce a salvarsi.
Esopo (VI sec. a.c.)

martedì 15 gennaio 2008

La pratica del “fare”

La metafora del viaggio è usata in tutte le culture per descrivere la vita e la ricerca del suo significato. Nelle culture orientali i termini Tao (cinese), Do (giapponese) sono intesi come percorso e nel buddismo la pratica della meditazione è di solito descritta come un cammino, un percorso di consapevolezza.

Come solito, agli inizi di un corso, mi viene chiesto di fissare degli obiettivi da raggiungere sia per la formazione che poi per la pratica quotidiana.
Questo è corretto: ognuno di noi deve sapere dove vuole e deve arrivare, ma per raggiungere questi obiettivi è indispensabile tenere presente una serie di altri aspetti.

Per tutti noi occidentali, all’opposto degli orientali, l’obiettivo è più importante della modalità, del percorso, per raggiungerlo.
Così, molto spesso, fissiamo obiettivi per i nostri collaboratori senza prendere in considerazione cosa significhino per loro, quali valori assumano nella loro attività e che motivazione debbano ricoprire.
E’ l’obiettivo che prevale sul percorso.

La scorsa settimana parlavo con un imprenditore che mi diceva di essere convinto che per raggiungere qualsiasi obiettivo sia indispensabile la corretta predisposizione a raggiungerlo. Non posso che dargli ragione perché la sua visione è orientata al percorso: per lui è l’insieme delle modalità da adottare e quindi il raggiungimento degli obiettivi diventa una logica conseguenza.

Spesso, soprattutto nei momenti decisivi, gli imprenditori mi dicono di non avere idea di dove stanno andando o di che tecniche usare. Per sapere bene dove ci si trova è importante vivere la pratica del “fare” e diventarne consapevoli.

Per prima cosa bisogna estromettere dalla nostra vita l’egocentrismo, che ci fa pensare di non aver bisogno di nessuno, e l’arroganza che ci fa supporre di sapere già tutto.
Poi occorre diventare consapevoli del percorso che significa chiedersi sempre dove stiamo andando e che cosa realmente cerchiamo. La pratica continua della consapevolezza ci permette di misurarci con noi stessi: per esempio nel vincere mentalmente le abitudini o nel capire che grado di attenzione abbiamo verso noi stessi. Attenzione però a non focalizzarsi troppo sugli aspetti della quotidianità, su quei riti che possono diventare maniacali facendoci perdere di vista il termine del viaggio, cioè l’obiettivo. E’ quella che in psichiatria è definita la “sindrome della nave”: l’estrema cura dei dettagli devia l’attenzione dallo scopo finale, dall’obiettivo ultimo.

Come vedete, e penso soprattutto a tutti quelli che agiscono sempre senza dare troppo peso alla riflessione, la pratica del “fare” è difficile perché presuppone sapere le aspettative che abbiamo dal nostro viaggio.
“Fare” è un viaggio avventuroso che auguro a tutti voi, sicuro che raggiungerete mete da sogno.

domenica 13 gennaio 2008

Più produttivi in ufficio? Usiamo le parolacce

Uno studio della Norwich University of East Anglia riportato su un articolo del Corriere delle Sera sostiene che le parolacce aiutino a combattere lo stress e creino solidarietà tra colleghi. La ricerca pone un unico limite: i colleghi anziani, i superiori e soprattutto i clienti.

Essere solidali nella risoluzione dei problemi è la base del team building, ma sono rimasto stupito che le parolacce potessero creare senso di appartenenza.

Per anni le parolacce identificavano determinate categorie professionali come ad esempio quella degli scaricatori di porto (premetto che non ne conosco quindi è anche per me un "sentito dire") o dei militari (dei quali si dice appunto "linguaggio da caserma"). Forse proprio la particolarità del lavoro e dell'ambiente in cui si svolge spinge le persone ad essere solidali e a socializzare più facilmente?
Osservando chi lavora in azienda ho notato una maggiore propensione alla "liberalizzazione della lingua" non solo da parte degli uomini, ma purtroppo anche da parte delle donne. Forse questo le rende più simili ai colleghi maschi normalmente più propensi al turpiloquio?

Ne parla anche Vito Tartamella nel suo interessante libro "Parolacce. Perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno".

È una tesi interessante anche perché non si parla dello "sbotto" nel quale ognuno di noi può cadere per infinite ragioni, ma proprio di una filosofia accettata e condivisa.
Sostengo sempre che bisogna parlare lo stesso linguaggio per poter comunicare bene, ma non vorrei dover aggiornare l'elenco di parolacce che conosco (e che di solito evito di usare) per poter parlare a dei manager...
Sicuramente esiste una maggiore accettazione di determinate terminologie, impensabile fino a qualche anno fa e oggi udibili anche alla TV in fasce non protette, che mi fa pensare ad una pura evoluzione linguistica; per il resto cercherò di non offendermi se nelle prossime riunioni qualche manager si lascerà andare un po'

martedì 8 gennaio 2008

Samurai Lab® a Roma

Lo scorso 15 dicembre, in collaborazione con DMS Multimedia, ho tenuto un corso Samurai Lab® a 150 Informatori Scientifici del Farmaco di una nota casa farmaceutica italiana. Eccovi il feedback del direttore delle Risorse Umane e una foto scattata durante il corso.

“Caro Paolo,
devo anzitutto ringraziati e farti i complimenti per l'ottima riuscita del tuo intervento con i migliori Informatori Scientifici del Farmaco della mia azienda. L'impresa non era facile per l'eterogeneità dei partecipanti per età, provenienza geografica, esperienza e conoscenza della filosofia orientale. Dato che il corso si è tenuto di sabato ho anche molto apprezzato la disponibilità ad "aprire le porte" anche ai familiari presenti. Ha contribuito ad un'ulteriore condivisione dello spirito lavorativo che ci anima e che ci accomuna molto ai Samurai, cui hai fatto tante volte riferimento nel tuo intervento formativo.
Era una sfida difficile ma alla quale tenevo molto perchè volevo dare un'impronta emotiva ad un momento formativo che si era soffermato, nei giorni precedenti, su argomenti molto tecnici e quindi ho ritenuto necessario uscire un po' dai canoni aziendali, improntati al rigore e alla tradizione delle classiche lezioni d'aula. Non ti nascondo l'emozione e la soddisfazione nel vedere che tutti hanno partecipato pienamente, con la mente e con lo spirito, spesso seguendo le tue istruzioni con una sincronia tale da far pensare a lunghi periodi di prove ed era invece, a mio parere, una delle migliori dimostrazioni di un'univocità di intenti che raramente si riscontra in ambito lavorativo.
Riscoprire certi valori e diventare consapevoli della condivisione con altre persone dello stesso modo di vivere, con onore, il nostro impegno quotidiano è stato, per me, il più importante risultato che è stato raggiunto dai partecipanti. Ti allego una foto e ovviamente ti autorizzo a pubblicare sul tuo business-blog questo feedback. Per le solite ragioni di riservatezza aziendali ti prego però di omettere ogni riferimento all'azienda. Grazie, Rino”.

domenica 6 gennaio 2008

Il coaching e il valore dell’ascolto

Ascoltare è la base del sapere e imparare ad ascoltare è un valore imprescindibile per il successo di ognuno di noi. Le richieste che ho avuto, già in questo inizio d’anno, sono di coaching con tema fondamentale l’ascolto e mi hanno dato lo spunto per questo post.

Manager e imprenditori si stanno accorgendo che molto spesso le “soluzioni” sono già presenti nelle pieghe dei “problemi” e che quindi il saper ascoltare attentamente è risolutivo non solo nei conflitti, ma anche nel raggiungimento di obiettivi.
La mia esperienza di coach mi insegna che le persone hanno sempre più necessità di essere ascoltate fino in fondo e si aspettano non tanto delle soluzioni standard, ma una verifica comune del loro modello comportamentale. Del resto questa è la base di tutta la moderna psicanalisi che sottolinea come i problemi possano essere risolti parlandone in profondità con un ascoltatore preparato. Qui devo dire che la mia formazione psicanalitica e psichiatrica mi ha aiutato molto.

Le persone, attraverso l’ascolto, possono aumentare le possibilità di riuscita dei loro progetti: essere ascoltati e ascoltare meglio permette di creare un numero infinito di “possibilità” e quindi di “soluzioni”. Se si impara ad ascoltare profondamente anche se stessi risultati e rendimenti sono garantiti anche in poco tempo.

In questo nuovo anno vi propongo di ascoltare di più: scoprirete miniere inesplorate.