C’è un momento
preciso in cui la tecnologia smette di essere uno strumento e inizia a
diventare un interlocutore. Quel momento non arriva con un rumore improvviso,
ma con una frase scritta bene, rassicurante, logica.
Nel campo della
salute questo passaggio è particolarmente delicato, perché tocca il luogo più
sensibile dell’esperienza umana: il corpo vissuto, la paura della malattia, il
desiderio di stare bene.
L’introduzione di una sezione come “ChatGPT Health” segna simbolicamente questo passaggio. Non è semplicemente un aggiornamento funzionale, ma un cambio di postura culturale: dalla ricerca di informazioni alla delega di senso.
Prendo spunto dall’intervento di Marco Camisani Calzolari sulla sua pagina Facebook per fare alcune riflessioni. (qui il link: (8) Video | Facebook)
La storia insegna che ogni volta che una nuova forma di sapere appare autorevole, essa tende a essere investita di un potere che va oltre le sue reali competenze.
Michel Foucault
ricordava che «il sapere non è mai innocente» perché produce effetti di verità
che orientano i comportamenti. Nel caso della salute, un linguaggio ben
costruito, coerente e apparentemente neutro può generare quella che potremmo
definire un’autorità simulata: non imposta, ma accettata.
Carl Gustav
Jung osservava che l’uomo moderno è particolarmente vulnerabile alle immagini
che parlano con voce certa, perché tendono a sostituirsi al discernimento
interiore.
Un’intelligenza artificiale che risponde con calma e precisione formale attiva esattamente questo meccanismo.
Il rischio non
risiede tanto nell’errore, che è parte inevitabile di ogni sistema complesso,
quanto nella capacità dell’errore di diventare persuasivo.
Hannah Arendt sottolineava che il vero pericolo non è la menzogna evidente, ma la plausibilità ben confezionata. Quando una risposta su un sintomo, un valore ematico o una terapia possibile viene percepita come affidabile, essa può trasformarsi in azione, e l’azione sul corpo ha conseguenze reali. In questo senso, la salute non è un dominio informativo come gli altri, ma un ambito incarnato, dove la parola diventa gesto.
Un ulteriore livello di complessità emerge con l’integrazione dei dati personali. Dal punto di vista sistemico, collegare cartelle cliniche, parametri biometrici e stili di vita aumenta la pertinenza delle risposte, ma contemporaneamente espande la superficie di vulnerabilità.
Gregory Bateson
ricordava che «l’informazione è una differenza che produce una differenza».
Quando questa differenza riguarda dati sensibili, la questione non è solo
tecnica ma etica. Il corpo, nella sua versione digitale, diventa una mappa
accessibile, trasferibile, potenzialmente esposta.
La Medicina Tradizionale Cinese offre una prospettiva interessante su questo punto.
Nei testi
classici si afferma che «il buon medico osserva ciò che non è ancora malato»
(Huangdi Neijing).
Questa
osservazione non è riducibile a un accumulo di dati, ma richiede una relazione,
un contesto, una lettura dinamica dell’equilibrio tra Yin e Yang.
Il rischio
delle piattaforme digitali dedicate alla salute è quello di trasformare
l’equilibrio in un valore numerico e il processo in una fotografia statica.
Zhang Zhongjing sottolineava che la cura non è l’eliminazione del sintomo, ma il ripristino dell’armonia del sistema.
Anche la psicologia contemporanea mette in guardia da una delega eccessiva.
Donald
Winnicott parlava di “falso Sé” come adattamento a un ambiente che sembra
sapere meglio di noi cosa è giusto. Un sistema che interpreta i nostri dati e
restituisce indicazioni può progressivamente indebolire la capacità di ascolto
interno, favorendo una dipendenza cognitiva. In pedagogia, Paulo Freire
ricordava che ogni processo educativo autentico deve aumentare la coscienza
critica, non sostituirla. Applicato alla salute, questo significa che uno
strumento dovrebbe aiutare a comprendere, non a decidere al posto nostro.
Dal punto di vista spirituale, molte tradizioni convergono su un principio simile.
Nei Vangeli si
legge che «la verità vi farà liberi» (Giovanni 8,32), ma la verità non è mai
separata dalla responsabilità personale.
Nel Buddhismo,
il Kalama Sutta invita a non accettare un insegnamento solo perché proviene da
un’autorità, ma a verificarlo nell’esperienza diretta.
Anche il Tao Te
Ching ricorda che «chi sa non parla, chi parla non sa», indicando il limite
intrinseco di ogni formulazione discorsiva rispetto alla complessità della
vita.
Il nodo centrale, dunque, non è se strumenti come ChatGPT Health siano utili o pericolosi, ma come vengano collocati nel processo di cura. Possono essere eccellenti mediatori culturali, traduttori di linguaggio medico, supporti alla preparazione di domande consapevoli. Diventano problematici quando assumono il ruolo di decisori impliciti. Ivan Illich, già negli anni Settanta, parlava di espropriazione della salute come perdita di autonomia dell’individuo a favore dei sistemi.
Oggi quella profezia assume una forma digitale.
La promessa di privacy, spesso comunicata in modo semplificato, va letta con attenzione. Anche senza addestramento dei modelli, restano questioni di conservazione, accesso e gestione degli incidenti.
Byung-Chul Han
osserva che la società della trasparenza tende a trasformare tutto in dato, ma
ciò che è completamente visibile perde profondità. La salute, ridotta a flusso
informativo, rischia di perdere la sua dimensione simbolica e relazionale.
In questo scenario, diventa essenziale ridefinire i confini. La tecnologia può accompagnare, ma non sostituire. Può orientare, ma non prescrivere. Può informare, ma non assumersi la responsabilità ultima.
Come ricorda
Edgar Morin, «la complessità richiede un pensiero che tenga insieme, non che
semplifichi riducendo». La salute è un fenomeno complesso, dove corpo, mente ed
energia si intrecciano continuamente.
Per questo motivo, il lavoro sul benessere generale non può limitarsi alla gestione dei dati o alla risposta rapida a un sintomo. Richiede spazi di ascolto, riequilibrio e presenza.
Nella mia attività quotidiana, accompagno le persone in percorsi di riequilibrio energetico che restituiscono centralità all’esperienza soggettiva, senza delegarla a sistemi automatici.
È un invito a
riappropriarsi del proprio benessere come processo vivo, non come output di un
algoritmo e come me lo fanno centinaia e migliaia di professionisti che
adempiono alle loro promesse ETICHE prima ancora che professionali.
Se il futuro ci chiede di convivere con strumenti sempre più intelligenti, la vera sfida sarà restare umani nel modo di usarli. Coltivare consapevolezza, discernimento e responsabilità personale non è un gesto nostalgico, ma un atto profondamente contemporaneo.
La tecnologia passa, l’equilibrio resta e lì c'è l'UOMO, quello vero!
Bibliografia
essenziale
Marco
Camisani Calzolari: (8)
Video | Facebook
Arendt H., La responsabilità e il giudizio, Einaudi, 2021
Han B.-C., La società senza dolore, Nottetempo, 2021
Morin E., Svegliamoci!, Mimesis, 2022
Foucault M., Discorsi e verità, Feltrinelli, 2023
Jung C.G., L’uomo e i suoi simboli (nuova ed.), Bollati Boringhieri,
2021
Bateson G., Una sacra unità (ristampa critica), Adelphi, 2020
Winnicott D.W., La maturità emotiva, Raffaello Cortina, 2022
Illich I., Nemesi medica (ed. aggiornata), Mondadori, 2021
Unschuld P.U., Medicine in China: A History of Ideas (rev. ed.),
University of California Press, 2022
Kaptchuk T., The Web That Has No Weaver (anniversary ed.), McGraw-Hill,
2021

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