C’è stato un tempo in cui il male
aveva un nome, e quel nome bastava a evocare un confine. Bastava pronunciare
“Diavolo” per sapere da che parte stare. Oggi, invece, il male non si presenta
più come presenza distinta, ma come atmosfera diffusa. Non irrompe, non
dichiara, non si oppone: permea. È proprio questa trasformazione silenziosa a
rendere il fenomeno non solo più complesso, ma profondamente più difficile da
riconoscere.
Nella tradizione occidentale, il
male è stato a lungo interpretato come realtà esterna all’uomo. Nei testi
biblici, la figura del tentatore non coincide con l’essere umano, ma si pone
come alterità: “Il serpente era il più astuto di tutti gli animali” (Genesi
3,1). Questo schema ha avuto una funzione precisa: delimitare il male
significava renderlo affrontabile. Come osservava Carl Gustav Jung, “ciò che
non viene portato alla coscienza ritorna come destino”. La nominazione non era
solo linguistica, ma psicologica: ciò che ha forma può essere integrato o
combattuto.
Anche nella filosofia greca si
ritrova una tensione analoga. Platone suggeriva che “nessuno compie il male
volontariamente”, indicando un legame tra ignoranza e azione. Il male non era
ancora dissolto, ma già spostato: non più solo entità, ma condizione dell’anima.
In Oriente, questa visione assume
sfumature ancora più radicali. Nel Tao Te Ching, attribuito a Lao Tzu,
si legge: “Quando tutti riconoscono il bene come bene, già questo è male”. Qui
il dualismo si incrina: il male non è opposto al bene, ma emerge dalla loro
stessa separazione.
Eppure, la storia dimostra che il
male non ha mai rinunciato a una delle sue forme più efficaci: la
giustificazione. Figure come Tomás de Torquemada incarnano una verità scomoda:
si può infliggere sofferenza credendo di salvare. “Meglio punire nel tempo che
dannare nell’eternità” era la logica implicita dell’Inquisizione. Analogamente,
nel Novecento, sistemi guidati da Adolf Hitler e Joseph Stalin hanno
trasformato ideologie in dispositivi di legittimazione. Hannah Arendt,
riflettendo sulla banalità del male, scriveva: “Il male può essere assoluto, ma
mai radicale”. Ciò che colpisce non è l’eccezionalità, ma la normalità con cui
viene accettato.
Questa normalizzazione è il punto
di svolta della modernità. Il male non scompare: cambia stato. Diventa diffuso,
frammentato, incorporato nei sistemi culturali. In questo senso, l’opera di Andy
Warhol rappresenta un passaggio simbolico fondamentale. La riproduzione seriale
dell’immagine non distrugge il significato, ma lo svuota. Walter Benjamin aveva
già intuito questo processo: “Nell’epoca della sua riproducibilità tecnica,
l’opera d’arte perde la sua aura”. Quando tutto è visibile, nulla è più
realmente percepito.
Questa trasformazione si estende
anche alla dimensione rituale. L’uomo contemporaneo non ha abbandonato i riti:
li ha resi invisibili. La ripetizione quotidiana – scrollare, condividere,
consumare contenuti – costituisce una nuova liturgia. Non c’è più invocazione,
ma partecipazione continua. In questo contesto, figure chiave dello spettacolo
o della cultura in genere non sono l’ origine
del fenomeno, ma catalizzatori. Come affermava Marshall McLuhan, “il medium è
il messaggio”: ciò che conta non è il contenuto, ma il sistema che lo veicola.
Il potere contemporaneo agisce
proprio attraverso questi sistemi. Non impone, orienta. Edward Bernays
scriveva: “La manipolazione consapevole e intelligente delle abitudini e delle
opinioni organizzate delle masse è un elemento importante nella società
democratica”. Questo principio non si manifesta come coercizione, ma come
costruzione del desiderio. L’individuo crede di scegliere, ma sceglie
all’interno di cornici predefinite. E sceglie il bene o il male?
Qui si inserisce la riflessione
di Erich Fromm: “L’uomo moderno fugge dalla libertà”. Non perché non possa
scegliere, ma perché non vuole sostenere il peso della scelta. L’adesione
diventa spontanea, l’identificazione automatica. Il controllo, in questo senso,
non è più necessario: è già interiorizzato.
La medicina tradizionale cinese
(MTC) offre una chiave interpretativa sorprendentemente attuale. Nel Huangdi
Neijing si afferma: “Quando l’energia è in equilibrio, il disordine non
trova spazio”. Qui il male non è entità, ma squilibrio. Non è qualcosa da
combattere, ma da riequilibrare. Questo approccio si ritrova anche nella
tradizione europea. Ildegarda di Bingen scriveva: “L’anima ama il corpo e il
corpo ama l’anima”. La frattura, più che la presenza di un nemico, è ciò che
genera disarmonia.
La Schola Medica Salernitana
sintetizzava questo principio nel celebre motto: “Si vis vivere incolumis,
sanusque manere, curare tibi debent haec tria: mens laeta, requies, moderata
dieta”. Non si tratta di eliminare il male, ma di mantenere un equilibrio
dinamico.
Nel mondo contemporaneo,
tuttavia, questo equilibrio è costantemente sollecitato da ambienti digitali e
sistemi tecnologici. Piattaforme sviluppate da Mark Zuckerberg e Elon Musk
creano realtà personalizzate. Ogni individuo riceve una versione filtrata del
mondo. Come osservava Michel Foucault, “il potere è ovunque, perché viene da
ogni dove”. Non è centralizzato, ma distribuito.
Questa distribuzione produce una
conseguenza cruciale: la frammentazione della realtà. Non esiste più
un’esperienza condivisa, ma molteplici narrazioni parallele. In questo
contesto, la verità diventa fluida. Friedrich Nietzsche lo aveva anticipato:
“Non esistono fatti, ma solo interpretazioni”. Quando tutto è interpretazione,
il confine tra bene e male si dissolve.
Anche nella tradizione cristiana
si trova un’intuizione affine. Sant’Agostino affermava: “Il male non è una
sostanza, ma una privazione del bene”. Questa definizione, apparentemente
teologica, è profondamente attuale. Il male non è presenza, ma assenza di
equilibrio, di consapevolezza, di connessione.
Il risultato è una condizione
nuova: il male non è più evento, ma possibilità costante. Non si manifesta come
rottura, ma come continuità. Non si oppone, ma si integra. L’uomo moderno non
si confronta più con un nemico esterno, ma si muove all’interno di sistemi che
lo attraversano.
E qui emerge il punto più
critico: la perdita di distanza. Il passato temeva il male perché lo
riconosceva. Il presente non lo teme perché non lo distingue più. Quando non
c’è distanza, non c’è percezione. E quando non c’è percezione, non c’è scelta
consapevole.
Ripristinare questa distanza non
significa tornare indietro, ma sviluppare una nuova forma di consapevolezza.
Non si tratta di combattere un nemico, ma di riconoscere processi. Come insegna
la MTC, l’equilibrio non è statico, ma dinamico. Richiede attenzione, ascolto,
presenza.
Non ci resta che ricercare nuovamente armonia ed equilibrio quotidiano attraverso un’opera di ricalibratura partendo dal proprio riequilibrio energetico. Attraverso un approccio integrato e personalizzato è possibile ritrovare armonia, centratura e una percezione più chiara di sé e del contesto in cui si vive.
Se vuoi possiamo lavorare insieme su questo.
Carl Gustav Jung — Aion.
Ricerche sul simbolismo del Sé (1951)
Erich Fromm — Fuga dalla
libertà (1941)
Erich Fromm — Anatomia della
distruttività umana (1973)
Platone — Repubblica; Protagora
Friedrich Nietzsche — Al di là
del bene e del male (1886)
Hannah Arendt — La banalità
del male. Eichmann a Gerusalemme (1963)
Michel Foucault — Sorvegliare
e punire (1975)
Walter Benjamin — L’opera
d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936)
Marshall McLuhan — Gli
strumenti del comunicare (1964)
Edward Bernays — Propaganda
(1928)
Sant'Agostino — Confessioni;
La città di Dio
Tao Te Ching — attribuito a Lao
Tzu
Huangdi Neijing — autore
tradizionalmente attribuito a Huangdi
Ildegarda di Bingen — Physica;
Causae et Curae
Schola Medica Salernitana — Regimen
Sanitatis Salernitanum
© IPHM Paolo G. Bianchi (Prof. disc.
L. 4/13) — Tutti i diritti riservati. Riproduzione consentita con citazione
dell'autore e della fonte.

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