martedì 28 aprile 2026

IL MALE NON ESISTE PIU’. Questo e’ il problema

 



 

C’è stato un tempo in cui il male aveva un nome, e quel nome bastava a evocare un confine. Bastava pronunciare “Diavolo” per sapere da che parte stare. Oggi, invece, il male non si presenta più come presenza distinta, ma come atmosfera diffusa. Non irrompe, non dichiara, non si oppone: permea. È proprio questa trasformazione silenziosa a rendere il fenomeno non solo più complesso, ma profondamente più difficile da riconoscere.

 

Nella tradizione occidentale, il male è stato a lungo interpretato come realtà esterna all’uomo. Nei testi biblici, la figura del tentatore non coincide con l’essere umano, ma si pone come alterità: “Il serpente era il più astuto di tutti gli animali” (Genesi 3,1). Questo schema ha avuto una funzione precisa: delimitare il male significava renderlo affrontabile. Come osservava Carl Gustav Jung, “ciò che non viene portato alla coscienza ritorna come destino”. La nominazione non era solo linguistica, ma psicologica: ciò che ha forma può essere integrato o combattuto.

 

Anche nella filosofia greca si ritrova una tensione analoga. Platone suggeriva che “nessuno compie il male volontariamente”, indicando un legame tra ignoranza e azione. Il male non era ancora dissolto, ma già spostato: non più solo entità, ma condizione dell’anima.

 

In Oriente, questa visione assume sfumature ancora più radicali. Nel Tao Te Ching, attribuito a Lao Tzu, si legge: “Quando tutti riconoscono il bene come bene, già questo è male”. Qui il dualismo si incrina: il male non è opposto al bene, ma emerge dalla loro stessa separazione.

 

Eppure, la storia dimostra che il male non ha mai rinunciato a una delle sue forme più efficaci: la giustificazione. Figure come Tomás de Torquemada incarnano una verità scomoda: si può infliggere sofferenza credendo di salvare. “Meglio punire nel tempo che dannare nell’eternità” era la logica implicita dell’Inquisizione. Analogamente, nel Novecento, sistemi guidati da Adolf Hitler e Joseph Stalin hanno trasformato ideologie in dispositivi di legittimazione. Hannah Arendt, riflettendo sulla banalità del male, scriveva: “Il male può essere assoluto, ma mai radicale”. Ciò che colpisce non è l’eccezionalità, ma la normalità con cui viene accettato.

 

Questa normalizzazione è il punto di svolta della modernità. Il male non scompare: cambia stato. Diventa diffuso, frammentato, incorporato nei sistemi culturali. In questo senso, l’opera di Andy Warhol rappresenta un passaggio simbolico fondamentale. La riproduzione seriale dell’immagine non distrugge il significato, ma lo svuota. Walter Benjamin aveva già intuito questo processo: “Nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, l’opera d’arte perde la sua aura”. Quando tutto è visibile, nulla è più realmente percepito.

 

Questa trasformazione si estende anche alla dimensione rituale. L’uomo contemporaneo non ha abbandonato i riti: li ha resi invisibili. La ripetizione quotidiana – scrollare, condividere, consumare contenuti – costituisce una nuova liturgia. Non c’è più invocazione, ma partecipazione continua. In questo contesto, figure chiave dello spettacolo o della cultura in genere  non sono l’ origine del fenomeno, ma catalizzatori. Come affermava Marshall McLuhan, “il medium è il messaggio”: ciò che conta non è il contenuto, ma il sistema che lo veicola.

 

Il potere contemporaneo agisce proprio attraverso questi sistemi. Non impone, orienta. Edward Bernays scriveva: “La manipolazione consapevole e intelligente delle abitudini e delle opinioni organizzate delle masse è un elemento importante nella società democratica”. Questo principio non si manifesta come coercizione, ma come costruzione del desiderio. L’individuo crede di scegliere, ma sceglie all’interno di cornici predefinite. E sceglie il bene o il male?

 

Qui si inserisce la riflessione di Erich Fromm: “L’uomo moderno fugge dalla libertà”. Non perché non possa scegliere, ma perché non vuole sostenere il peso della scelta. L’adesione diventa spontanea, l’identificazione automatica. Il controllo, in questo senso, non è più necessario: è già interiorizzato.

 

La medicina tradizionale cinese (MTC) offre una chiave interpretativa sorprendentemente attuale. Nel Huangdi Neijing si afferma: “Quando l’energia è in equilibrio, il disordine non trova spazio”. Qui il male non è entità, ma squilibrio. Non è qualcosa da combattere, ma da riequilibrare. Questo approccio si ritrova anche nella tradizione europea. Ildegarda di Bingen scriveva: “L’anima ama il corpo e il corpo ama l’anima”. La frattura, più che la presenza di un nemico, è ciò che genera disarmonia.

 

La Schola Medica Salernitana sintetizzava questo principio nel celebre motto: “Si vis vivere incolumis, sanusque manere, curare tibi debent haec tria: mens laeta, requies, moderata dieta”. Non si tratta di eliminare il male, ma di mantenere un equilibrio dinamico.

 

Nel mondo contemporaneo, tuttavia, questo equilibrio è costantemente sollecitato da ambienti digitali e sistemi tecnologici. Piattaforme sviluppate da Mark Zuckerberg e Elon Musk creano realtà personalizzate. Ogni individuo riceve una versione filtrata del mondo. Come osservava Michel Foucault, “il potere è ovunque, perché viene da ogni dove”. Non è centralizzato, ma distribuito.

 

Questa distribuzione produce una conseguenza cruciale: la frammentazione della realtà. Non esiste più un’esperienza condivisa, ma molteplici narrazioni parallele. In questo contesto, la verità diventa fluida. Friedrich Nietzsche lo aveva anticipato: “Non esistono fatti, ma solo interpretazioni”. Quando tutto è interpretazione, il confine tra bene e male si dissolve.

 

Anche nella tradizione cristiana si trova un’intuizione affine. Sant’Agostino affermava: “Il male non è una sostanza, ma una privazione del bene”. Questa definizione, apparentemente teologica, è profondamente attuale. Il male non è presenza, ma assenza di equilibrio, di consapevolezza, di connessione.

 

Il risultato è una condizione nuova: il male non è più evento, ma possibilità costante. Non si manifesta come rottura, ma come continuità. Non si oppone, ma si integra. L’uomo moderno non si confronta più con un nemico esterno, ma si muove all’interno di sistemi che lo attraversano.

 

E qui emerge il punto più critico: la perdita di distanza. Il passato temeva il male perché lo riconosceva. Il presente non lo teme perché non lo distingue più. Quando non c’è distanza, non c’è percezione. E quando non c’è percezione, non c’è scelta consapevole.

 

Ripristinare questa distanza non significa tornare indietro, ma sviluppare una nuova forma di consapevolezza. Non si tratta di combattere un nemico, ma di riconoscere processi. Come insegna la MTC, l’equilibrio non è statico, ma dinamico. Richiede attenzione, ascolto, presenza.

 

Non ci resta che ricercare nuovamente armonia ed equilibrio quotidiano attraverso un’opera di ricalibratura partendo dal proprio riequilibrio energetico. Attraverso un approccio integrato e personalizzato è possibile ritrovare armonia, centratura e una percezione più chiara di sé e del contesto in cui si vive. 

Se vuoi possiamo lavorare insieme su questo.


BIBLIOGRAFIA 

Carl Gustav Jung — Aion. Ricerche sul simbolismo del Sé (1951)

Erich Fromm — Fuga dalla libertà (1941)

Erich Fromm — Anatomia della distruttività umana (1973)

Platone — Repubblica; Protagora

Friedrich Nietzsche — Al di là del bene e del male (1886)

Hannah Arendt — La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963)

Michel Foucault — Sorvegliare e punire (1975)

Walter Benjamin — L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936)

Marshall McLuhan — Gli strumenti del comunicare (1964)

Edward Bernays — Propaganda (1928)

Sant'Agostino — Confessioni; La città di Dio

Tao Te Ching — attribuito a Lao Tzu

Huangdi Neijing — autore tradizionalmente attribuito a Huangdi

Ildegarda di Bingen — Physica; Causae et Curae

Schola Medica Salernitana — Regimen Sanitatis Salernitanum

 

© IPHM Paolo G. Bianchi (Prof. disc. L. 4/13) — Tutti i diritti riservati. Riproduzione consentita con citazione dell'autore e della fonte.

 

 

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