Ciò che beviamo, ciò che
siamo: un'analisi tra scienza, tradizione e saggezza antica
C'è un gesto che si ripete ogni
giorno in milioni di case: il tintinnio leggero di un calice, il colore del
vino che si riflette nella luce della sera, il brindisi sussurrato come se
contenesse in sé qualcosa di sacro. È un rito antico, incorporato nella cultura
mediterranea come il pane e l'olio.
Eppure, sotto quella patina
dorata di convivialità, si nasconde una verità che la scienza moderna ha
finalmente osato pronunciare ad alta voce: non esiste una quantità di alcol
priva di rischio per il benessere dell'organismo. Nessun bicchiere è abbastanza
piccolo da essere innocuo.
Nessun vino è abbastanza nobile
da cancellare la tossicità dell'etanolo. Siamo stati ingannati dal mito del
consumo moderato — e forse, da noi stessi.
Un veleno antico con un
vestito nuovo
L'etanolo, la molecola
responsabile degli effetti inebrianti delle bevande alcoliche, è classificato
dall'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) come sostanza
cancerogena di Gruppo 1, la categoria più alta, quella riservata agli agenti per
cui l'evidenza di cancerogenicità nell'essere umano è inequivocabile. Condivide
questa classificazione con il tabacco e l'amianto.
Eppure — e qui risiede uno dei
paradossi più eloquenti della cultura contemporanea — il vino viene pubblicizzato
come parte dello stile di vita sano, associato alla dieta mediterranea,
celebrato nei documentari come elisir di longevità.
Come è possibile che una sostanza
classificata alla stregua dell'amianto sia diventata simbolo di benessere?
La risposta ha radici storiche,
culturali ed economiche che si intrecciano in maniera complessa. Per secoli, in
assenza di acqua potabile sicura, il vino rappresentava davvero la bevanda meno
rischiosa. La sua acidità e il suo contenuto alcolico lo rendevano
relativamente sterile rispetto a pozzi inquinati e fiumi contaminati.
Non stupisce quindi che le grandi
tradizioni mediche preindustriali — dalla Schola Medica Salernitana
all'Ayurveda, dalla medicina araba medievale alle erboristerie monastiche —
includessero il vino tra i preparati terapeutici.
Il Regimen Sanitatis
Salernitanum, il celebre testo igienico medievale della Scuola di Salerno,
recitava: «Vinum da sapienti et non cogitabis», raccomandando
moderazione ma non astensione — ed era, per quell'epoca, un consiglio
genuinamente prudente.
L'epoca è però cambiata. L'acqua
corrente pulita è un dato acquisito nel mondo occidentale, e il contesto
igienico-sanitario si è radicalmente trasformato. Quello che ieri era consiglio
di sopravvivenza, oggi è un rischio documentato e misurabile. Il problema è che
il mito ha sopravvissuto alla sua ragione d'essere.
Hildegarda e Benedetto: la
saggezza del limite
Interessante, in questo scenario,
richiamare Hildegarda von Bingen, la mistica renana del XII secolo, medica,
compositrice e teologa, che nel suo trattato Physica analizzava con
acume sorprendente le proprietà delle sostanze naturali. Hildegarda riconosceva
al vino proprietà riscaldanti e tonificanti, ma avvertiva che «il vino usato
con misura giova al sangue e all'umore, ma consumato in eccesso scalda il
fegato e genera oscurità nella mente». La sua visione dell'essere umano
come campo di forze in equilibrio — la viriditas, la forza vitale che
pervade il creato — imponeva che nessuna sostanza, per quanto benefica in sé,
fosse assunta oltre la sua misura naturale. C'è in questo una lucidità che
anticipa di secoli la farmacologia moderna: la dose fa il veleno, certo, ma la dose
giusta, quando si parla di sostanze tossiche, può anche essere zero.
San Benedetto da Norcia, nella sua
Regola, sembra ricordarci con grande umanità che non è tanto il vino a essere
un problema, ma il modo in cui lo viviamo e lo lasciamo entrare nella nostra
vita, perché ciò che conta davvero è la misura, la lucidità e quella libertà
interiore che nasce quando sappiamo fermarci prima dell’eccesso, scegliendo la
sobrietà non come rinuncia, ma come forma più profonda di presenza e
consapevolezza, in cui anche un gesto semplice può diventare occasione di
equilibrio e di pace interiore
Queste intuizioni sono
profondamente allineate con la visione aristotelica della temperanza.
Aristotele, nell'Etica
Nicomachea, definisce la sophrosyne — la temperanza — come la virtù che
regola il rapporto con i piaceri del corpo: «L'uomo temperato non si
compiace di ciò di cui più si compiace l'intemperante, anzi si rattrista».
Non si tratta di puritanesimo, né
di ascetismo assoluto, ma di una forma di autoconsapevolezza che riconosce la
differenza tra il piacere che nutre e quello che consuma. Aristotele vedeva
nell'eccesso non un fallimento morale, ma un errore di conoscenza: chi abusa
non conosce davvero sé stesso.
Il fegato nel mirino: biologia
e simbolismo
Dal punto di vista biochimico, il
metabolismo dell'etanolo è un processo che coinvolge principalmente il fegato,
dove l'alcol viene ossidato ad acetaldeide attraverso l'enzima alcol
deidrogenasi (ADH). L'acetaldeide è una molecola altamente reattiva e genotossica:
si lega al DNA formando addotti che alterano la replicazione cellulare,
inibisce i meccanismi di riparazione del DNA e aumenta lo stress ossidativo
tissutale. Questo processo non è dose-dipendente in senso rassicurante: già
quantità minime di etanolo generano acetaldeide, e la variabilità individuale
nel metabolismo — determinata geneticamente attraverso i polimorfismi del gene
ADH1B e ALDH2 — fa sì che alcune persone siano biologicamente più vulnerabili
di altre.
Non è un caso che la Medicina
Tradizionale Cinese abbia da millenni posto il fegato al centro dell'equilibrio
energetico dell'organismo. Nell'ottica dei cinque movimenti, il fegato (Gan)
governa il flusso del Qi, regola le emozioni — in particolare la rabbia e la
frustrazione latenti — e sovrintende alla distribuzione del sangue nei tessuti.
Quando il fegato è aggredito da
sostanze tossiche come l'etanolo, l'intera circolazione del Qi subisce
un'interruzione: si genera la cosiddetta stagnazione del Qi di Fegato,
che in clinica si manifesta con irritabilità, tensioni muscolari, disturbi
digestivi, insonnia e una peculiare incapacità di lasciar andare.
Sun Simiao, il grande medico
taoista del VII secolo, affermava: «Il medico che tratta la malattia senza
comprendere le emozioni che la generano è come colui che tenta di raschiare la
superficie dello specchio senza pulirne il riflesso». In altre parole, la
patologia epatica alcol-correlata non è solo danno cellulare: è il segnale di
un disequilibrio più profondo, che investe la sfera emotiva e psichica della
persona.
L'equivoco del vino rosso e la
dissoluzione del mito cardioprotettivo
Per almeno tre decenni, la
cosiddetta French Paradox — il presunto enigma per cui i francesi bevono molto
vino e pur tuttavia presentano tassi di malattia cardiovascolare relativamente
bassi — ha alimentato l'idea che il vino rosso, grazie al resveratrolo e ai
polifenoli, esercitasse un effetto protettivo sul cuore.
Questa narrazione è stata
smantellata con rigore da studi metodologicamente solidi, che hanno dimostrato
come i benefici cardiovascolari fossero in realtà legati ad altri fattori della
dieta e dello stile di vita mediterraneo, e che fossero stati sistematicamente
sopravvalutati da ricerche finanziate dall'industria enologica.
Una revisione pubblicata su The
Lancet ha chiarito definitivamente che qualsiasi vantaggio cardiovascolare
derivante da bassi consumi di alcol viene azzerato — e ampiamente superato —
dall'incremento del rischio oncologico già a partire da un bicchiere al giorno.
Le evidenze più recenti
concordano: il consumo quotidiano di anche solo una unità alcolica aumenta del
5-10% il rischio di tumore alla mammella nelle donne, con un meccanismo che
coinvolge la stimolazione estrogenica e il conseguente effetto proliferativo
sui tessuti sensibili agli ormoni. Nel caso del tumore al colon-retto, chi
consuma mediamente due unità alcoliche al giorno presenta un rischio superiore
del 25% rispetto ai non bevitori.
Per i tumori delle vie
aerodigestive superiori — cavo orale, faringe, laringe, esofago — il rischio
aumenta del 32% già con consumi considerati «moderati», e si moltiplica in modo
quasi esponenziale in presenza di fumo.
Queste cifre non sono ipotesi:
sono il risultato di metanalisi che aggregano dati su centinaia di migliaia di
soggetti seguiti per decenni.
Seneca, nella sua Epistola ad
Lucilium, scriveva: «Nusquam est qui ubique est» — chi è ovunque,
non è da nessuna parte. C'è in questa massima una verità che si applica anche
alla nostra relazione con le scelte di benessere: la dispersione della
consapevolezza, il continuo spostarsi tra un eccesso e un'astinenza mal
gestita, tra la colpa e il compenso, ci impedisce di essere davvero presenti a
noi stessi. Il consumo di alcol, spesso, è precisamente questo: un modo per
essere altrove quando stare qui farebbe troppo male.
Il coraggio della
consapevolezza: una prospettiva psicologica e pedagogica
Carl Gustav Jung, esplorando i
territori dell'inconscio collettivo, osservava che le dipendenze — e l'alcol è
tra le più diffuse e socialmente tollerate — rappresentano spesso una ricerca
distorta di trascendenza, un tentativo di contatto con qualcosa di più grande
di sé attraverso il sabotaggio della coscienza ordinaria.
Nelle sue parole: «Ogni forma
di dipendenza è negativa, sia che si tratti di alcol, di morfina o di
idealismo». Jung vedeva nel lavoro sull'ombra — quel territorio psichico
dove risiedono le istanze represse, le emozioni non elaborate, i conflitti
irrisolti — l'unico percorso autenticamente liberatorio. L'alcol, in questa
prospettiva, non è che un mezzo per non guardare l'ombra, per ovattarla, per
renderla meno minacciosa — almeno finché il corpo non comincia a parlare con la
propria, inesorabile, voce.
Dal versante pedagogico, Jean
Piaget aveva intuito che la capacità di rinviare la gratificazione immediata —
quella che i neuroscienziati contemporanei chiamano delay discounting —
è strettamente correlata allo sviluppo cognitivo ed emotivo. La cultura del
bere immediato, del piacere senza conseguenze, è in parte il sintomo di
un'educazione che non ha insegnato la differenza tra il desiderio e il bisogno,
tra il piacere effimero e il benessere duraturo.
Come scriveva Maria Montessori,
la grande pedagogista italiana: «Il bambino che non fa nulla da solo, che
non ha mai imparato a rinunciare, porta con sé da adulto l'incapacità di
distinguere il lusso dalla necessità». Non è un giudizio morale: è la
descrizione di un deficit di consapevolezza corporea e emotiva che si radica
nell'infanzia e fiorisce, talvolta devastante, nella maturità.
La via orientale
all'equilibrio: Tao, silenzio e il corpo come tempio
Nel pensiero taoista, la nozione
di wu wei — l'azione non forzata, il flusso naturale — si contrappone ad
ogni forma di eccesso e di costrizione artificiale. Laozi, nel Tao Te Ching,
affermava: «Chi conosce gli altri è saggio; chi conosce sé stesso è
illuminato».
Conoscere sé stessi include
conoscere il proprio corpo, ascoltarne i segnali, rispettarne i limiti senza
che questo diventi rigidità o paura. La tradizione yogica, similmente,
concepisce il corpo come deva-deva, il tempio della divinità, e la
disciplina del sattva — la purezza — non come privazione ma come
rispetto profondo per il veicolo dell'esperienza umana. Introdurre
nell'organismo sostanze che ne alterano le funzioni vitali e ne minacciano
l'integrità cellulare è, in questa ottica, una forma di disattenzione verso sé
stessi.
Il Libro dei Proverbi, nella
tradizione ebraico-cristiana, metteva in guardia esplicitamente: «Il vino è
uno schernитore, la birra è rumorosa, e chiunque si lasci sedurre da essi non è
saggio» (Proverbi 20:1).
Non si tratta di proibizionismo
religioso (pertanto non entro nemmeno in merito all’Islam dove l’alcol è
tollerato solo in piccole parti nei farmaci), ma di una sapienza pratica che
riconosce come l'alterazione della coscienza prodotta dall'alcol non sia uno
stato elevato, ma uno stato compromesso. La sbornia, in questa lettura, non è
esperienza mistica: è la perdita temporanea di ciò che ci rende umani nel senso
più pieno del termine — la capacità di discernimento, di relazione autentica,
di presenza a sé stessi.
Il corpo come campo
energetico: la prospettiva del riequilibrio
In un'ottica di benessere
integrato — quella che informa il lavoro degli studi di riequilibrio energetico
— il corpo non è soltanto un insieme di organi e sistemi biochimici, ma un
campo di energie in continua relazione con l'ambiente esterno, con le emozioni,
con le credenze profonde e con i modelli comportamentali acquisiti.
L'alcol agisce su questo campo a
molteplici livelli simultaneamente: disturba il sistema nervoso autonomo,
altera la ritmica cardiaca, interferisce con la qualità del sonno nelle fasi
più rigenerative, deprime la funzione immunitaria, e genera oscillazioni
dell'umore che, nel tempo, si consolidano in veri e propri disturbi
dell'equilibrio emotivo.
La Medicina Tradizionale Cinese
insegna che il Hun — l'anima eterea associata al fegato — è responsabile
della visione interiore, della creatività e della progettualità. Quando il
fegato è sovraccaricato da sostanze tossiche, il Hun perde la sua fluidità:
l'individuo avverte difficoltà nel progettare il futuro, nella visione
d'insieme, nell'elaborazione dei sogni.
Zhang Zhongjing, il grande
clinico della dinastia Han, annotava nel Jingui Yaolue che «le
malattie del fegato si riconoscono prima nell'occhio che si spegne, poi nel
sogno che svanisce, infine nel corpo che inciampa». Questa progressione —
dall'energetico al simbolico al fisico — è precisamente il percorso attraverso
cui il danno alcolico si manifesta prima che la medicina d'organo possa
misurarlo con gli esami del sangue.
Numeri che non si possono
ignorare
L'Organizzazione Mondiale della
Sanità stima che ogni anno nel mondo circa 740.000 nuovi casi di tumore siano
direttamente attribuibili al consumo di bevande alcoliche — compreso quello
considerato moderato. In Europa, solo nel 2018, l'alcol ha causato circa
180.000 nuovi casi oncologici e 92.000 decessi per cancro. L'Italia non sfugge
a questa statistica: si calcola che tra il 4,6% e il 2,5% di tutti i tumori
diagnosticati negli uomini e nelle donne sia alcol-correlato. I siti anatomici
più colpiti includono il cavo orale, la faringe, la laringe, l'esofago, lo
stomaco, il colon-retto, il fegato, e — nelle donne — la mammella.
Quello che è forse meno noto al
grande pubblico è la dimensione dell'impatto sulle donne giovani. L'alcol
stimola la produzione di estrogeni, e gli estrogeni alimentano circa il 70% dei
tumori della mammella. Ogni singolo drink giornaliero incrementa del 6% il
rischio di carcinoma mammario; il secondo bicchiere quotidiano porta questo
incremento al 27%. Numeri che, pronunciati con la stessa enfasi con cui si
comunicano i benefici del resveratrolo, cambierebbero probabilmente molte
scelte di acquisto alla sera davanti a uno scaffale di enoteche.
Il Codice Europeo contro il
Cancro, nella sua versione più aggiornata, è esplicito in un modo che non
lascia margini interpretativi: non esistono livelli sicuri di consumo di alcol.
Il rischio zero, per il cancro, è associato esclusivamente all'astensione. Non
al consumo moderato. Non al vino rosso di qualità. Non al bicchiere col pasto.
L'astensione.
La strada del ritorno:
smettere fa bene, davvero
C'è però una notizia che merita
di essere detta con altrettanta chiarezza: il danno non è irreversibile. Le
ricerche più recenti documentano che tra gli ex bevitori il rischio oncologico
tende a ridursi già nei primi anni dopo la cessazione, avvicinandosi
progressivamente — nell'arco di cinque-dieci anni — a quello dei non bevitori.
Il fegato possiede una
straordinaria capacità rigenerativa, e il sistema immunitario risponde
rapidamente alla rimozione di un agente immunosoppressivo come l'etanolo. Chi
smette di bere riferisce, già nelle prime settimane, un miglioramento
significativo della qualità del sonno, della lucidità cognitiva, dell'umore,
della vitalità generale e — non secondariamente — del peso corporeo, dal
momento che l'alcol è una fonte di calorie vuote che interferisce con la
lipolisi e favorisce l'accumulo viscerale.
Avicenna, il grande medico
persiano del X-XI secolo, scrisse nel Canone della Medicina: «Il
corpo possiede una sua naturale inclinazione alla guarigione: il compito del
medico è di non ostacolarla». Questa frase, nella sua semplicità apparente,
contiene un principio che la medicina integrativa contemporanea ha riscoperto
con la forza di un'evidenza sperimentale: il corpo sa come guarire, se gli si
toglie ciò che lo impedisce. L'alcol è uno degli ostacoli più pervasivi e
culturalmente mimetizzati che incontrino oggi le persone nel cammino verso un
benessere autentico e duraturo.
Consapevolezza, non
proibizione
Sarebbe facile — e sbagliato —
concludere questo percorso con una condanna moralistica del bere. Non è questo
lo spirito con cui queste riflessioni vengono condivise. L'obiettivo non è il
proibizionismo, né la colpevolizzazione di chi sceglie di bere. L'obiettivo è
la consapevolezza: quella qualità dell'attenzione che permette di fare scelte
informate, libere da miti, da pressioni sociali, da campagne di marketing
sapientemente costruite.
Come scriveva Montaigne nei suoi Essais:
«Il n'est pas ennemi de vivre de n'être pas sot buveur» — non è nemico
della vita colui che non è uno stolto bevitore. La saggezza non consiste
nell'astenersi dal piacere per paura, ma nel conoscere sé stessi abbastanza da
riconoscere quando un piacere è diventato una prigione.
Viviamo in un'epoca in cui
l'informazione è accessibile come non mai, eppure la disinformazione prospera
altrettanto bene — spesso meglio, perché si veste dei colori più seducenti. La
narrazione del vino come terapia, del brindisi come atto di vita, del bere come
socialità necessaria: tutto questo appartiene a una costruzione culturale che
ha servito bene certi interessi economici, ma che ha servito molto meno il
benessere reale delle persone. È tempo di una lettura diversa, più aderente a
ciò che la scienza dice oggi — non quella di vent'anni fa, non quella pagata
dall'industria, ma quella prodotta con rigore metodologico e pubblicata nelle
riviste più autorevoli del panorama scientifico mondiale.
Il tuo percorso di
riequilibrio inizia qui
Se queste riflessioni ti hanno
toccato — se riconosci in esse qualcosa che riguarda non solo il tuo corpo ma
il tuo modo di abitarlo — sappi che un cammino è possibile. Nei miei studi di
riequilibrio energetico per il benessere generale, l'approccio al corpo non si
ferma alla sintomatologia visibile: va alla ricerca delle radici energetiche e
emotive dei comportamenti che ci allontanano dal benessere profondo.
Non si tratta di diagnosi mediche
né di terapie farmacologiche, ma di un accompagnamento consapevole che integra
le conoscenze della Medicina Tradizionale Cinese, del riequilibrio energetico
dei meridiani e di una lettura olistica della persona nella sua interezza.
La decisione di ridurre o
eliminare l'alcol non è solo una scelta biochimica: è un atto di rispetto verso
sé stessi, un segnale che si manda al corpo e alla mente — «ti sto
ascoltando, mi prendo cura di te». E spesso, in questo ascolto, emergono
emozioni che aspettavano di essere accolte, tensioni che chiedevano di essere
sciogliete, energie che desiderano tornare a fluire. È lì che il lavoro di
riequilibrio diventa prezioso: non come sostituto della scienza medica, ma come
suo complemento naturale, nel territorio dove il corpo fisico e quello
energetico si incontrano.
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una consulenza personalizzata
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© IPHM Paolo G. Bianchi (prof.
Disc. L. 4/13) — Tutti i diritti riservati.
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