La fisica quantistica e l'antica intuizione della non separazione
Che cosa ci dice davvero la scienza sulla connessione invisibile tra le cose — e dove finisce la fisica e comincia la filosofia
C'è un esperimento, nella storia della fisica del Novecento, che ha costretto la scienza a fare i conti con una parola che fino ad allora apparteneva più alla mistica che al laboratorio: connessione.
Due particelle, generate dalla stessa interazione, vengono separate e allontanate l'una dall'altra — in teoria anche di anni luce. Eppure, quando si misura lo stato della prima, lo stato della seconda risulta determinato nello stesso istante, come se tra le due non fosse mai davvero esistita una vera separazione.
Einstein, che pure aveva contribuito a fondare la meccanica quantistica, non riuscì mai a fare pace con questo fenomeno: lo chiamò, con un misto di rispetto e fastidio, “azione spettrale a distanza”.
Oggi lo chiamiamo entanglement, ed è uno dei capitoli più solidi e insieme più enigmatici della fisica contemporanea.
Vale la pena, prima di lasciarsi affascinare, essere precisi su che cosa l'entanglement sia realmente, perché è un tema che si presta facilmente a essere frainteso o gonfiato.
Due particelle entangled formano un unico sistema quantistico: non è possibile descrivere lo stato dell'una senza descrivere anche lo stato dell'altra. Misurando una proprietà della prima — lo spin, la polarizzazione — si conosce istantaneamente la proprietà corrispondente della seconda. Questo non significa che viaggi un segnale più veloce della luce: il risultato di ogni singola misura resta imprevedibile, casuale, e nessuna informazione utile può essere trasmessa più rapidamente dei limiti imposti dalla relatività.
Ciò che è garantito è la correlazione fra i due esiti, non la possibilità di comunicare. È una distinzione sottile ma decisiva, che i test sulle disuguaglianze di Bell — premiati con il Nobel per la Fisica nel 2022 ad Alain Aspect, John Clauser e Anton Zeilinger — hanno confermato con un rigore sperimentale che ormai non lascia più spazio al dubbio: l'entanglement esiste, è reale, ed è già alla base di tecnologie concrete come la crittografia quantistica e i primi computer quantistici.
Due sistemi che sono stati in contatto restano, in un certo senso, un'unica entità anche quando appaiono distanti e indipendenti: la fisica lo dimostra a livello subatomico, con uno scrupolo sperimentale che non ammette scorciatoie.
È qui che la tentazione, per chi come me si muove tra pensiero orientale e ricerca contemporanea, diventa forte: leggere nell'entanglement una conferma scientifica di ciò che la Medicina Tradizionale Cinese insegna da millenni sulla natura relazionale del Qi, o di ciò che il Tao Te Ching intuiva quando descriveva un'unica matrice originaria da cui tutte le diecimila cose si separano solo in apparenza.
La tentazione è comprensibile, e non del tutto infondata come suggestione filosofica — ma qui è necessario, credo, esercitare la stessa onestà intellettuale che chiediamo alla scienza quando ci chiede di sospendere il giudizio davanti a ciò che non può ancora misurare.
L'entanglement verificato in laboratorio riguarda sistemi quantistici isolati, protetti dalla de-coerenza, mantenuti a temperature spesso prossime allo zero assoluto: non è la stessa cosa dell'affermare che due persone, o due organi del corpo, o l'operatore e il paziente durante un trattamento, siano “entangled” nel senso tecnico del termine.
Su questo punto la comunità scientifica resta, giustamente, molto cauta, e chi lavora nel campo del benessere integrato ha una responsabilità in più: usare il linguaggio della fisica come metafora feconda, non come certificato di autenticità.
Detto questo — e proprio perché lo abbiamo detto con chiarezza — resta uno spazio legittimo per la riflessione filosofica, uno spazio che il Tao Te Ching aveva aperto molto prima che Bell scrivesse le sue disuguaglianze.
Lao Tzu insegna che le diecimila cose nascono dall'Uno e all'Uno ritornano: la molteplicità che percepiamo con i sensi sarebbe una differenziazione apparente di ciò che, a un livello più profondo, resta indiviso. Zhuangzi, nel suo celebre sogno della farfalla, gioca proprio con questo confine incerto tra identità separate: chi sogna chi, se il confine tra i due non è mai stato così netto come credevamo?
Non sto suggerendo che i maestri taoisti avessero anticipato la meccanica quantistica — sarebbe un anacronismo intellettualmente disonesto — ma che entrambe le tradizioni, quella filosofica orientale e quella fisica occidentale più avanzata, arrivano a mettere in discussione la stessa premessa: l'idea che la separazione sia il dato fondamentale della realtà, e non piuttosto un'astrazione utile ma parziale.
Anche l'Huangdi Neijing, quando descrive il corpo come un microcosmo in risonanza costante con il macrocosmo celeste, non parla di organi isolati ma di una rete di corrispondenze in cui ogni parte riflette e influenza il tutto.
Giovanni Maciocia, traducendo questa visione per la clinica occidentale, ha sempre insistito su un punto che qui torna utile: il Qi non collega gli organi come fili elettrici collegano due lampadine, ma come una singola melodia attraversa strumenti diversi nella stessa orchestra — la separazione tra gli strumenti è reale, ma la melodia che li attraversa è una sola. È un'immagine più vicina, forse, a ciò che davvero l'entanglement suggerisce: non l'abolizione delle parti, ma il fatto che le parti, una volta state in relazione, portino con sé qualcosa dell'intero anche quando appaiono distanti.
Il risultato di ogni singola misura resta imprevedibile: è la correlazione tra le due misure a essere garantita, non la possibilità di comunicare — una precisione che vale la pena custodire proprio per non svuotare di rigore un'intuizione così affascinante.
Anche Carl Gustav Jung, negli ultimi anni della sua vita, intuì qualcosa di simile lavorando fianco a fianco con il fisico Wolfgang Pauli: il concetto di sincronicità, la coincidenza significativa tra un evento interiore e un evento esteriore privi di nesso causale diretto, nasce proprio da questo dialogo tra psicologia del profondo e fisica dei quanti.
Jung non pretendeva di aver dimostrato scientificamente la sincronicità — la presentava come ipotesi, come categoria complementare alla causalità, utile a descrivere fenomeni che la causalità da sola non spiega.
È lo stesso atteggiamento che, credo, dovremmo mantenere oggi verso l'entanglement quando lo portiamo fuori dal laboratorio: non prova, ma metafora feconda; non certificato scientifico del benessere olistico, ma invito a pensare la connessione come reale possibilità, non come sola proiezione.
Hildegard von Bingen, otto secoli prima di Jung e Pauli, aveva già intuito che ogni essere vivente partecipa a un'unica trama vitale — la viriditas — che attraversa il creato senza fermarsi ai confini dei singoli corpi.
E la Scuola Medica Salernitana, nel suo pragmatismo, non separava mai la cura del singolo organo dalla cura della persona intera, immersa a sua volta in un ambiente, in un tempo, in relazioni che la determinano più di quanto siamo abituati ad ammettere.
Forse la lezione più onesta che possiamo trarre dall'entanglement, tenendo ferma la differenza tra rigore fisico e suggestione filosofica, è proprio questa: la separazione netta tra le cose — tra organi, tra persone, tra chi cura e chi è curato — è spesso un'astrazione comoda più che una descrizione fedele della realtà. E se l'energia che non scorre imputridisce, come amo ripetere, forse è perché nulla, nemmeno a livello sottile, è mai stato davvero isolato dal resto.
È in questo spazio di ascolto e di connessione — reale, non magica, esercitata con rigore e non con scorciatoie — che si muove il lavoro dell'Origin Program, dove Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness dialogano proprio a partire da questa domanda: che cosa significa davvero prendersi cura di un sistema che non finisce ai confini della pelle?
Se il tema vi ha incuriosito, vi aspetto negli studi di Lomazzo e Buttrio per approfondirlo insieme, con la stessa cautela e la stessa curiosità con cui la fisica continua, ancora oggi, a interrogare l'entanglement.
Bibliografia
Zeilinger, A. (2021). Il velo di Einstein. La nuova fisica del mondo quantistico. Torino: Einaudi.
Rovelli, C. (2022). Helgoland. Milano: Adelphi.
Kaptchuk, T. J. (2023). Medicina cinese: la tela senza tessitore. Roma: Casa Editrice Astrolabio.
Maciocia, G. (2021). I fondamenti della Medicina Cinese. Milano: Edra.
Rochat de la Vallée, E. (2021). Il grande libro della medicina cinese. Torino: Jaca Book.
Jung, C. G., Pauli, W. (2021, nuova ed.). Sincronicità come principio di nessi causali. Torino: Bollati Boringhieri.
Citro Della Riva, M. (2025). Illusione. Viaggio nell'invisibile tra scienza e spiritualità. Milano: Sperling & Kupfer.
Bingen, H. von (2020). Il libro delle opere divine. Milano: San Paolo Edizioni.




