venerdì 16 ottobre 2026

L' orecchio del Rene: un vinile vi soccorrerà!

  



Il vinile come porta d'ascolto profondo, tra soglia domestica e radicamento dello Shen

C'è un momento, in autunno, in cui la casa smette di essere solo riparo e torna a essere rifugio. Le giornate si accorciano, i ritmi rallentano, e in molti sentono il bisogno di un gesto che li riporti dentro il corpo: estrarre un disco dalla custodia, posarlo sul piatto, accompagnare la puntina nel solco con la mano che trema appena. Non è nostalgia. È la ricerca, spesso inconsapevole, di un ascolto che non scorra via come le mille schede di uno schermo, ma resti, si depositi, faccia sedimento.

In Medicina Tradizionale Cinese l'orecchio non è un organo isolato: il Suwen insegna che il Rene “si apre” nell'orecchio, e che la qualità dell'udito riflette la ricchezza del Jing, l'essenza profonda che ci portiamo dalla nascita. Ascoltare bene, dunque, non è solo funzione sensoriale: è segno di radicamento, di un'energia ancestrale che non si è dispersa negli anni. Un orecchio che sa fermarsi su un suono, senza saltare al successivo, racconta una persona che ha ancora accesso alla propria profondità.

Il filosofo taoista Zhuangzi, nel capitolo sul “digiuno del cuore” (xin zhai), distingue tre livelli di ascolto. Il primo è l'ascolto dell'orecchio, che raccoglie suoni ma non li trattiene. Il secondo è l'ascolto della mente, che interpreta, giudica, confronta: è già un passo più vicino alla presenza, ma resta legato al pensiero. Il terzo è l'ascolto del Qi, uno stato di vuoto ricettivo in cui non si cerca più di capire il suono, ma ci si lascia attraversare da esso. È a questo terzo livello che allude, senza saperlo, chi si siede davanti al giradischi e lascia che il rumore di fondo, il fruscio, l'imperfezione del vinile diventino parte dell'esperienza invece che disturbo da eliminare.

Ascoltare, nel senso più antico del termine, non è funzione dell'orecchio soltanto: è la mente che si fa vuota per lasciarsi attraversare.

Il mobile che isola il giradischi dalle vibrazioni del pavimento, la poltrona con lo schienale basso pensata per non deviare il suono, la lampada che ritaglia un cono di luce calda lasciando il resto della stanza in penombra: ogni elemento di questa composizione domestica funziona, in termini energetici, come un confine vivo. È lo stesso principio che regola il Wei Qi, l'energia difensiva che in Medicina Tradizionale Cinese veglia sulla superficie del corpo e ne filtra gli scambi con l'esterno. Un angolo d'ascolto ben costruito replica in scala minore questa funzione: filtra il rumore del mondo, protegge il corpo che ascolta, e permette allo Shen — lo spirito, la mente cosciente che secondo la tradizione risiede nel Cuore — di posarsi invece di restare in superficie, disperso tra mille stimoli.

Non è un caso che la conservazione verticale dei dischi, la disposizione ordinata delle copertine, il gesto ripetuto di sfogliare una collezione richiamino un altro principio caro alla Scuola Medica Salernitana: la cura del proprio ambiente come parte della cura di sé. Il Regimen Sanitatis Salernitanum, secoli prima della neuroscienza contemporanea, ricordava che l'ordine intorno al corpo sostiene l'ordine dentro il corpo. Un archivio di vinili curato non è dunque un vezzo estetico, ma un piccolo esercizio quotidiano di manutenzione interiore.

Il paradosso della fruizione digitale è che promette infinita disponibilità e produce, spesso, il suo opposto: un ascolto che scivola via senza lasciare traccia, una playlist che scorre mentre la mente è altrove, occupata a fare tre cose insieme. È l'immagine, cara a questa rubrica, dell'acqua che non corre e fete: un flusso che sembra continuo ma che, privo di direzione e di sosta, ristagna invece di nutrire. Il rito del vinile inverte la logica: rallenta il flusso apposta, lo rende scarso e prezioso — un lato per volta, venti minuti per volta — e proprio in questa scarsità restituisce all'ascolto la capacità di nutrire, di lasciare deposito, di far crescere quella che Ildegarda di Bingen chiamava viriditas, la forza verde e vitale che anima ciò che è curato con attenzione.

Carl Gustav Jung avrebbe forse riconosciuto in questo gesto un piccolo atto di individuazione: non l'accumulo compulsivo di stimoli, ma la scelta consapevole di un oggetto, di un tempo, di un rito che appartiene solo a chi lo compie. In un'epoca che spinge verso la dispersione, ritagliarsi un angolo della casa dedicato all'ascolto profondo è una forma di resistenza gentile — e, in fondo, di cura.

Un lato per volta, venti minuti per volta: nella scarsità del rito, l'ascolto torna a nutrire invece di scorrere via.

Se anche a te capita di sentire che il rumore del mondo entra in casa senza filtro, che l'attenzione scivola prima ancora di posarsi, il percorso Origin Program nasce proprio per ricostruire — con strumenti di Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness — quella capacità di ascolto profondo che ogni giorno rischiamo di perdere.

Ti aspettiamo negli studi di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD) per un primo colloquio conoscitivo: a volte basta un'ora di ascolto vero per ricordare come si fa.

Bibliografia

G. Maciocia, The Foundations of Chinese Medicine, Elsevier.

Zhuangzi, Nan Hua Jing, cap. IV (“Il mondo degli uomini”), trad. it. varie.

C.G. Jung, Opere, in particolare i volumi dedicati al processo di individuazione.

Hildegard von Bingen, Physica e Scivias, sul concetto di viriditas.

Scuola Medica Salernitana, Regimen Sanitatis Salernitanum.

Recording Industry Association of America (RIAA), Year-End Music Industry Revenue Report 2023: il vinile supera per il secondo anno consecutivo le vendite di CD negli Stati Uniti.

Tesi di laurea, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2024-2025: progettazione di un sistema per la ritualità dell'ascolto in vinile, tra gesto, materia e memoria.

Atelier Article, “The Return of Physical Media: Books, Records & Rituals”, su rituali quotidiani e ritorno al fisico nella cultura digitale contemporanea.

martedì 13 ottobre 2026

La lenta anestesia: quando smettiamo di sentire la mancanza

 



 

Quando è stata l’ultima volta che qualcosa ti ha davvero scandalizzato? Non irritato, non infastidito: scandalizzato, nel senso antico di inciampare in una pietra e fermarsi. Se fai fatica a ricordarlo, forse il problema non è che il mondo sia peggiorato di colpo. Forse è che, goccia dopo goccia, ci siamo abituati.

Federico Quaranta ha scritto sulla sua pagina facebook un pezzo bellissimo (che condivido appieno)  su quella che chiama la normalizzazione dell’inaccettabile, e questo post nasce come eco di quella riflessione, a cui va riconosciuta la fonte di ispirazione.

La sua tesi è semplice e scomoda: la normalizzazione non rende normale ciò che è aberrante, lo rende soltanto familiare. L’arroganza scambiata per carattere, la volgarità per sincerità, la prepotenza per determinazione. Non è la scomparsa improvvisa dei valori, ma la loro lenta anestesia. Una civiltà, scrive, decade quando smette di sentire la mancanza di ciò che ha perso.

Il contrario della barbarie non è il progresso tecnologico. È la coscienza.

Da chi come me lavora ogni giorno sul benessere della persona, questa diagnosi suona dolorosamente familiare.

Nella medicina tradizionale cinese l’anestesia non è un concetto astratto: è un quadro clinico. Quando il Shen, la coscienza che dimora nel Cuore, non è più radicato, la percezione si ottunde. Il Huangdi Neijing descrive il Cuore come il sovrano che governa le funzioni di tutto l’organismo: se il sovrano è offuscato, i ministri smettono di distinguere: non si perde il senso del giusto per una scelta, lo si perde per un annebbiamento graduale, che dall’interno sembra quiete.

C’è poi l’immagine che accompagna il nostro lavoro da anni: acqua che non corre, fete. Un’abitudine che non viene più messa in questione è acqua ferma. Ciò che un tempo ci faceva sobbalzare, e che la ripetizione ha reso paesaggio, smette di circolare nella coscienza e vi ristagna. Il Qi stagnante genera tensione, irritabilità, rigidità; la coscienza stagnante genera cinismo, la forma sociale della stasi. Non a caso l’indifferenza, che Quaranta indica come sostituta dell’indignazione, è il sintomo di una circolazione interrotta, non di una forza ritrovata.

Il Tao Te Ching avverte che quando il grande Tao viene abbandonato, compaiono la benevolenza e la rettitudine: le virtù si invocano quando il fondamento si è già perso. E Zhuangzi, con la sua ironia, ricorda che chi segue la corrente senza interrogarla non si accorge più di essere bagnato. L’abitudine, in questa lettura, non è neutra: è un’acqua in cui si impara a respirare finché non si dimentica che si poteva stare all’asciutto.

Jung chiamava ombra ciò che rifiutiamo di guardare in noi stessi, e avvertiva che ciò che non viene reso cosciente si manifesta come destino. Una collettività che applaude la sopraffazione, banalizza l’insulto e consuma la sofferenza altrui come intrattenimento sta proiettando fuori la propria ombra, per poi chiamarla “realtà dei fatti”. Il percorso di individuazione comincia esattamente dove la normalizzazione finisce: nel momento in cui torniamo a sentire che questo non va bene, anche se tutti intorno a noi dicono il contrario. 

Eppure la medicina antica non si limita alla diagnosi. Il Regimen Sanitatis Salernitanum prescriveva il benessere come regola quotidiana, fatta di misura, sobrietà e gesti ripetuti con consapevolezza: non grandi rivoluzioni, ma disciplina gentile. E Hildegard von Bingen parlava di viriditas, la forza verde che rinnova ciò che sembra inaridito. La coscienza, come un corpo, si cura con piccole pratiche: scegliere di non ridere alla battuta crudele, di non condividere l’insulto, di dire ad alta voce “questo non è normale”. Riconoscere la differenza tra ciò che è lecito e ciò che è giusto, tra ciò che è popolare e ciò che è degno, è un esercizio che si allena come un muscolo. 

La domanda con cui Quaranta chiude il suo testo, quanto ancora siamo disposti ad accettare prima di non riconoscere più ciò che siamo diventati, merita di restare aperta. Lo stupido è chi lo stupido fa, ricordava Forrest Gump con una semplicità che non è ingenuità: il giudizio non è nelle apparenze, ma nelle azioni di ciascuno.

Se senti che l’abitudine ha intorpidito qualcosa in te, se vuoi tornare a distinguere il rumore dal segnale e a radicare il tuo Shen riflettici: a volte basta un piccolo gesto di attenzione per far ricircolare ciò che l’abitudine aveva fermato.



Bibliografia

Quaranta, F., La normalizzazione dell’inaccettabile, testo di riflessione (fonte di ispirazione del presente articolo) facebook, pagina di Federico Quaranta

Han, B.-C., Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete, Einaudi, 2023.

Han, B.-C., Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, Einaudi, 2022.

Unschuld, P. U., Tessenow, H., Huang Di Nei Jing Su Wen, University of California Press, 2011.

Jung, C. G., Aion. Ricerche sul simbolismo del Sé (Opere, vol. 9/II), Bollati Boringhieri.

Nota: i testi classici (Tao Te Ching, Zhuangzi, Neijing, Regimen Sanitatis, Hildegard) precedono per natura il 2020.

venerdì 9 ottobre 2026

Tech neck (sindrome cervicale da smartphone):

  



Alla fermata dell'autobus, in coda alla cassa, persino a tavola: migliaia di teste chinate sullo stesso angolo, gli occhi puntati su un rettangolo di luce, il mento che scivola verso il petto. È un gesto talmente diffuso da essere diventato invisibile, eppure il corpo lo registra ogni volta come una piccola sottomissione alla gravità. I fisioterapisti lo chiamano tech neck, sindrome cervicale da smartphone: dolore, rigidità, cefalea, a volte formicolii che scendono lungo le braccia. Ma prima di essere una diagnosi, il tech neck è un'abitudine posturale che qualcosa, nel corpo, sta già segnalando da tempo.

Il tech neck descrive l'insieme dei disturbi legati alla flessione prolungata del capo in avanti durante l'uso di smartphone, tablet e computer: perdita della curva cervicale fisiologica, tensione dei muscoli del collo e delle spalle, mal di testa tensivo, affaticamento visivo, nei casi più marcati compressione delle radici nervose con formicolio alle mani. Colpisce lavoratori d'ufficio, gamer e, sempre più spesso, adolescenti che trascorrono ore quotidiane con lo sguardo rivolto verso il basso. Non è una moda mediatica: è l'effetto cumulativo di migliaia di micro-flessioni ripetute ogni giorno, che il corpo non ha ancora imparato a compensare.

Nella Medicina Tradizionale Cinese la colonna cervicale è attraversata dal Du Mai, il Vaso Governatore, che raccoglie e distribuisce il puro Yang verso l'alto, fino al punto Baihui sulla sommità del capo. È la via lungo la quale l'energia si solleva, si schiarisce, raggiunge la mente. Un collo cronicamente flesso in avanti non è soltanto un problema meccanico: è una postura che ostacola fisicamente la risalita dello Yang, comprimendo il tragitto stesso lungo cui l'energia dovrebbe fluire libera verso l'alto. Non stupisce che chi convive a lungo con il tech neck lamenti, oltre al dolore, anche annebbiamento mentale e difficoltà di concentrazione: il sintomo fisico e quello cognitivo nascono dalla stessa postura chiusa.

Un collo che non guarda più in alto è un corpo che ha smesso, per qualche ora al giorno, di aspettarsi qualcosa dall'orizzonte.

Il meridiano di Vescica scende lungo la nuca e la schiena, ed è tra i primi a manifestare la rigidità posturale accumulata nell'arco della giornata: è per questo che il tech neck raramente resta confinato al collo, ma si irradia verso le spalle e la parte alta della schiena. Trattandosi di un meridiano Taiyang, legato alla prima difesa del corpo, la sua tensione cronica segnala spesso un sistema che resta in allerta più a lungo del necessario — lo stesso stato di ipervigilanza a bassa intensità che accompagna l'uso compulsivo dello smartphone, fatto di notifiche, aspettativa, controllo continuo.

La postura fissa davanti a uno schermo, unita al flusso ininterrotto di stimoli visivi, disperde lo Shen verso l'esterno invece di lasciarlo radicato nel Cuore: da qui la sensazione, tanto comune quanto poco nominata, di essere ovunque tranne che nel proprio corpo. A questo si aggiunge il ristagno di Qi di Fegato tipico di ogni immobilità prolungata: acqua che non corre, fete, si dice nella cornice che guida il nostro lavoro clinico, e un corpo tenuto fermo e piegato per ore è esattamente acqua che non corre. La tensione cervicale, in questa lettura, non è che la superficie visibile di un ristagno più ampio.

Non si tratta di eliminare la tecnologia, ma di restituire al corpo i movimenti che la postura da schermo gli sottrae. Alzare periodicamente lo sguardo verso un punto lontano rialza fisicamente il mento e allenta la pressione sul Du Mai. Alternare, ogni venti-trenta minuti, una breve estensione del collo e un'apertura delle spalle interrompe la staticità che alimenta il ristagno di Fegato. Portare lo schermo all'altezza degli occhi, invece che gli occhi all'altezza dello schermo, è un gesto semplice quanto raramente praticato.

Nel percorso Origin Program integriamo questi accorgimenti posturali con tecniche di mindfulness e trattamenti mirati a sciogliere le tensioni lungo Vescica e Du Mai, restituendo al collo — e allo sguardo — la libertà di tornare verso l'alto.

Se avverti tensione cronica al collo e alle spalle, cefalea ricorrente o semplicemente la sensazione di non riuscire più a staccare lo sguardo dal basso, puoi prenotare una consulenza presso lo studio di Lomazzo (CO) o quello di Buttrio (UD). Il percorso Origin Program integra Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness per lavorare non solo sul sintomo, ma sull'abitudine posturale ed energetica che lo genera. Scrivici per fissare il primo colloquio: a volte basta imparare di nuovo a guardare in alto.


Bibliografia

Kang C., citato in "Millenials generazione di gobbi", RSI, 2020.

Top Doctors Italia, "Effetto Tech-Neck: rischi dell'uso smodato dello smartphone", 2021.

Maciocia G., I fondamenti della Medicina Cinese, 4ª edizione italiana, Edra, 2021.

Rochat de la Vallée É., Il grande libro della Medicina Cinese, nuova edizione, Jaca Book, 2022.

David D. et al., "Text neck syndrome in children and adolescents", International Journal of Environmental Research and Public Health, aggiornamento 2021.

Neupane S. et al., "Text neck syndrome: systematic review", Studia Prawnicze KUL / riedizioni cliniche, 2022.

martedì 6 ottobre 2026

Perdere in fretta, perdere due volte: partiamo dai...capelli

  


  

Negli ultimi mesi il bagno di molte donne si è arricchito di un rituale non previsto: contare le ciocche che restano nello scarico della doccia, proprio mentre l'ago della bilancia finalmente scende. iO Donna lo ha raccontato bene, in un approfondimento dedicato ai farmaci dimagranti e alla caduta dei capelli: quello che le pazienti sussurravano da mesi ai dermatologi ha oggi un nome clinico e una letteratura che lo conferma. Si può perdere peso e, insieme, perdere qualcos'altro.

Gli studi più recenti condotti su larga scala — tra cui una ricerca dell'Università della Pennsylvania condotta su circa dodicimila persone e pubblicata sul BMJ, e una meta-analisi apparsa su Science Progress su oltre ottantamila partecipanti — mostrano un'associazione consistente tra i farmaci GLP-1 (semaglutide, tirzepatide) e un aumento del rischio di alopecia non cicatriziale, soprattutto alle dosi più alte usate per il dimagrimento e nelle persone già predisposte. Il meccanismo individuato dai ricercatori non è tossico, ma metabolico: si chiama telogen effluvium, ed è la conseguenza di uno stress fisiologico acuto — il calo calorico rapido, la carenza improvvisa di proteine, ferro, zinco — che spinge in massa i follicoli dalla fase di crescita a quella di riposo, con caduta diffusa due o quattro mesi dopo.

La medicina cinese classica racconta la stessa dinamica con un altro linguaggio, ma con una precisione che sorprende. Nel Huangdi Neijing il capello è descritto come “il fiore del Sangue” ed è, allo stesso tempo, un'espressione periferica dell'Essenza del Rene, lo Jing: la riserva più profonda e più preziosa del corpo, quella su cui si fonda ogni altra funzione vitale. Quando il corpo entra in una condizione di urgenza — una malattia, una gravidanza, un digiuno forzato, oggi anche un farmaco che impone un calo di peso più rapido di quanto l'organismo sappia gestire — l'energia si ritira verso il centro, verso gli organi che garantiscono la sopravvivenza, e abbandona per prima la periferia. Il capello, non essenziale alla vita immediata, è tra le prime strutture a essere sacrificate. È esattamente ciò che la dermatologia contemporanea descrive quando parla di “risorse dirottate altrove”: due discipline, distanti nei secoli e nel linguaggio, che osservano lo stesso fenomeno.

Non è flusso ciò che scorre soltanto in fretta: è flusso ciò che scorre in armonia. L'acqua che non corre, fete — ma anche l'acqua spinta con troppa forza erode la sponda invece di nutrirla.

È qui che il pensiero di Formazionezero prova ad aggiungere qualcosa al referto clinico. La cultura del dimagrimento rapido racconta il corpo grasso come acqua ferma, stagnante, da far scorrere a ogni costo — e i nuovi farmaci promettono esattamente questo: sbloccare, far fluire, far scendere il numero sulla bilancia in poche settimane. Ma non ogni flusso è salute. C'è un flusso che nasce dal ritmo interno, dalla lenta armonia che il Regimen Sanitatis della Scuola Salernitana e la viriditas di Hildegard von Bingen chiamavano vitalità, e c'è un flusso imposto dall'esterno, che scorre sì, ma alla velocità sbagliata: e l'acqua che scorre troppo in fretta non nutre la sponda, la erode. Il capello che cade non è un effetto collaterale trascurabile: è il modo in cui il corpo comunica che la velocità del cambiamento ha superato la sua capacità di adattamento.

Non si tratta di rinunciare agli strumenti della medicina convenzionale, che restano preziosi e talvolta necessari, quanto di non lasciarli soli. Nella pratica dell'Origin Program, quando una persona affronta un dimagrimento sostenuto farmacologicamente, il lavoro si concentra sul sostenere Sangue e Jing perché la struttura regga il cambiamento: attenzione mirata all'alimentazione nella fase di calo, ascolto del segnale che il corpo manda attraverso pelle, unghie e capelli, accompagnamento con la Medicina Tradizionale Cinese e la Mindfulness per non vivere la perdita di peso come una guerra contro il proprio corpo, ma come una trasformazione che il corpo stesso deve poter attraversare senza smarrire la propria radice.

Se la bilancia scende e insieme scendono i capelli, non è il momento di allarmarsi in silenzio né di interrompere una terapia prescritta senza parlarne con chi l'ha prescritta: è il momento di ascoltare quello che il corpo sta effettivamente dicendo, e di darsi il tempo — quello vero, non quello del farmaco — per attraversare il cambiamento senza restare vuoti.

Se stai affrontando un percorso di dimagrimento, farmacologico o meno, e senti che qualcosa nel tuo equilibrio si è indebolito, l'Origin Program di Formazionezero può accompagnarti a ritrovare la radice mentre il corpo cambia. Scrivici per una prima consulenza presso lo studio di Lomazzo (CO) o quello di Buttrio (UD): il cambiamento più duraturo è quello che rispetta il tuo ritmo.

 

Bibliografia

Tang H. et al., “GLP-1 receptor agonists and risk of alopecia”, studio di coorte su pazienti Penn Medicine, sintesi su Healio, 2026.  https://www.healio.com/news/dermatology/20260731/glp1-therapy-associated-with-hair-loss-in-people-with-type-2-diabetes

“Scientists uncover strange effect Ozempic might have on your hair”, sintesi dello studio pubblicato sul BMJ, Gizmodo, 2026.  https://gizmodo.com/scientists-uncover-strange-effect-ozempic-might-have-on-your-hair-2000789484

Gupta et al., meta-analisi su 24 trial, Science Progress, sintesi in “Does Ozempic Cause Hair Loss? The Science Says Yes”, Clinical Nutrition Center, 2026.  https://www.clinicalnutritioncenter.com/research/does-ozempic-cause-hair-loss-the-science-says-yes-heres-what-to-do

“GLP-1s and hair loss: study finds new link”, con il commento della dermatologa Paradi Mirmirani, NewsNation, 2026.  https://www.koin.com/news/glp-1s-and-hair-loss-study-finds-new-link/amp/

“Caduta dei capelli, ecco i 14 farmaci che possono causarla (e cosa fare per evitarla)”, Il Messaggero, 2026.  https://www.ilmessaggero.it/salute/focus/caduta_capelli_farmaci_da_evitare_cosa_fare-9512640.html

iO Donna, “Farmaci per dimagrire e caduta dei capelli: le cause e cosa fare”, 22 settembre 2026.  https://www.iodonna.it/benessere/salute-e-psicologia/2026/09/22/farmaci-dimagrire-caduta-capelli-cause-cosa-fare/

venerdì 2 ottobre 2026

Il rosmarino sulla soglia



Perché un vaso vicino alla porta di casa non è solo decorazione: la pianta della memoria, la soglia come confine vivo e la Wei Qi che ogni giorno decide cosa lasciar entrare

C'è un gesto che si ripete da secoli, sopravvissuto a ogni moda dell'arredamento: un vaso di rosmarino accanto alla porta di casa. Nessuno ce lo insegna davvero, eppure quasi tutti, prima o poi, lo facciamo.

Lo racconta bene un articolo apparso su greenMe, che ripercorre un'antica tradizione mediterranea: un rametto o una pianta di rosmarino posti accanto all'ingresso, sul balcone, vicino al cancello, come gesto legato a protezione, memoria e buon auspicio. La soglia di casa, spiega l'articolo, non è mai stata considerata un punto qualsiasi: è il confine tra dentro e fuori, il luogo del passaggio, dove si lascia entrare ciò che si desidera accogliere e si tiene lontano ciò che può disturbare la tranquillità della famiglia.

Nel mondo contadino il rosmarino non aveva solo valore decorativo: cresceva facilmente vicino alle abitazioni, era parte della vita domestica, entrava ogni giorno in cucina. Le sue foglie sempreverdi, il profumo intenso, la resistenza alle stagioni lo hanno reso nel tempo un simbolo di cura e di protezione della casa. Non stupisce che comparisse anche nei matrimoni di tradizione contadina, come segno di continuità e di legame: una pianta che non appassisce mai, testimone silenziosa di un patto che si vuole far durare.

Il legame più profondo, forse, è quello con la memoria. Il profumo del rosmarino resta a lungo sulle mani e negli ambienti, e proprio questa persistenza ha contribuito al suo valore simbolico: ricordo, fedeltà, momenti importanti della vita familiare. Non è solo suggestione: alcuni studi hanno indagato il legame tra il suo aroma e le prestazioni cognitive, osservando come il 1,8-cineolo, uno dei composti volatili dell'olio essenziale, si associ a un miglioramento delle prestazioni di memoria e attenzione. Una revisione sistematica più recente ha confermato, su modelli animali, un effetto di potenziamento cognitivo attribuibile ai principi attivi della pianta.

Chi lavora con la medicina tradizionale cinese riconosce in questo gesto qualcosa che va oltre la superstizione popolare. Il corpo ha una propria soglia: si chiama Wei Qi, l'energia difensiva che scorre appena sotto la pelle e decide, momento per momento, cosa lasciar entrare e cosa tenere fuori. È la prima linea di confine tra l'organismo e ciò che lo circonda, il corrispettivo energetico esatto di una porta di casa: non un muro rigido, ma un filtro vivo, capace di aprirsi e di richiudersi secondo necessità.

Mettere una pianta di protezione accanto alla porta è, in questa lettura, un gesto che rispecchia verso l'esterno un compito che il corpo svolge ogni giorno verso l'interno. Ed è forse per questo che l'istinto sopravvive intatto attraverso i secoli: non custodisce solo la casa, ma ricorda a chi vi abita che ogni soglia — fisica o energetica — va riconosciuta, curata, tenuta viva.

Una soglia non protegge perché è chiusa. Protegge perché sa quando aprirsi.

C'è un dettaglio pratico, nell'articolo di greenMe, che dice più di quanto sembri: il rosmarino in vaso soffre se lasciato con ristagni nel sottovaso, perché le radici non tollerano l'umidità prolungata. È un avvertimento che vale anche fuori dal linguaggio del giardinaggio. Acqua che non corre, fete: lo stesso principio vale per un confine, per una soglia, per una Wei Qi lasciata a se stessa. Se il gesto di protezione si trasforma in automatismo — un vaso lì, dimenticato, senza più cura — smette di proteggere davvero. Il guardiano, per restare tale, ha bisogno di essere guardato a sua volta.

Anche il Regimen Sanitatis Salernitanum, il trattato medievale che per secoli ha insegnato a conservare la salute, non affidava la cura del corpo a un gesto isolato, ma a piccole pratiche quotidiane, ripetute con costanza. La pianta accanto alla porta funziona allo stesso modo: non è un amuleto che agisce da solo, ma un promemoria che chiede, ogni giorno, di essere rinnovato — con un po' d'acqua, con un po' di attenzione, con la presenza di chi lo ha messo lì.


Se questo articolo ti ha fatto pensare a un confine — in casa, in una relazione, dentro di te — che da tempo non ricevi più attenzione, l'Origin Program  lavora proprio su questo: riconoscere dove la Wei Qi si è indebolita e accompagnarla a tornare vigile. 

Prenota una prima consulenza presso lo studio di Lomazzo (CO) o quello di Buttrio (UD): scrivimi attraverso i contatti del blog o del sito paologbianchi.com per fissare un incontro.

Bibliografia

“Perché dovresti mettere una pianta di rosmarino vicino alla porta di casa”, greenMe.it, settembre 2026.

Hussain, S.M., Syeda, A.F., Alshammari, M. et al., “Cognition enhancing effect of rosemary (Rosmarinus officinalis L.) in lab animal studies: a systematic review and meta-analysis”, Brazilian Journal of Medical and Biological Research, 2022, DOI: 10.1590/1414-431X2021e11593.

Moss, M., Oliver, L., “Plasma 1,8-cineole correlates with cognitive performance following exposure to rosemary essential oil aroma”, Therapeutic Advances in Psychopharmacology, 2012 (riferimento storico fondativo).

Huangdi Neijing, Suwen — sul concetto di Wei Qi e la sorveglianza energetica di superficie.

Regimen Sanitatis Salernitanum, Scuola Medica Salernitana.

G. Maciocia, I fondamenti della Medicina Cinese, per i riferimenti a Qi e Wei Qi.

martedì 29 settembre 2026

Potare non è dimenticare

  




Una conduttrice televisiva dichiara di non ricordare quasi nulla dei suoi primi venticinque anni di vita, e lo racconta come una scelta: avrebbe fatto "pruning", potatura, per lasciare spazio a nuove emozioni. La frase ha acceso una domanda che in molti si portano dentro da tempo, anche senza saperlo formulare: si può davvero decidere di dimenticare? E soprattutto — vale la pena provarci?

Lo psichiatra Giovanni Migliaresi, direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell’Asst di Pavia, interpellato sulla vicenda, ha riportato la faccenda entro i suoi confini reali. Il pruning esiste, è reale, è un meccanismo neurobiologico documentato. Ma non cancella venticinque anni. E soprattutto non è una tecnica che si sceglie di attivare: è qualcosa che il cervello fa da solo, da sempre, in silenzio.

Il sistema nervoso, spiega Migliaresi, lavora su due polarità. Una espansiva, che costruisce nuove connessioni sinaptiche a ogni esperienza significativa. Una regressiva, che taglia i collegamenti inutilizzati o poco utili: è questa la potatura, il pruning. Non è un difetto del sistema, è la sua intelligenza. Un cervello che conservasse ogni connessione formata in una vita non diventerebbe più capace: diventerebbe irrecuperabile, sommerso dal proprio stesso rumore.

La ricerca sullo sviluppo cerebrale colloca il momento di massima attività di potatura nell’adolescenza, fra i tredici e i ventidue-venticinque anni: non a caso proprio la fascia d’età di cui la conduttrice diceva di non ricordare nulla. È il periodo in cui la corteccia prefrontale si rimodella più intensamente, eliminando le connessioni sinaptiche in eccesso per rendere i circuiti più efficienti. Non è cancellazione: è selezione. I ricordi ad alto impatto restano incisi; ciò che non ha lasciato traccia significativa, semplicemente, non viene conservato. Dimenticare, in questo senso, non è un fallimento della memoria. Ne è una funzione.

Non ricordiamo tutto non perché la memoria sia debole, ma perché è selettiva per intelligenza, non per difetto.

C’è però un secondo livello della domanda, più utile del primo: come si fa, concretamente, a "fare spazio" nella mente quando ci si sente sommersi? Qui Migliaresi introduce una distinzione che vale la pena tenere a mente. Il cervello alterna un funzionamento di risposta agli stimoli esterni e un funzionamento autonomo, il cosiddetto default mode network, che si attiva quando gli stimoli si riducono — nella noia, nel rilassamento, nel vuoto apparente. È in quello stato, non nell’iperattività produttiva, che la mente riordina, integra, consolida. Viviamo in una società che ha quasi abolito il default mode: ogni pausa viene riempita da uno schermo, ogni silenzio da un contenuto. E la mente, privata del suo tempo di risposta autonoma, non riesce più a fare la sua parte di lavoro interno.

È un’osservazione che la tradizione contemplativa aveva già, con parole diverse. Il vuoto — lo śūnyatā buddhista, il wu taoista — non è assenza, è capacità. Un vaso è utile per lo spazio che non occupa, scrive Lao Tzu: è il vuoto al centro della ruota, non il mozzo, a permetterle di girare. La mente iperstimolata è una ruota piena, un vaso colmo fino all’orlo: non ha più dove accogliere. Il resting state di cui parla la neurobiologia contemporanea e il vuoto della tradizione taoista indicano, con linguaggi lontani duemilacinquecento anni, lo stesso spazio funzionale.

La Medicina Tradizionale Cinese osserva un fenomeno molto simile parlando dello Shen, la coscienza-spirito che risiede nel Cuore. Lo Shen ha bisogno di radicamento per restare lucido e presente; quando è costantemente sollecitato dall’esterno — troppi stimoli, troppe informazioni, troppa scelta — tende a disperdersi verso la periferia, come una fiamma esposta a troppe correnti d’aria. Non si spegne, ma vacilla: ne nascono l’irrequietezza, l’insonnia, la sensazione di non riuscire più a "stare" in un solo pensiero. Radicare lo Shen, nella pratica clinica cinese, significa esattamente ciò che Migliaresi chiama resting state: ridurre lo stimolo, non aggiungere tecnica.

Ed è qui che il pruning neurale e il lavoro energetico si incontrano senza sovrapporsi. Non serve una "tecnica per cancellare i ricordi" — non esiste, e chi la promette mente. Serve un ambiente che permetta al cervello di fare ciò che sa già fare da solo: alternare stimolo e riposo, come lo yin alternato allo yang, come l’inspiro all’espiro. Meditazione, yoga, attività fisica regolare, pause reali dai social — le stesse indicazioni che chiude l’articolo di partenza — non sono discipline aggiuntive da inserire nell’agenda. Sono il permesso, dato al sistema nervoso, di tornare a fare la manutenzione che gli spetta.

Non si svuota la mente aggiungendo un’altra pratica. Si svuota togliendo ciò che la tiene sempre accesa.

Resta un punto che vale la pena dire con chiarezza, perché la narrazione del "pruning volontario" rischia di alimentare un’illusione pericolosa: quella del passato come qualcosa da cancellare invece che da integrare. Jung avrebbe riconosciuto in questa fantasia una vecchia tentazione — separare il sé che si preferisce dal sé che si vorrebbe dimenticare. Non funziona nella psiche più di quanto funzioni nella neurobiologia. Ciò che è stato vissuto profondamente lascia traccia; ciò che si tenta di rimuovere senza attraversarlo tende, semmai, a tornare travestito da sintomo. L’amnesia selettiva che la psichiatria riconosce per eventi traumatici non è una scelta: è una difesa, e ha un costo.

La saggezza, sia neurobiologica sia contemplativa, non sta nel cancellare. Sta nel lasciare che il sistema faccia la sua potatura naturale — quella lenta, involontaria, quotidiana — creando le condizioni perché possa farla: meno rumore, più silenzio scelto, più spazio non riempito. Non un colpo di spugna sui primi venticinque anni. Una manutenzione, ogni giorno, di ciò che serve ancora e di ciò che può lasciarsi andare da solo.

Se ti riconosci nella sensazione di mente satura — troppi pensieri, troppo rumore, la difficoltà di trovare uno spazio realmente vuoto nella giornata — il lavoro non comincia con una tecnica in più. Comincia con l’osservazione di dove lo Shen si sta disperdendo e di quali stimoli, nella tua giornata, non ti stanno lasciando mai davvero fermo. Nel percorso Origin Program il lavoro su mente e sistema nervoso unisce Medicina Tradizionale Cinese, counseling olistico e mindfulness per restituire al corpo i suoi tempi naturali di stimolo e riposo, senza promettere scorciatoie che la neurobiologia non conosce.

Prenota un colloquio conoscitivo presso lo studio di Lomazzo (CO) o quello di Buttrio (UD), oppure scrivimi per una prima valutazione a distanza. Prima di cercare come "fare spazio", vale la pena capire che cosa lo sta occupando.


Bibliografia e fonti

Murina E., «Cos’è il pruning, lo psichiatra Migliaresi: “Memoria non si cancella, la mente si libera con meno stimoli”», intervista al dott. Giovanni Migliaresi (Asst Pavia), Fanpage.it, 20 settembre 2026.

Selemon L.D., «A role for synaptic plasticity in the adolescent development of executive function», Translational Psychiatry, 3, 2013, e238 (dati sulla cronologia della potatura sinaptica ripresi nelle review più recenti sul tema).

de Miguel M., «Deficient synaptic pruning could explain mental health disorders during adolescence», Bioworld / studio Università di Cambridge e Fudan University, aprile 2023.

Gonzalez-Burgos G., Miyamae T., Nishihata Y., Krimer O.L., Lewis D.A., «Strength of excitatory inputs to layer 3 pyramidal neurons during synaptic pruning in the monkey prefrontal cortex», Biological Psychiatry, 2023.

Chafee M.V., Averbeck B.B., «Unmasking schizophrenia: synaptic pruning in adolescence reveals a latent physiological vulnerability in prefrontal recurrent networks», Biological Psychiatry, 92(6), 2022, pp. 436-439.

Lao Tzu, Tao Te Ching, cap. XI, sull’utilità del vuoto.

Huangdi Neijing Lingshu, capitoli sullo Shen e sulla sua dimora nel Cuore (ed. it. di riferimento, Casa Editrice Ambrosiana).

Rochat de la Vallée E., scritti sullo Shen e sul radicamento della coscienza nella tradizione medica cinese.

Maciocia G., I fondamenti della medicina cinese, Edra, Milano.

Jung C.G., Opere, vol. IX*, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino, sull’integrazione del passato rispetto alla sua rimozione.

 

Nota: questo articolo ha finalità informative e formative. Non sostituisce la diagnosi né la terapia medica o psichiatrica. In presenza di amnesie significative, difficoltà persistenti di memoria o sospetto di eventi traumatici non elaborati, è necessario rivolgersi al proprio medico o a un professionista della salute mentale.

venerdì 25 settembre 2026

il capodanno di settembre e l’arte autunnale di lasciare andare


    

Hai comprato l’agenda. Quella con la copertina rigida, le pagine spesse, il nastrino segnalibro. L’hai aperta a metà settembre con un gesto quasi cerimoniale e hai scritto, nella prima pagina bianca, l’elenco di chi diventerai: palestra tre volte a settimana, zuccheri ridotti, inglese ripreso, quel corso finalmente iniziato, meno ore sul telefono, più ore con chi conta. Il primo settembre non è successo niente di oggettivo. Eppure ti sei sentito autorizzato. Come se il calendario avesse firmato un condono.

La psicologia delle decisioni ha un nome per questa sensazione, e non è un nome consolatorio: fresh start effect. Nel 2014 Hengchen Dai, Katherine Milkman e Jason Riis hanno documentato su Management Science che in corrispondenza di certe soglie temporali — l’inizio di una settimana, di un mese, di un semestre, un compleanno, il rientro dalle vacanze — le persone avviano con più facilità comportamenti orientati a un obiettivo. Le ricerche sulla dieta aumentano, le palestre si riempiono, gli impegni presi con sé stessi si moltiplicano. Il meccanismo è di contabilità mentale: il marcatore temporale separa un capitolo dal successivo, archivia i fallimenti nel periodo precedente e ci concede uno sguardo dall’alto sulla nostra vita.

In Italia e in Europa settembre funziona meglio di gennaio. Sono decenni di campanelle, di quaderni nuovi, di estati che finiscono: la soglia è incisa nel corpo prima ancora che nella testa. E arriva con un vantaggio che gennaio non ha — una riserva di riposo ancora intatta.

Il calendario può abbassare la soglia per cominciare. Non può accompagnarti fino a novembre.

Il problema è che quella spinta ha una scadenza breve. Dopo dieci giorni settembre smette di essere territorio inesplorato e torna a contenere imprevisti, stanchezza, riunioni, raffreddori, ritardi. L’io nuovo comincia ad assomigliare in modo imbarazzante a quello vecchio, e il progetto sovradimensionato entra in collisione con il tempo realmente disponibile. Lally e colleghi hanno stimato che un comportamento diventa automatico in media dopo sessantasei giorni, con una variabilità che va da diciotto a duecentocinquantaquattro. Sessantasei giorni dal primo settembre significa novembre inoltrato: molto oltre la durata dell’entusiasmo.

C’è poi un dettaglio che la divulgazione dimentica quasi sempre, e che vale da solo il prezzo dell’articolo. In uno studio successivo, pubblicato nel 2018 su Organizational Behavior and Human Decision Processes, la stessa Hengchen Dai ha mostrato che il reset è un’arma a doppio taglio. Azzerare simbolicamente il proprio contatore aumenta autoefficacia e motivazione quando si viene da un periodo andato male. Ma quando il periodo precedente era andato bene, lo stesso azzeramento riduce la fiducia nelle proprie capacità e peggiora la prestazione successiva. Tradotto: se hai passato un’estate in cui qualcosa finalmente si stava muovendo, la retorica del “da settembre cambio tutto” non ti aiuta. Ti smonta.

Qui la Medicina Tradizionale Cinese ha qualcosa da dire, e lo dice con un garbo che spiazza. Il Suwen, nel capitolo dedicato alla regolazione dello spirito secondo i quattro soffi, descrive l’autunno come il tempo del raccogliere. Il movimento della stagione non è espansivo: è discendente e concentrico. Si va a dormire presto e ci si alza con il canto del gallo, si tiene la mente tranquilla e raccolta, si evita di disperdersi. È la stagione del Metallo, del Polmone e dell’Intestino Crasso, e la sua emozione è quella del distacco — la malinconia buona di ciò che si lascia cadere perché ha compiuto il suo ciclo.

La stagione dei progetti nuovi, in questa mappa, è la primavera: Legno, Fegato, germogli, direzione, iniziativa. Il nostro calendario sociale ha spostato la partenza a settembre per ragioni che con il corpo non c’entrano nulla — scuole, bilanci, chiusure estive. E così ci ritroviamo a chiedere al nostro organismo un’espansione proprio nel momento in cui la sua intelligenza più antica sta facendo l’esatto contrario: sta potando.

Se a settembre ti senti volenteroso e insieme stanco, non sei incoerente. Stai obbedendo a due calendari diversi.

Non è un invito all’immobilità, e non è un alibi. È una questione di direzione. L’autunno non nega il cambiamento: gli impone un verso. Il nuovo inizio che funziona in questa stagione è sottrattivo, non additivo. L’Intestino Crasso, nella fisiologia energetica cinese, è l’organo che lascia andare ciò che non serve più; il Polmone governa il Qi e il ritmo del respiro, e insegna che non si può inspirare a fondo senza aver prima espirato fino in fondo. Un settembre ben fatto non comincia con un elenco di cose da aggiungere. Comincia con una cosa da togliere.

C’è infine un livello più scomodo. La contabilità mentale che rende efficace il fresh start effect — mettere il sé fallimentare nel capitolo chiuso — è la stessa operazione che Jung metteva in guardia dal compiere. Ciò che non viene integrato non scompare: ritorna, e lo chiamiamo destino. L’individuazione non è un reset, è un’inclusione. Il sé disordinato di agosto non è un file da archiviare: è materiale. Ha qualcosa da dire sul perché quel progetto, ogni anno, si interrompe allo stesso punto.

Il Tao Te Ching osserva che il viaggio di mille li comincia sotto i piedi. Non dal primo del mese: da dove sei. È un’indicazione tecnica travestita da poesia, e la ricerca contemporanea non fa che confermarla — ciò che sopravvive al calo dell’entusiasmo non è l’ambizione, ma la precisione dell’azione e la qualità dell’ambiente che la sostiene. Un obiettivo solo, abbastanza piccolo da resistere a una giornata storta. Un’ora già scritta nel calendario, non “quando riesco”. Un gesto legato a qualcosa che fai già, perché le abitudini nuove attecchiscono meglio innestate su quelle vecchie.

E soprattutto: una revisione della lista. Non tutto ciò che hai scritto sulla prima pagina dell’agenda è tuo. Una parte di quell’elenco appartiene a chi ti guarda, a un’immagine di te che hai ereditato, a una stagione della tua vita che forse è già finita. Distinguere ciò che desideri da ciò che credi di dover desiderare è, in autunno, l’unico lavoro davvero urgente. Tutto il resto viene dopo, e viene più facile.

Non si diventa qualcun altro il primo di settembre. Si smette, piano, di essere qualcun altro.

Se ti riconosci nel ciclo — l’elenco di settembre, l’entusiasmo che si spegne a ottobre, il senso di colpa che arriva puntuale a novembre — il punto non è trovare più disciplina. È capire quale movimento stai forzando e contro quale ritmo. Nel percorso Origin Program del metodo Formazionezero il cambiamento viene letto come una questione di direzione e di stagione, non di volontà: si guarda a cosa va lasciato andare prima di aggiungere, allo stato del respiro e del Qi, alla differenza fra ciò che desideri davvero e ciò che ti senti in dovere di volere. Medicina Tradizionale Cinese, counseling olistico e mindfulness lavorano insieme su questo, con obiettivi dimensionati sul tempo che hai realmente.

Prenota un colloquio conoscitivo presso lo studio di Lomazzo (CO) o quello di Buttrio (UD), oppure scrivimi per una prima valutazione a distanza. Prima di riempire l’agenda, vale la pena sapere che cosa ti serve davvero togliere.

martedì 22 settembre 2026

Il buio che ci rimette al mondo

  




Sono le tre e quaranta. Nessun rumore, nessun incubo, nessuna ragione apparente. Eppure gli occhi sono aperti, la mente è già in riunione, il corpo è teso come una corda di violino accordata troppo in alto. Fra quattro ore suonerà la sveglia e ci alzeremo più stanchi di quando siamo andati a letto. Poi, con quel gesto automatico che abbiamo imparato tutti, archivieremo la faccenda sotto la voce più comoda del nostro vocabolario: stress. È una parola che spiega tutto e non spiega niente.

Un recente intervento sulla stampa nazionale, firmato dalla neurologa Alessia Lanari dell’Asst Lariana, rimette le cose al loro posto: dietro la maggior parte dei sonni difficili non c’è una notte sbagliata, c’è una desincronizzazione dei ritmi circadiani. Non abbiamo perso il sonno. Abbiamo perso il tempo interno che lo rende possibile.

La fisiologia lo descrive con precisione. Il sonno nasce dall’intreccio di due processi: quello circadiano, governato dal nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo e sincronizzato soprattutto dalla luce ambientale, e quello omeostatico, la pressione di sonno che si accumula man mano che restiamo svegli. La melatonina, prodotta dall’epifisi soprattutto nelle ore buie, è il messaggero che comunica all’organismo che è arrivato il momento di lasciarsi andare. La luce ricca di lunghezze d’onda corte, quella degli schermi tenuti a pochi centimetri dal volto, ne sopprime la secrezione e dice al cervello che è ancora giorno. Quando gli orari sociali ci impongono di dormire in controtempo rispetto al nostro orologio interno, accumuliamo una deprivazione cronica che nessun weekend riesce a restituire.

Qui vale la pena essere onesti: non è colpa della tecnologia. È questione di dose, di ora e di contenuto. Uno schermo acceso alle ventitré non è un nemico morale, è un segnale luminoso mandato all’ipotalamo nel momento sbagliato. Il problema non è il dispositivo: è che abbiamo smesso di distinguere il giorno dalla notte, e con essa abbiamo smesso di distinguere lo yang dallo yin.

Non abbiamo un disturbo del sonno. Abbiamo un disturbo del tempo, e il sonno è solo il luogo dove si vede.

La Medicina Tradizionale Cinese aveva osservato lo stesso fenomeno con un linguaggio diverso e, se possibile, più vivo. Il Lingshu descrive il Wei Qi — l’energia difensiva, la nostra vigilanza incarnata — come un’onda che di giorno percorre i canali yang, alla superficie, dove sta la relazione con il mondo, e di notte rientra negli organi yin, in profondità. Il sonno, in questa lettura, non è una sospensione della vita: è un movimento. È il rientro. È il momento in cui la guardia smette di camminare sulle mura e torna dentro la casa.

Chi si sveglia alle tre e non riesce più a riaddormentarsi sta vivendo, in termini energetici, un Wei Qi che non ha accettato di rientrare, oppure uno Shen — la coscienza luminosa che risiede nel Cuore — che non trova il proprio nido. Il Cuore ospita lo Shen quando è nutrito dal Sangue e rinfrescato dallo Yin; se lo Yin è vuoto, il fuoco sale, e la mente resta accesa come una casa in cui nessuno ha spento le luci. Se il Qi del Fegato ristagna — e ristagna sempre, in chi vive di scadenze e di rancori taciuti — si trasforma in calore e risveglia il corpo nelle ore che alla tradizione cinese appartengono proprio al Fegato, fra l’una e le tre del mattino. L’ora in cui, statisticamente, milioni di persone fissano il soffitto.

Non c’è nulla di magico in questa corrispondenza e nulla che contraddica il nucleo soprachiasmatico. Sono due mappe dello stesso territorio, disegnate da viaggiatori diversi. Una misura la melatonina, l’altra ascolta il movimento. Entrambe dicono che il corpo ha un tempo proprio e che non tollera a lungo di essere contraddetto.

È l’immagine che uso da anni nel lavoro con le persone, e sul sonno funziona meglio che altrove. L’acqua che non scorre imputridisce: non perché sia cattiva, ma perché è ferma. Il letto trasformato in ufficio, in cinema, in sala d’attesa dell’ansia è esattamente questo — un’acqua ferma. Lanari lo dice con una formula che vale la pena ricordare: non trasformare il letto in un luogo di veglia.

Ed è un principio energetico prima ancora che comportamentale. Ogni luogo, nella nostra economia interiore, ha una funzione. Quando le funzioni si mescolano — si lavora dove si dorme, si discute dove si mangia, si scorre dove si dovrebbe tacere — il Qi perde direzione. Non si ammala per eccesso: si intorbida per confusione. Il rimedio della neurologa è sorprendentemente taoista: se il sonno non arriva, alzarsi, fare qualcosa di quieto con luce bassa, tornare a letto quando la sonnolenza si ripresenta. Smettere di forzare. Rimettere l’acqua in movimento perché torni limpida.

Il sonno appartiene alla famiglia delle cose che si guastano quando le si insegue: la fiducia, l’appetito, il desiderio, il perdono.

C’è poi una soglia che nessuna lettura olistica può permettersi di ignorare, e va detta con chiarezza. Un russamento forte, abituale, accompagnato da pause respiratorie non è un fastidio coniugale: può essere il segno di un’apnea ostruttiva del sonno. Micro-risvegli che la persona non percepisce, sonnolenza diurna, cefalea al mattino, difficoltà di concentrazione. Non trattata, questa condizione si associa a un aumento del rischio cardiovascolare e metabolico. Chi lavora nel benessere ha il dovere di riconoscere questo confine e di accompagnare la persona verso una valutazione medica, non di sostituirvisi.

La MTC, del resto, non direbbe nulla di diverso. Il Polmone governa il Qi e regola la discesa; quando il respiro si interrompe, ciò che si interrompe è la comunicazione fra Cielo e Terra dentro di noi. Che si chiami ipossia intermittente o mancata discesa del Qi, il messaggio è identico: qualcosa impedisce all’aria di scendere fino in fondo. E finché non scende l’aria, non scende nemmeno lo Shen.

Le indicazioni di igiene del sonno che la neurologa propone sono note e, proprio per questo, disattese. Mantenere orari regolari, soprattutto per il risveglio, anche nel fine settimana. Usare la camera da letto per dormire, senza schermi e senza orologi sotto gli occhi. Non compensare la notte con sonnellini lunghi o tardivi. Cercare luce naturale e movimento nelle prime ore del giorno. Alleggerire la sera: pasti abbondanti, alcol, caffeina e nicotina spostano in avanti l’addormentamento.

Letti uno per uno sembrano consigli da rivista. Letti insieme sono una cosa sola: restituire al corpo dei segnali coerenti. La luce del mattino è un’informazione, non un piacere estetico. La regolarità dell’orario di sveglia è un’ancora, non una disciplina militare. La sobrietà serale non è rinuncia, è una discesa graduata.

La ricerca contemporanea, va detto, conferma. Le raccomandazioni internazionali sull’illuminazione indoor pubblicate su PLoS Biology nel 2022 stabiliscono soglie diverse per il giorno, la sera e la notte; le revisioni sulla luceterapia mostrano miglioramenti misurabili del tempo totale di sonno e dell’efficienza nei lavoratori turnisti. E una recente network meta-analisi sulle pratiche corporee della tradizione cinese — liuzijue, yijinjing, baduanjin, taijiquan — documenta un effetto consistente sulla qualità del sonno. Non perché contengano una frequenza segreta, ma perché fanno esattamente ciò che serve: riportano il respiro e il movimento dentro un ritmo.

Il Tao Te Ching osserva che ciò che è duro e teso appartiene alla morte, mentre ciò che è morbido e cedevole appartiene alla vita. Non conosco descrizione migliore dell’addormentarsi. Non è un atto di volontà: è una resa intelligente, un wu wei praticato a occhi chiusi. Si dorme quando si smette di fare, e noi abbiamo costruito una civiltà che non sa più smettere di fare nemmeno da sdraiata.

Il buio, in fondo, non ci sottrae otto ore. Ce le restituisce trasformate. È la sola parte della giornata in cui non serviamo a nulla, e proprio per questo torniamo a essere qualcuno. Chi impara di nuovo a dormire non guadagna soltanto energia: si riappropria di un ritmo che non gli è mai stato chiesto di produrre, solo di rispettare.

Riappropriarsi del sonno è riappropriarsi del proprio tempo. Tutto il resto è cronaca del giorno dopo.

Se ti riconosci in questo articolo — risvegli notturni ricorrenti, stanchezza al risveglio, la sensazione che il riposo non ripari più nulla — il primo passo non è una tecnica: è una lettura d’insieme.

Nel percorso Origin Program del metodo Formazionezero il sonno viene osservato come un indicatore, non come un sintomo isolato: si guarda al ritmo, al respiro, allo stato dello Shen, alle abitudini serali, alla qualità della luce che attraversa le tue giornate.

E quando emergono segnali che richiedono una valutazione medica — l’apnea notturna fra tutti — il lavoro olistico si mette al servizio della medicina, mai al suo posto.

Prenota un colloquio conoscitivo presso lo studio di Lomazzo (CO) o quello di Buttrio (UD), oppure scrivimi per una prima valutazione a distanza. Prima di cambiare abitudini, vale la pena capire quale ritmo stai contraddicendo.

 

Bibliografia e fonti

Ammirati R., «Sonno difficile e stanchezza appena svegli, è colpa dell’orologio biologico: ecco 5 regole per resettarlo», intervista ad Alessia Lanari (Asst Lariana), Adnkronos, 20 settembre 2026.

Brown T.M., Brainard G.C., Cajochen C. et al., «Recommendations for daytime, evening, and nighttime indoor light exposure to best support physiology, sleep, and wakefulness in healthy adults», PLoS Biology, 20(3), 2022, e3001571.

Zielinska-Dabkowska K.M., Schernhammer E.S., Hanifin J.P., Brainard G.C., «Reducing nighttime light exposure in the urban environment to benefit human health and society», Science, 380(6650), 2023, pp. 1130-1135.

Gabinet N.M., «Effects mediated by melatonin and cortisol of artificial light and noise, alone and in combination, on sleep and health», Exploration of Neuroscience, 3, 2024, pp. 382-417.

Li L., Liang J., Fan T., «Effect of five traditional Chinese medicine exercises on insomnia: a systematic review and network meta-analysis», Journal of Psychiatric Research, 181, 2025, pp. 312-319.

«A systematic review and meta-analysis on light therapy for sleep disorders in shift workers», Scientific Reports, 15, 2025.

Huangdi Neijing Lingshu, capitoli sul percorso diurno e notturno del Wei Qi e sulla dimora dello Shen (ed. it. di riferimento, Casa Editrice Ambrosiana).

Lao Tzu, Tao Te Ching, cap. LXXVI, sul morbido e sul duro.

Rochat de la Vallée E., scritti sullo Shen e sulle dimore dello spirito nella tradizione medica cinese.

Maciocia G., I fondamenti della medicina cinese, Edra, Milano.

Regimen Sanitatis Salernitanum, Scuola Medica Salernitana, precetti sul riposo e sulla misura serale.


Nota: questo articolo ha finalità informative e formative. Non sostituisce la diagnosi né la terapia medica in senso tradizionale, nè la relativa diagnosi, ma come ogni intervento olistico va considerato a complemento delle stesse.