C’è un momento, spesso nel silenzio della notte, in cui il
sonno smette di essere un atto naturale e diventa una conquista faticosa. È
proprio in quell’istante, quando la stanchezza incontra l’insonnia, che molte
persone cercano una soluzione rapida, affidandosi a una piccola compressa di
melatonina. Il gesto è semplice, quasi innocente, eppure apre una questione
complessa che tocca la fisiologia, la neurologia, la psicologia e, più in
profondità, il modo in cui l’essere umano vive il proprio rapporto con il
tempo, con il buio e con il riposo.
Come ricordava Ippocrate, “la guarigione è una questione di tempo, ma talvolta è anche una questione di opportunità”, e forse il tema della melatonina ci invita proprio a interrogarci su quale opportunità stiamo scegliendo quando cerchiamo il sonno dall’esterno invece che ricostruirlo dall’interno.
La melatonina è un ormone prodotto principalmente dalla ghiandola pineale, regolato dall’alternanza luce-buio e strettamente connesso al ritmo circadiano. In condizioni fisiologiche, la sua secrezione aumenta la sera, favorendo l’addormentamento, e diminuisce al mattino, consentendo il risveglio.
Dal punto di vista biochimico, essa agisce come modulatore
dei ritmi biologici, influenzando non solo il sonno ma anche la temperatura
corporea, la pressione arteriosa e alcuni aspetti della risposta immunitaria.
Tuttavia, quando viene assunta ogni notte come integratore, il confine tra
supporto temporaneo e sostituzione funzionale diventa sottile.
Carl Gustav Jung osservava che “ciò a cui resisti, persiste”, e in questo senso l’uso cronico della melatonina può essere letto come una resistenza a comprendere le cause più profonde dell’insonnia, piuttosto che come una reale soluzione.
Negli ultimi anni, diversi neurologi e ricercatori hanno messo in guardia dall’uso continuativo e non contestualizzato della melatonina. Gli effetti collaterali più frequentemente riportati includono sonnolenza diurna, alterazioni dell’umore, cefalea, disturbi gastrointestinali e, in alcuni casi, una sorta di appiattimento della naturale oscillazione sonno-veglia.
Secondo questi scienziati, dal punto di vista
neurofisiologico, l’assunzione esogena può interferire con la produzione
endogena, creando una dipendenza funzionale che rende l’organismo meno capace
di autoregolarsi. Jean Piaget scriveva che “l’intelligenza è ciò che usiamo
quando non sappiamo cosa fare”, e forse l’abuso di melatonina segnala proprio
una difficoltà collettiva a usare l’intelligenza del corpo quando il sonno si
spezza.
Se allarghiamo lo sguardo oltre la biomedicina occidentale, il tema del sonno assume sfumature ancora più ricche.
Nella Medicina Tradizionale Cinese, il sonno è legato all’armonia tra Yin e Yang e al corretto fluire del Qi nei meridiani, in particolare quelli di Cuore, Fegato e Reni.
Il Huangdi Neijing afferma che “quando lo Shen è in pace, il
sonno è profondo”, indicando come l’insonnia sia spesso il risultato di uno
squilibrio energetico-emozionale piuttosto che di una semplice carenza
ormonale. In questo quadro, la melatonina può essere vista come un intervento
che agisce sul sintomo, ma non necessariamente sulla radice del disequilibrio.
Anche la filosofia orientale offre spunti preziosi.
Laozi ci ricorda che “la natura non ha fretta, eppure tutto
si compie”, una frase che sembra parlare direttamente al nostro rapporto
moderno con il riposo.
L’insonnia cronica è spesso figlia di un eccesso di attività mentale, di una mente che fatica a cedere il controllo. In questo senso, l’assunzione serale di melatonina rischia di diventare un ulteriore tentativo di controllo, anziché un invito al lasciar andare.
Analogamente, nel Bhagavad Gita si legge che “lo yoga è equilibrio”, e il sonno può essere considerato una delle forme più intime di questo equilibrio, quando il corpo e la mente si accordano naturalmente.
Secondo gli psicologi, il sonno rappresenta uno spazio di integrazione profonda.
Donald Winnicott parlava dell’importanza di un “ambiente
sufficientemente buono” per lo sviluppo sano dell’individuo; allo stesso modo,
il sonno richiede un ambiente interno ed esterno che favorisca la sicurezza e
il rilassamento.
L’uso sistematico di melatonina può mascherare condizioni come ansia latente, stress cronico o disregolazione emotiva, che continuano ad agire sotto la superficie.
Viktor Frankl, riflettendo sulla sofferenza, affermava che
“quando non siamo più in grado di cambiare una situazione, siamo sfidati a
cambiare noi stessi”. Forse l’insonnia è una di queste sfide, un messaggio che
chiede ascolto piuttosto che silenziamento.
Anche la tradizione cristiana offre immagini potenti sul tema del riposo.
Nel Salmo 127 si legge che “invano vi alzate di buon mattino
e tardi andate a riposare, mangiando pane di sudore: al suo diletto egli dà nel
sonno”. Il sonno, in questa prospettiva, è dono e fiducia, non risultato di uno
sforzo.
Sant’Agostino, nelle Confessioni, scriveva “inquietum est
cor nostrum donec requiescat in Te”, ricordandoci che l’inquietudine del cuore
può riflettersi anche nell’incapacità di dormire.
La melatonina, se usata come unica risposta, rischia di ridurre il sonno a un evento meccanico, privandolo della sua dimensione simbolica e spirituale.
Dal punto di vista storico, il modo di dormire è cambiato radicalmente con l’industrializzazione e l’illuminazione artificiale.
Roger Ekirch ha mostrato come il sonno segmentato fosse
comune in epoche precedenti, mentre oggi pretendiamo un sonno continuo e
immediato. Questa aspettativa, spesso irrealistica, alimenta l’ansia da
prestazione anche nel riposo.
Michel Foucault osservava che “il corpo è una realtà
biopolitica”, e la medicalizzazione del sonno, con il ricorso sistematico a
integratori e farmaci, ne è un esempio emblematico.
Alla luce di queste considerazioni, appare evidente come la melatonina non possa essere considerata la soluzione definitiva all’insonnia, soprattutto se assunta ogni notte senza un percorso di consapevolezza più ampio. Ciò non significa demonizzarla, ma ricollocarla nel suo giusto ruolo di supporto temporaneo, all’interno di un approccio integrato che tenga conto dei ritmi naturali, dell’equilibrio energetico e della dimensione emotiva della persona.
Come sottolinea la Medicina Tradizionale Cinese contemporanea, “curare lo Shen è curare l’essere umano nella sua totalità”, e questo richiede tempo, ascolto e un lavoro profondo sul terreno, non solo sul sintomo.
In questa prospettiva, il riequilibrio energetico diventa
una via privilegiata per favorire un sonno autenticamente rigenerante.
Attraverso pratiche che armonizzano il sistema energetico, sostengono il
rilassamento profondo e aiutano la persona a rientrare in contatto con i propri
ritmi interni, è possibile accompagnare il corpo a ritrovare la sua naturale
capacità di dormire.
Come scriveva Maria Montessori, “la vera educazione è quella che conduce alla libertà”, e forse anche il sonno ha bisogno di essere educato, non forzato.
Concludendo, la domanda non è se la melatonina faccia bene o male in assoluto, ma quale relazione vogliamo instaurare con il nostro sonno e con il nostro equilibrio globale.
Se senti che il riposo notturno è diventato fragile, intermittente o dipendente da soluzioni esterne, potrebbe essere il momento di intraprendere un percorso diverso, più rispettoso della tua unicità energetica.
Le persone possono essere accompagnate in percorsi di riequilibrio energetico orientati al benessere generale, aiutandole a ritrovare armonia, vitalità e un sonno che non sia indotto, ma accolto.
Il primo passo è ascoltare ciò che il corpo sta già cercando di dirti.
Bibliografia essenziale
Burgess H.J., Circadian Rhythms and Sleep, Springer, 2021.
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