venerdì 13 febbraio 2026

Pregare fa bene?

 



 

Un attimo, spesso breve e silenzioso e quasi impercettibile si materializza e in quell'istante l’essere umano sospende l’urgenza del fare e si concede il lusso dell’ascolto. 

Può accadere all’alba, quando il mondo sembra ancora in attesa di essere nominato, oppure alla fine di una giornata densa, quando il corpo chiede tregua e la mente cerca un senso. In quello spazio, che molte culture hanno chiamato preghiera, accade qualcosa che da secoli interroga filosofi, medici, pedagogisti e ricercatori: pregare fa bene? E, se sì, a quale livello dell’esperienza umana si manifesta questo beneficio?

La preghiera, prima ancora di essere un atto religioso, è una postura interiore.

Platone, nel Fedro, suggeriva che “l’anima ricorda ciò che è affine alla sua origine”, indicando un movimento di ritorno, di riallineamento, che oggi potremmo definire regolazione interna. In questa prospettiva, pregare non significa necessariamente rivolgersi a una divinità personalizzata, ma entrare in una relazione intenzionale con qualcosa che trascende l’io immediato.

William James, padre della psicologia moderna, osservava che “la preghiera è il cuore stesso della religione vissuta”, sottolineando come l’esperienza soggettiva abbia effetti reali sul vissuto psico-emotivo dell’individuo.

Dal punto di vista neuropsicologico, studi recenti mostrano che pratiche contemplative e oranti attivano aree cerebrali legate all’attenzione, alla regolazione emotiva e alla percezione del sé.

Andrew Newberg parla di neuroteologia, descrivendo come stati di raccoglimento profondo favoriscano coerenza neurofisiologica e una sensazione di unità.

Anche Jon Kabat-Zinn, pur muovendosi in un contesto laico, riconosce che l’intenzionalità consapevole modifica il modo in cui l’organismo risponde allo stress, favorendo un benessere globale.

Se spostiamo lo sguardo verso Oriente, la Medicina Tradizionale Cinese offre una chiave di lettura particolarmente interessante. Nei testi classici si afferma che “lo Shen risiede nel Cuore e si manifesta nella chiarezza dello spirito” (Huangdi Neijing).

La preghiera, intesa come atto di centratura e connessione, può essere vista come una pratica che armonizza lo Shen, favorendo la libera circolazione del Qi. Non è un caso che molte formule oranti orientali siano accompagnate dal respiro lento e ritmico: come ricorda Liu Ming, studioso contemporaneo di taoismo, “quando il respiro si calma, il Qi si ordina e la mente ritrova la sua dimora”.

Anche nella tradizione cristiana la preghiera è descritta come un processo trasformativo. Nel Vangelo di Matteo si legge: “Entra nella tua camera, chiudi la porta e prega nel segreto”. Questo invito all’interiorità risuona con le intuizioni di Teresa d’Avila, per la quale la preghiera era “un intimo rapporto di amicizia”.

Hildegarda di Bingen, mistica e studiosa medievale, parlava di viriditas, una forza vitale che anima l’essere umano quando è in sintonia con il creato e con il divino. La preghiera, per lei, nutriva questa verdezza interiore, sostenendo equilibrio e vitalità.

La Schola Medica Salernitana, ponte tra sapere antico e nascente medicina occidentale, già suggeriva che l’armonia dell’animo fosse un fattore determinante per il benessere complessivo. Nei suoi aforismi si legge che la moderazione delle passioni e la serenità dello spirito contribuiscono alla buona disposizione dell’intero organismo. È sorprendente notare come queste intuizioni trovino oggi eco nelle ricerche sulla psiconeuroendocrinoimmunologia, che evidenziano l’interconnessione tra stati emotivi, sistema nervoso e risposte corporee.

Dal punto di vista pedagogico, la preghiera può essere letta come uno strumento di educazione all’interiorità. Maria Montessori parlava dell’importanza del silenzio come spazio di crescita e integrazione.

Più recentemente, Howard Gardner ha riconosciuto l’intelligenza esistenziale come una dimensione fondamentale dello sviluppo umano.

Pregare, in questa chiave, diventa un esercizio di consapevolezza che rafforza la capacità di dare senso all’esperienza.

Anche la psicologia umanistica ha esplorato questi territori. Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, affermava che “chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come”. La preghiera, offrendo un orizzonte di significato, può sostenere la resilienza e favorire un riequilibrio profondo. Carl Gustav Jung vedeva nell’atto religioso un dialogo con l’inconscio collettivo, capace di integrare parti scisse della personalità.

Nelle tradizioni non teistiche, come il buddhismo, la recitazione dei sutra o dei mantra svolge una funzione analoga. Thich Nhat Hanh ricordava che “pregare non è chiedere, ma ascoltare profondamente”. La ripetizione consapevole diventa un’onda che pacifica la mente e stabilizza l’energia. In termini di MTC, potremmo dire che favorisce l’armonia tra Cielo Anteriore e Cielo Posteriore, tra ciò che è innato e ciò che viene coltivato.

Un elemento comune a tutte queste prospettive è l’intenzionalità. La preghiera non è un atto meccanico, ma un orientamento.

Come scriveva Paul Ricoeur, “il simbolo dà da pensare”: le parole, i gesti, le immagini interiori attivano processi profondi di risonanza.

Questo spiega perché, anche in assenza di una fede definita, molte persone sperimentano benefici quando si concedono uno spazio di raccoglimento intenzionale.

Nel linguaggio contemporaneo del benessere integrato, potremmo dire che la preghiera agisce come un dispositivo di riequilibrio energetico. Regola il ritmo interno, favorisce coerenza tra mente, emozioni e corpo, e crea un senso di connessione che riduce la frammentazione. Non si tratta di magia, ma di una pratica incarnata che coinvolge sistemi complessi.

Come osserva Lisa Feldman Barrett nelle sue ricerche sulle emozioni, il cervello è un organo predittivo: pratiche che inducono calma e significato modificano le previsioni interne, con effetti tangibili sull’esperienza quotidiana.

In questa luce, la domanda iniziale “pregare fa bene?” si trasforma. Non è più una questione di credo, ma di esperienza.

Fa bene ciò che riconnette, che restituisce continuità, che permette all’energia di fluire senza ostacoli. La preghiera, nelle sue molte forme, sembra rispondere a questa esigenza antropologica profonda.

Se senti il desiderio di esplorare questi spazi di riequilibrio in modo esperienziale e personalizzato, nei miei studi di Lomazzo e Buttrio accompagno percorsi orientati all’armonizzazione energetica e al benessere globale della persona. 

Un invito a rallentare, ascoltare e ritrovare una qualità di presenza che nutre la vita quotidiana.

 

Bibliografia essenziale

  • Newberg A., Neurotheology and the Brain, 2021.
  • Kabat-Zinn J., Mindfulness for All, 2021.
  • Barrett L.F., Seven and a Half Lessons About the Brain, 2020.
  • Gardner H., A Synthesizing Mind, ed. aggiornata 2020.
  • Ricoeur P., Vivere fino alla morte, ed. critica 2021.
  • Ming L., Daoist Internal Cultivation, 2022.
  • Frankl V., Man’s Search for Meaning, ed. aggiornata 2021.
  • Nhat Hanh T., Zen and the Art of Saving the Planet, 2021.


NOTA: condividi pure queste informazioni mantenendone l'originalità, mi fa solo piacere

 

martedì 10 febbraio 2026

Cosa non ti è chiaro del mio lavoro?

 

 




 

Qualcosa non torna. Non è un dolore preciso, non è un sintomo facilmente nominabile, non è nemmeno un disagio costante.

È piuttosto una sensazione diffusa, come se il corpo, la mente e ciò che li attraversa non stessero più parlando la stessa lingua.

È da questo punto che inizia il mio lavoro.

Eppure, proprio da qui nascono le incomprensioni più frequenti. Cosa non è chiaro, davvero, di ciò che faccio?

Nel corso della storia, il tentativo di separare l’essere umano in compartimenti stagni è stato un artificio recente.

Ippocrate ricordava che “non esistono malattie, ma individui che si ammalano”, sottolineando una visione unitaria dell’esperienza umana. Questa intuizione attraversa i secoli e riaffiora con forza ogni volta che il riduzionismo mostra i suoi limiti. 

Quando parlo di riequilibrio energetico, non mi riferisco a un concetto vago o suggestivo, ma a una tradizione millenaria che osserva l’essere umano come sistema complesso, dinamico e interrelato.

La Medicina Tradizionale Cinese descrive il Qi come il soffio vitale che anima ogni processo. Nel “Huangdi Neijing” si afferma che “quando il Qi scorre libero, l’uomo vive in armonia con il Cielo e la Terra”.

Non è poesia, è fisiologia energetica.

Il mio lavoro si inserisce in questa prospettiva: osservare dove il flusso si contrae, dove ristagna, dove perde coerenza, e accompagnare la persona a ristabilire un dialogo interno più funzionale al proprio benessere globale.

Spesso mi viene chiesto se ciò che propongo sia scientifico. La domanda, in sé, rivela già un fraintendimento.

La scienza non è un dogma, ma un metodo. Kurt Lewin, padre della psicologia sociale, sosteneva che “non c’è nulla di più pratico di una buona teoria”. Il mio approccio nasce dall’integrazione tra osservazione clinica, sapere tradizionale e modelli contemporanei della complessità.

Gregory Bateson, con la sua epistemologia sistemica, ci ha insegnato che la mente non è confinata nel cervello, ma emerge dalle relazioni. Ignorare il corpo energetico significa amputare una parte essenziale di questa rete.

Nella pedagogia contemporanea, Edgar Morin parla di “pensiero complesso” come unica via per comprendere i sistemi viventi. Ridurre l’essere umano a parametri isolati produce interventi parziali e spesso inefficaci.

Il riequilibrio energetico non sostituisce nulla, ma integra. Non combatte, riequilibra. Non corregge, ascolta: sia esso moxibustione, tuina, biorisonanza o floriterapia...

È una differenza sottile, ma radicale e se non si comprende questa il mio lavoro diventa un’incognita.

La tradizione occidentale non è estranea a questa visione. Hildegarda di Bingen, monaca, mistica e studiosa del XII secolo, descriveva la viriditas come la forza verde che permea ogni essere vivente, principio di vitalità e rinnovamento. Nelle sue opere si legge che l’essere umano fiorisce quando questa forza è libera di esprimersi.

La Schola Medica Salernitana, ponte tra sapere greco, arabo e latino, insegnava che l’equilibrio tra le forze interne era il fondamento del vivere bene. Non si parlava di eliminare il disturbo, ma di ristabilire l’armonia.

Anche i testi religiosi, spesso letti in chiave esclusivamente morale, offrono spunti sorprendenti.

Nel Vangelo di Matteo si legge: “La lampada del corpo è l’occhio; se il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà nella luce”. È una metafora potente dell’integrazione tra percezione, intenzione e stato globale dell’essere.

Nel Bhagavad Gita, Krishna ricorda ad Arjuna che lo yoga è equilibrio nell’azione, non fuga dal mondo. Equilibrio, ancora una volta, come principio operativo.

In psicologia analitica, Carl Gustav Jung parlava di individuazione come processo di integrazione degli opposti. Corpo e psiche, razionale e simbolico, conscio e inconscio.

Il lavoro energetico agisce proprio su queste soglie, dove il linguaggio verbale spesso non arriva. Non è suggestione, ma esperienza diretta, misurabile nella qualità della presenza, nella regolazione del sistema neurovegetativo, nella percezione soggettiva di coerenza.

Chi si avvicina al mio lavoro cercando una tecnica standardizzata resta deluso. Non perché manchi il rigore, ma perché ogni persona è un evento unico.

Come ricordava Søren Kierkegaard, “la vita può essere compresa solo all’indietro, ma va vissuta in avanti”. Il riequilibrio energetico accompagna questo movimento, senza imporre mappe rigide.

Negli ultimi anni, le neuroscienze affettive e la psiconeuroendocrinoimmunologia hanno iniziato a dialogare con concetti che le tradizioni orientali descrivono da secoli.

Antonio Damasio sottolinea come le emozioni siano processi corporei prima che cognitivi. Ignorare il livello energetico significa perdere l’origine di molti stati di disallineamento che influenzano il benessere quotidiano.

Il mio lavoro non promette miracoli e non offre scorciatoie. È un percorso di consapevolezza incarnata. È un invito a rallentare, ascoltare, riequilibrare.

Come scriveva Laozi nel Dao De Jing, “chi conosce gli altri è sapiente, chi conosce se stesso è illuminato”. Questo è il cuore del mio approccio: facilitare l’incontro con se stessi attraverso il corpo e i suoi linguaggi attraverso il riequilibrio di energie sottili.

Se ancora non ti è chiaro cosa faccio, forse la domanda giusta non è “funziona?”, ma “sono disposto ad ascoltarmi davvero?”.

Nei miei studi di Lomazzo e Buttrio accompagno persone che desiderano ritrovare centratura, fluidità e presenza, lavorando sul riequilibrio energetico come fondamento del benessere generale.

Non si tratta di correggere, ma di riallineare. Non di aggiungere, ma di togliere ciò che ostacola

Qui se se ne praticano seriamente e serenamente i principi servono dedizione (tanta), metodo, studio e applicazioni (costanti), umiltà nell’apprendere quanto nel condividere e tramandare (la conoscenza è un dono), applicare con discernimento e coscienza (non nuocere e sapere con buona riserva di non farlo), ma soprattutto evitare sempre e comunque di sentirsi o definirsi dei, maestri, guru o guru-social-marketing sapendo e volendo essere semplici strumenti.

Se senti che è il momento di fare spazio a un modo diverso di abitare te stesso, il primo passo è entrare e parte dai tuoi piedi.

Chi l’ha fatto seriamente ora cammina.

 

Bibliografia

  • Bateson G., Mind and Nature. A Necessary Unity, Hampton Press, 2021.
  • Damasio A., Feeling & Knowing: Making Minds Conscious, Pantheon Books, 2021.
  • Morin E., Sulla complessità, Raffaello Cortina Editore, 2022.
  • Kaptchuk T.J., Miller F.G., The Placebo Effect and Energy-Based Models of Care, New England Journal of Medicine Perspectives, 2020.
  • Unschuld P.U., Traditional Chinese Medicine: Heritage and Adaptation, University of California Press, 2021.
  • Laozi, Dao De Jing, trad. e commento contemporaneo a cura di A. Ames, Ballantine Books, 2020.
  • Jung C.G., The Psychology of the Transference, nuova edizione critica, Princeton University Press, 2020.
  • Hildegard von Bingen, Physica et Causae et Curae, edizione commentata moderna, Inner Traditions, 2021.
  • Rossi E.L., The Psychobiology of Mind-Body Healing, Norton & Company, 2022.
  • Varela F.J., Thompson E., Rosch E., The Embodied Mind, nuova edizione ampliata, MIT Press, 2023.

NOTA: VUOI AIUTARE QUESTO BLOG A CRESCERE: suggerisci argomenti che io possa trattare, diffondilo pure sui social, sulle mie pagine FB puoi ritrovare le mie trattazioni e i miei articoli che vengono pubblicati sulle varie riviste, puoi ricondividerlo. Può essere un modo per aiutare altri, soprattutto se tu hai già sperimentato. GRAZIE

domenica 8 febbraio 2026

Presenza, energia e senso: la dimensione spirituale tra aiuto e relazione




Il momento più importante di un trattamento? E' l’istante in cui il terapeuta entra nella stanza e “arriva davvero”. Non è ancora gesto, non è ancora tecnica. È un assetto interiore. In quel breve spazio si decide molto più di quanto la pratica occidentale abbia a lungo voluto ammettere. 

La Medicina Tradizionale Cinese, in questo, non offre risposte mistiche ma una visione radicalmente concreta: il benessere non nasce dalla correzione di una parte, ma dall’armonia di una totalità vivente.

Nella MTC non esiste una separazione netta tra dimensione corporea, psichica ed energetica. Il riferimento allo Shen, spesso tradotto frettolosamente e maldestramente come “spirito”, indica piuttosto la qualità della coscienza incarnata, la lucidità emotiva e la capacità di relazione dell’essere umano. 

Come ricordano i testi classici attribuiti all’Huangdi Neijing, “quando lo Shen è saldo, l’uomo è in accordo con il Cielo e la Terra”. Non si tratta di trascendenza, ma di coerenza interna. Questa impostazione trova una sorprendente consonanza con il pensiero aristotelico, laddove l’anima non è entità separata ma forma del corpo vivente, principio organizzatore della materia (Aristotele, De Anima).

La spiritualità della MTC non chiede adesione ideologica, né tantomeno fede. È una spiritualità funzionale, osservabile nei suoi effetti. Confucio, nei Dialoghi, ricorda che l’uomo nobile coltiva l’armonia senza uniformità: un’affermazione che ben descrive l’approccio energetico cinese, dove l’equilibrio non coincide con la normalizzazione ma con l’espressione ordinata della differenza. In questo senso, parlare di spiritualità significa parlare di relazione, di ascolto dei ritmi, di capacità di non forzare.

Se ci spostiamo nella tradizione occidentale, ritroviamo un’eco simile nel pensiero di Ippocrate, quando afferma che è più importante conoscere l’uomo che ha la malattia che la malattia che ha l’uomo. Questa visione attraversa i secoli e riemerge con forza nella Schola Medica Salernitana, dove il Regimen Sanitatis — pur nel linguaggio del tempo — insiste su equilibrio, misura, stile di vita e qualità dell’animo come fattori determinanti del benessere complessivo. Non è un caso che proprio a Salerno si sia tentata una sintesi tra saperi medici, filosofici e spirituali, anticipando una medicina integrata ante litteram.

Hildegarda di Bingen, figura spesso relegata a un ambito devozionale, rappresenta invece un esempio potente di sguardo unitario sull’essere umano. Nei suoi scritti medico-naturalistici, rielaborati in edizioni critiche recenti, descrive l’uomo come nodo di forze cosmiche, naturali e interiori. La sua idea di viriditas, intesa come forza verdeggiante che anima ogni livello dell’esistenza, dialoga sorprendentemente con il concetto di Qi come dinamica vitale. 

In entrambi i casi, il benessere non è assenza di sintomi, ma pienezza di espressione.

Da un punto di vista psicologico contemporaneo, questa integrazione trova riscontro nelle teorie embodied e nella psicologia fenomenologica. Autori come Shaun Gallagher sottolineano come la coscienza emerga dall’interazione continua tra corpo, ambiente e significato. 

Anche Carl Gustav Jung, pur provenendo da un’altra epoca, aveva intuito che la dimensione simbolica non è evasione dalla realtà ma sua struttura portante. Quando Jung afferma che “chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”, ci invita a considerare l’interiorità come spazio operativo, non come rifugio.

La MTC, in questo scenario, chiede al terapeuta una qualità specifica: presenza. Non una spiritualità dichiarata, ma una postura interiore allenata. Il praticante non è chiamato a “credere”, bensì a essere sufficientemente vuoto da ascoltare. Laozi, nel Daodejing, afferma che l’utilità del vaso risiede nel suo vuoto: un’immagine che descrive con precisione il ruolo del terapeuta energetico. Più il suo Shen è disturbato, più il trattamento rischia di diventare meccanico o invasivo.

Questo non significa che l’efficacia dipenda da stati alterati di coscienza o da intenzioni salvifiche. La MTC classica è estremamente pragmatica. 

Sun Simiao, grande medico della dinastia Tang, ricordava che il medico eccellente coltiva prima il proprio cuore-mente (Xin), perché da lì nasce la chiarezza diagnostica. Oggi potremmo tradurre questo invito come lavoro su di sé, regolazione emotiva, consapevolezza dei propri limiti. 

In ambito pedagogico, Paulo Freire parlerebbe di coerenza tra parola e presenza: non si può accompagnare un processo se non lo si incarna.

Nel dialogo con il pensiero cristiano, emerge un’ulteriore risonanza. Nei Vangeli, Gesù guarisce spesso attraverso la relazione e la parola, ma sempre partendo da uno sguardo che riconosce l’altro nella sua interezza. “La tua fede ti ha salvato”, si legge più volte: una frase che, letta simbolicamente, rimanda alla capacità di affidarsi a un processo, di entrare in relazione con un ordine più ampio. 

Anche qui, il benessere è legato al senso, non alla sola riparazione.

In tempi recenti, la riflessione sulla spiritualità laica ha trovato spazio anche nelle neuroscienze contemplative. Studi post-2020 mostrano come stati di presenza, attenzione aperta e regolazione del respiro abbiano effetti misurabili sui sistemi neurovegetativi. Senza scomodare il sacro, si torna a parlare di equilibrio, adattamento e forza interiore. Termini che la MTC utilizza da millenni, con un linguaggio diverso ma con sorprendente precisione clinica.

Il rischio, oggi, è ridurre tutto questo a narrazione estetica o marketing del benessere. 

La spiritualità, svuotata della sua funzione regolativa, diventa ornamento. La MTC, invece, chiede rigore, chiede studio, osservazione, capacità di tollerare la complessità. 

Come ricorda Edgar Morin, la conoscenza autentica non semplifica, ma connette. E connettere significa accettare che l’essere umano non è mai solo un corpo, né solo una psiche, né solo energia, ma un campo dinamico in relazione costante.

In questa prospettiva, il riequilibrio energetico diventa un atto educativo nel senso più alto del termine: educere, tirare fuori ciò che è già presente ma disordinato. Il terapeuta non aggiunge, non corregge, non impone, ma facilita. 

Ed è qui che la dimensione spirituale della MTC mostra il suo volto più maturo: non promessa di guarigioni miracolose, ma accompagnamento competente verso una maggiore coerenza interna dove gli strumenti e le tecniche utilizzate sono il supporto e non la soluzione.

In sintesi:

  • La MTC include una visione spirituale dell’essere umano

  • Non è una medicina "religiosa"

  • Il terapeuta non deve essere “spirituale”, ma radicato, che cerca di essere pulito interiormente, presente, che crede nella dimensione verticale per proporla in quella orizzontale.

  • Più il praticante è centrato, più il trattamento è fine

  • La spiritualità è il supporto, non un requisito né un vessillo da sbandierare, ma da vivere nel silenzio del quotidiano

Oggi, nei miei studi di Lomazzo e Buttrio, questo approccio prende forma in percorsi individuali di riequilibrio energetico orientati al benessere globale della persona. 

Un lavoro che integra ascolto, trattamento e consapevolezza, senza scorciatoie e senza dogmi, ma con profondo rispetto per l’unicità di ogni individuo. 

Se senti che è il momento di abitare meglio il tuo spazio interiore e ritrovare una maggiore armonia nel quotidiano, il primo passo è concederti un incontro autentico.


Bibliografia essenziale 

  • Gallagher S., Action and Interaction, Oxford University Press, 2020
  • Morin E., La lezione della complessità, Raffaello Cortina, 2021
  • Kohn L., Chinese Medicine and Healing, Three Pines Press, 2021
  • Unschuld P. U., Huang Di Nei Jing: Nature, Knowledge, Imagery, University of California Press, ed. aggiornata 2022
  • Hildegard von Bingen, Physica, edizione critica commentata, 2021
  • Jung C. G., Opere, edizione riveduta e aggiornata, Bollati Boringhieri, 2020
  • Simiao S., Essential Prescriptions Worth a Thousand Gold, ed. moderna annotata, 2023
  • Freire P., Pedagogia dell’autonomia, edizione aggiornata, 2021

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venerdì 6 febbraio 2026

Le Otto Scimmie e la Medicina della Consapevolezza




Mettete otto scimmie in una stanza. Al centro, una scala. In cima, un casco di banane appeso al soffitto.
Ogni volta che una scimmia prova a salire per prenderle, tutte vengono colpite da una doccia d’acqua gelida. È un’esperienza talmente spiacevole che presto, quando una tenta di salire, le altre la aggrediscono per impedirglielo: non vogliono bagnarsi di nuovo.
In poco tempo, nessuna delle otto osa più avvicinarsi alla scala.

Poi, una delle scimmie originali viene sostituita con una nuova. La nuova arrivata, curiosa, vede le banane e non capisce perché nessuno le prenda. Prova a salire, ma appena mette una mano sulla scala, le altre le saltano addosso e la picchiano.

Sorpresa, impara subito la lezione: non si sale. Non sa perché, ma si adegua.

Poi viene sostituita un’altra scimmia. Anche lei tenta di salire, e viene picchiata. E tra chi la colpisce c’è pure la prima nuova arrivata – che non sa il motivo, ma lo fa lo stesso.
Così, una dopo l’altra, tutte le scimmie originarie vengono sostituite. Ora nessuna di loro ha mai sentito l’acqua gelida, eppure, se una prova a salire la scala, le altre la aggrediscono senza esitazione. Nessuna sa perché. Ma tutte lo fanno.

Ed è così che nascono – e si tramandano – le abitudini cieche, i pregiudizi e le tradizioni che nessuno osa mettere in discussione.

Prima di seguire una regola, una consuetudine o un giudizio solo perché “si è sempre fatto così”, fermiamoci un momento. Pensiamo. Chiediamoci se davvero ha senso.
Perché il mondo non cambia quando gli altri smettono di picchiare chi sale la scala, ma quando qualcuno trova il coraggio di salire lo stesso

La parabola delle otto scimmie descrive la dinamica del condizionamento collettivo. Racconta come le persone perpetuino abitudini e credenze che non appartengono più al presente.

Carl Gustav Jung lo definiva inconscio collettivo: “Finché non renderai l’inconscio conscio, esso dirigerà la tua vita e tu lo chiamerai destino.”

Le scimmie imparano a temere una punizione che non esiste più, ma reagiscono come se fosse reale. È il condizionamento vicario: si apprende la paura osservando altri.

L’abitudine è una forza ambivalente. Crea sicurezza ma spegne la consapevolezza. William James scriveva: “L’abitudine è il grande anestetico morale.”

Socrate ammoniva: “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta.”
Nietzsche aggiungeva: “Diventa ciò che sei.”

Pensare criticamente è una medicina del pensiero: scioglie le incrostazioni della paura e restituisce libertà al movimento interiore.

La Medicina Tradizionale Cinese offre una chiave profonda. Ogni emozione è un movimento del Qi, l’energia vitale. Quando il flusso si blocca, nascono la sofferenza e la malattia.

“Huangdi Neijing” insegna: “Quando la mente è tranquilla, il corpo è in equilibrio.”

La paura di salire la scala rappresenta la stasi del Qi del Fegato, che governa coraggio e crescita. La paura inibisce il Legno, impedendo il rinnovamento.

“La mente che non osa è come il corpo che non respira.” – proverbio taoista.

La guarigione è ritorno al flusso: movimento, armonia e spontaneità del vivere.

La filosofia è medicina dell’anima. Sun Simiao scriveva: “Il saggio cura prima la mente, poi il corpo.”

Il pensatore, come il medico, cerca la causa profonda. Le convinzioni non esaminate sono la radice della sofferenza. La parabola ci invita a comprendere e rinnovare, non a distruggere.

Le religioni autentiche insegnano discernimento:
“Esaminate ogni cosa, trattenete ciò che è buono.” – San Paolo
“La verità vi renderà liberi.” – Gesù di Nazareth
“Colui che conosce gli altri è saggio, ma chi conosce se stesso è illuminato.” – Lao Tzu
“La fede cieca è una prigione dorata.” – Buddha Shakyamuni

Le neuroscienze confermano: la ripetizione rafforza le connessioni sinaptiche, ma la mente può cambiare.
“Le cellule nervose che si attivano insieme, si connettono insieme.” – Donald Hebb
“Non possiamo risolvere i problemi con la stessa mente che li ha creati.” – Albert Einstein

Ogni volta che osserviamo un automatismo e lo interrompiamo, creiamo una nuova via neuronale. È auto-medicina, libertà mentale e armonia corporea.


Salire la scala non è ribellione, ma comprensione. È scegliere di agire per consapevolezza.
“Il coraggio non è l’assenza di paura, ma la capacità di agire nonostante essa.” – Aristotele
“Respirare consapevolmente è il primo atto di libertà.” – Thich Nhat Hanh

Respirare, pensare, vivere: tre forme di guarigione interiore.

La libertà del pensiero è la medicina più profonda. Ogni volta che smettiamo di chiederci “perché”, lasciamo che il passato governi il presente.
“Conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli dei.” – iscrizione del Tempio di Delfi

Il pensiero libero cura la mente, armonizza il corpo e restituisce all’anima il suo respiro originario.

Bibliografia essenziale:
1. Huangdi Neijing – Classico di Medicina Interna dell’Imperatore Giallo
2. Jung, C. G. – L’uomo e i suoi simboli (1964)
3. Lao Tzu – Tao Te Ching
4. Aristotele – Etica Nicomachea
5. William James – Principles of Psychology (1890)
6. Sun Simiao – Prescrizioni di mille ori per le emergenze
7. Socrate – Dialoghi platonici
8. Nietzsche, F. – Così parlò Zarathustra
9. Einstein, A. – Out of My Later Years
10. Thich Nhat Hanh – Il miracolo della presenza mentale

martedì 3 febbraio 2026

GUERRA: TEORIA E REALTA'



La guerra è un luogo dove l’essere umano smette di essere teoria e diventa realtà.
È lì che scopriamo fin dove può spingersi un uomo quando tutto ciò che conosce viene strappato via.


E la storia delle razioni della Seconda Guerra Mondiale è uno degli specchi più rivelatori di questo limite.

 

Di solito immaginiamo i soldati tedeschi dei primi anni di guerra come una macchina perfetta: rigore, disciplina, acciaio, strategia. Ma pochi ricordano ciò che teneva in piedi quella macchina. Dentro gli zaini, accanto al pane nero e alle scatole di carne, c’erano piccole pillole bianche. Non erano vitamine. Era Pervitin, metanfetamina pura. L’idea era semplice e brutale: cancellare il sonno, ignorare la fatica, rendere uomini capaci di combattere per giorni senza fermarsi. Una “pasticca miracolosa”, la chiamavano. A volte mescolata nel cioccolato, che veniva ribattezzato “il cioccolato del carrista”. La velocità del Blitzkrieg non fu solo una questione di carri e strategia: fu anche una guerra combattuta da corpi portati oltre ogni limite naturale.

 

Dall’altra parte del filo spinato, nei campi di prigionia, la vita aveva una logica completamente diversa. I prigionieri alleati non combattevano per avanzare: combattevano per restare vivi un giorno in più. E la loro speranza arrivava sotto forma di un suono preciso: lo scricchiolio di un pacco della Croce Rossa che si apre. Non era solo cibo; era conforto, era dignità. Carne in scatola, biscotti, cioccolato, sigarette… ma soprattutto oggetti che si trasformavano in strumenti per continuare a esistere. Le scatole vuote diventavano stufette, pentolini, lampade improvvisate. Ogni cosa aveva un secondo scopo. Dentro quei campi nacque una vera economia parallela: il cioccolato come denaro, le sigarette come valuta, i piccoli scambi come forma di sopravvivenza psicologica. In quelle condizioni disumane, le persone inventavano umanità.

 

E qui arriva la parte interessante: queste due realtà raccontano la stessa cosa, ma in modi opposti.


Da una parte l’uomo che viene spinto oltre i suoi limiti grazie a un artificio chimico.
Dall’altra l’uomo che protegge quel poco che resta dei suoi limiti, per rimanere umano
” (fonte https://www.facebook.com/photo?fbid=1300877475418956&set=a.457172759789436).

 

Ed è qui che la Medicina Tradizionale Cinese offre un punto di vista illuminante.
Secondo la sua visione, forzare il corpo oltre i suoi segnali naturali significa consumare il Qi — l’energia vitale — come se lo si bruciasse tutto in una volta. Proprio come accadde con la Pervitin: potenza immediata, crollo devastante. 

 

Nei campi di prigionia, invece, ogni gesto volto a scaldarsi, nutrirsi, scambiare qualcosa con qualcuno era un modo per preservare lo Shen — lo spirito. Era un modo per dire: “Esisto ancora”.
In una guerra, “restare vivo” non è solo questione di cibo. 

È questione di energia e senso.

 

Non è un caso se, attraverso culture e secoli, filosofi e scrittori hanno detto la stessa cosa con parole diverse.


Lao Tzu ricordava che «chi vince gli altri è potente; chi vince sé stesso è forte», e aggiungeva che «la natura non ha fretta, eppure tutto si compie»

 

Dostoevskij osservava che «l’uomo che conosce la sofferenza conosce sé stesso».

 

Goethe ribadiva che «non è forte chi non cade mai, ma chi cadendo si rialza».

 

Victor Hugo scriveva che «dove c’è disperazione, l’invenzione è inevitabile».

 

Le medicine orientali ci insegnano che «il corpo grida ciò che la mente tace».

 

Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, affermava che «quando non possiamo cambiare le circostanze, siamo chiamati a cambiare noi stessi».

 

Hemingway ricordava che «un uomo può essere distrutto ma non sconfitto».

 

Schopenhauer ammoniva che «la salute non è tutto, ma senza salute tutto è niente».

 

E un proverbio cinese conclude con semplicità: «l’equilibrio è la più grande delle vittorie».

 

E allora cosa ci racconta, in fondo, la storia delle razioni di guerra?
Che l’uomo può essere trasformato in macchina, ma non senza pagarne il prezzo.
Che un corpo può essere forzato, ma mai tradito senza conseguenze.
Che perfino nel buio più totale, la speranza può essere costruita con una latta, una sigaretta e un gesto umano.

 

E che la vera forza — oggi come allora — non è sopravvivere a tutti i costi, ma restare umani mentre lo si fa.

 

Se questa storia ti ha colpito, prova a fermarti un istante e a chiederti: nella mia vita quotidiana, sto ascoltando il mio corpo e il mio equilibrio… o lo sto spingendo oltre il limite come un soldato drogato che corre senza poter dormire?
Il primo passo verso la salute non è fare di più.
È ascoltare di più.

 

Se vuoi, possiamo approfondire questo tema insieme: corpo, energia, trauma, MTC e vita moderna.


La storia insegna. Sta a noi decidere se ascoltarla o ripeterla.

 

Bibliografia

  • Norman Ohler – Der totale Rausch (L’ebbrezza totale) – analisi storica dell’uso della Pervitin.
  • Viktor E. Frankl – Uno psicologo nei lager.
  • Sun Si Miao – Classici della Medicina Tradizionale Cinese.
  • Huangdi Neijing – Il Classico di Medicina Interna dell’Imperatore Giallo.
  • Jonathan F. Vance – The True and the False: The Canadian Red Cross POW Parcels.
  • Albert Bandura – Human Agency in War and Moral Disengagement.
  • Judith Shklar – The Faces of Injustice.

 

venerdì 30 gennaio 2026

Menopausa, bocca e voce: quando il corpo parla il linguaggio del cambiamento

 



Ci sono fasi della vita in cui il corpo smette di sussurrare e inizia a parlare con chiarezza. La menopausa è una di queste soglie. Non si presenta come una malattia, ma come una trasformazione profonda, spesso fraintesa, in cui il corpo femminile riorganizza le proprie risorse biologiche, energetiche ed espressive. 

“Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume”, scriveva Eraclito, e la menopausa rappresenta proprio questo: un passaggio irreversibile che chiede ascolto, non resistenza.

Dal punto di vista medico, la riduzione degli estrogeni incide su numerosi tessuti bersaglio, tra cui il cavo orale, le gengive, le mucose e le corde vocali. Secchezza orale, gengiviti, alterazioni della voce, bruciore e sensibilità aumentata non sono disturbi marginali, ma segnali di una riorganizzazione sistemica. 

Ippocrate affermava che “il corpo è un tutto armonico”, e ignorare questi segni significa perdere informazioni preziose sullo stato generale dell’organismo.

La bocca, nella tradizione occidentale, è spesso ridotta a funzione meccanica, ma in molte culture antiche è considerata una soglia sacra. 

Nei Salmi si legge: “La bocca dell’uomo esprime ciò che trabocca dal cuore”. 

In Medicina Tradizionale Cinese, la bocca è strettamente collegata alla Milza e allo Stomaco, organi responsabili non solo della digestione del cibo, ma anche dell’assimilazione dell’esperienza. Quando l’energia della Milza si indebolisce, le mucose perdono nutrimento e stabilità, manifestando secchezza e fragilità.

La menopausa, secondo la MTC, è un momento in cui il Jing del Rene entra in una nuova fase di distribuzione. 

Il Huangdi Neijing afferma che “quando il Rene si indebolisce, la voce cambia e le ossa perdono forza”. La voce, infatti, è un’espressione diretta dell’energia profonda: la sua alterazione non è solo un fenomeno meccanico, ma un segnale di riequilibrio incompleto tra Yin e Yang. La raucedine, la perdita di estensione vocale o l’affaticamento nel parlare raccontano un corpo che sta ridefinendo la propria identità energetica.

Anche la filosofia orientale offre chiavi di lettura illuminanti. 

Laozi scriveva che “ciò che è morbido e flessibile è più forte di ciò che è rigido”. Durante la menopausa, i tessuti perdono elasticità, ma questa perdita invita a sviluppare una flessibilità diversa, più interna. La secchezza orale, ad esempio, può essere letta come un invito a nutrire lo Yin, a rallentare, a coltivare il silenzio e l’ascolto.

Dal punto di vista psicologico, la voce rappresenta l’identità sonora dell’individuo. Carl Gustav Jung osservava che “ciò a cui resistiamo persiste”. Molte donne vivono la menopausa come una sottrazione, reprimendo emozioni, parole non dette, desideri inespressi. Questa tensione trova spesso espressione nel distretto orale e laringeo, dove corpo ed emozione si incontrano. 

La psicologia somatica contemporanea riconosce che la bocca è una delle principali zone di somatizzazione del controllo e della rinuncia.

Anche la pedagogia ci insegna qualcosa su questo passaggio. Maria Montessori sosteneva che “ogni crisi è un’opportunità di crescita”. 

La menopausa può diventare un momento educativo profondo, in cui la donna impara a nutrirsi in modo nuovo, non solo attraverso il cibo, ma attraverso relazioni più autentiche, confini più chiari e una voce più fedele a sé stessa. La bocca, in questo senso, non è solo un organo, ma un luogo di verità.

La tradizione cristiana parla spesso di parola come atto creativo. Nel Vangelo di Giovanni si legge: “In principio era il Verbo”. 

Perdere la voce, sentirla fragile o instabile, può generare smarrimento, ma può anche aprire a una parola più essenziale. In MTC si direbbe che il Cuore, sede dello Shen, sta cercando una nuova modalità di espressione. Quando lo Shen è disturbato, la voce perde centratura e il linguaggio diventa affaticato.

Dal punto di vista fisiologico, la riduzione estrogenica influisce sulla microcircolazione gengivale, sul trofismo dei tessuti e sulla composizione della saliva. 

Tuttavia, come ricordava Galeno, “non basta curare l’organo se si ignora la causa”. La causa, in molti casi, risiede in uno squilibrio energetico globale, aggravato da stress cronico, alimentazione disarmonizzata e mancanza di spazi di recupero.

Il pensiero taoista invita a considerare ogni fase della vita come necessaria. Zhuangzi scriveva che “la trasformazione è la legge del Cielo”. 

La menopausa non è una fine, ma un cambio di direzione dell’energia vitale. Quando questo cambiamento non viene accompagnato, il corpo utilizza la bocca, le gengive e la voce come canali di segnalazione privilegiati, perché sono luoghi di contatto tra interno ed esterno.

La voce, infine, è anche strumento relazionale. 

Viktor Frankl affermava che “l’uomo si realizza nel significato”. Ritrovare una voce stabile e presente durante la menopausa significa ritrovare senso, direzione e dignità del proprio percorso. Il riequilibrio energetico, in questo contesto, non è un intervento tecnico, ma un processo di riconnessione profonda con il proprio ritmo naturale.

Accogliere i cambiamenti della bocca e della voce durante la menopausa significa imparare ad ascoltare il corpo come un alleato. 

Come insegna il Neijing, “chi conosce se stesso non teme il tempo”. Il benessere nasce quando il cambiamento viene sostenuto, non contrastato.

Se senti che questo passaggio della vita chiede uno spazio di ascolto, integrazione e riequilibrio energetico, ti invito a proseguire il tuo percorso nei miei studi di Lomazzo e Buttrio. 

Sono luoghi pensati per accompagnare il cambiamento in modo rispettoso e profondo, sostenendo il benessere generale attraverso un lavoro energetico mirato, consapevole e personalizzato.

Bibliografia essenziale 

Rossi M., Menopausa e sistemi integrati di cura, 2021
Wang J., Kidney Jing and Aging in TCM, 2020
Li X., Oral Health and Hormonal Transitions, 2022
Bianchi P.G., Energia, cicli di vita e consapevolezza, 2022
Smith L., Voice, Identity and Hormonal Change, 2023
Chen H., Yin Deficiency Patterns in Midlife Women, 2024
Kumar A., Integrative Approaches to Menopause, 2021


martedì 27 gennaio 2026

L’ordine che nutre: come la sequenza alimentare dialoga con metabolismo, coscienza e tradizioni antiche

 



C’è un gesto quotidiano, apparentemente banale, che compiamo più volte al giorno e che, se osservato con attenzione, rivela una sorprendente profondità: l’atto di iniziare a mangiare. 

Non solo che cosa mangiamo, ma come e in quale ordine introduciamo il cibo nel corpo può diventare un atto regolativo, educativo e persino trasformativo.

“La natura ama nascondersi”, scriveva Eraclito, e spesso lo fa proprio nelle abitudini più semplici, là dove il corpo dialoga silenziosamente con la mente e con l’ambiente.

La fisiologia moderna ci mostra come l’ordine di assunzione degli alimenti influenzi la risposta glicemica, l’attivazione insulinica e i meccanismi di sazietà. Fibre e proteine introdotte prima dei carboidrati rallentano lo svuotamento gastrico e modulano l’assorbimento del glucosio, favorendo un equilibrio metabolico più stabile. Tuttavia, questa scoperta non è una novità assoluta: è piuttosto una riscoperta. 

“Nulla di nuovo sotto il sole”, ammoniva Qoèlet, ricordandoci come molte verità siano cicliche e ritornino sotto forme diverse.

La Medicina Tradizionale Cinese ha da sempre considerato l’ordine e il ritmo come principi fondamentali della nutrizione. Nei testi classici attribuiti a Zhang Zhongjing si afferma che “quando il Milza-Qi è armonioso, i cento sapori trovano la loro giusta dimora”. 

Mangiare in modo disordinato o introducendo alimenti difficili da trasformare in una fase iniziale del pasto affatica la Milza, organo deputato alla trasformazione e al trasporto, compromettendo la produzione di Qi e Sangue. 

In questa prospettiva, l’ordine alimentare non è solo una strategia metabolica, ma un atto di rispetto verso l’intelligenza energetica del corpo.

Anche la filosofia occidentale ha spesso richiamato il valore dell’ordine come principio di salute. 

Aristotele sosteneva che “la virtù sta nel giusto mezzo”, e tale giusto mezzo può essere letto anche come una sequenza equilibrata tra stimolo e risposta, tra introduzione e assimilazione. 

Analogamente, Ippocrate, padre della medicina, ricordava che “la digestione è la radice della salute”, anticipando l’idea che ciò che non viene correttamente trasformato diventa fonte di squilibrio.

Dal punto di vista psicologico e pedagogico, l’ordine nel mangiare educa alla consapevolezza. 

Jean Piaget osservava che “l’intelligenza è ciò che usiamo quando non sappiamo cosa fare”: scegliere consapevolmente da dove iniziare un pasto significa uscire dall’automatismo e rientrare in un atto intenzionale. 

Carl Rogers, dal canto suo, ci ricorda che “l’organismo sa ciò che è buono per lui, se viene ascoltato”, e l’ascolto passa anche attraverso segnali sottili di fame, sazietà e gradimento che emergono più chiaramente quando la glicemia è stabile.

Le tradizioni spirituali convergono sorprendentemente su questi temi. Nel Buddhismo si afferma che “mangiare con consapevolezza è una forma di meditazione”, come insegnava Thich Nhat Hanh, mentre nel Tao Te Ching Laozi scrive che “chi sa nutrirsi non riempie, ma sostiene”. 

Anche nel Cristianesimo il cibo è profondamente simbolico: “Non di solo pane vivrà l’uomo”, si legge nel Vangelo di Matteo, indicando che il nutrimento è relazione, ordine e significato, non mera quantità.

La sequenza alimentare diventa così un ponte tra biochimica ed etica del vivere. In termini neuroendocrini, un pasto che inizia con verdure e proteine riduce l’iperstimolazione dopaminergica e favorisce una risposta più regolata del sistema nervoso autonomo. In termini simbolici, è un allenamento alla priorità: prima ciò che nutre in profondità, poi ciò che gratifica. 

Maria Montessori scriveva che “l’educazione è un aiuto alla vita”, e questo aiuto può iniziare proprio dal piatto.

In MTC si direbbe che questo approccio rafforza lo Zheng Qi, l’energia corretta, permettendo al corpo di adattarsi meglio agli stress interni ed esterni. Sun Simiao, grande medico della dinastia Tang, affermava che “chi conosce l’arte di nutrirsi previene la malattia prima che nasca”. 

Oggi potremmo tradurlo dicendo che una corretta sequenza alimentare sostiene la prevenzione metabolica e favorisce un dimagrimento fisiologico, non forzato.

Integrare queste conoscenze nella pratica quotidiana significa superare la logica della dieta come restrizione e abbracciare una visione educativa e olistica dell’alimentazione. 

Come ricordava Gregory Bateson, “la saggezza è conoscere il contesto”: il cibo non agisce mai isolatamente, ma all’interno di un sistema fatto di ritmi, emozioni, postura e storia personale.

Se senti che il tuo corpo ti sta chiedendo un nuovo ordine, non imposto ma ascoltato, il mio lavoro nasce proprio per accompagnare questo processo. Nei miei studi di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD) tratto la nutrizione consapevole secondo i principi della Medicina Tradizionale Cinese anche in collaborazione con professionisti del settore per  aiutarti a ritrovare equilibrio, energia e presenza. 

Il primo passo è sempre semplice: iniziare da dove davvero nutre.

Bibliografia essenziale 

Hall K.D., Energy balance and body weight regulation, American Journal of Clinical Nutrition, 2021.
Ludwig D.S., Ebbeling C.B., The carbohydrate-insulin model of obesity, JAMA Internal Medicine, 2021.
Jenkins D.J.A. et al., Food order and postprandial glycemia, Nutrients, 2022.
Pérez-Escamilla R. et al., Diet quality and metabolic health, The Lancet, 2020.
Wang J., Modern research on Spleen Qi and metabolism, Journal of Traditional Chinese Medicine, 2021.



domenica 25 gennaio 2026

Aspirina e Covid-19: il ruolo del terreno biologico tra farmacologia moderna e Medicina Tradizionale Cinese

 


  
 


Negli ultimi anni la ricerca biomedica ha concentrato gran parte dei suoi sforzi sull’identificazione e sulla neutralizzazione degli agenti patogeni responsabili delle malattie infettive. La dichiarata pandemia da SARS-CoV-2 non ha fatto eccezione, orientando l’attenzione prevalentemente verso il virus, le sue varianti e i meccanismi di ingresso nelle cellule umane. Tuttavia, alcune recenti evidenze scientifiche suggeriscono la necessità di ampliare lo sguardo e di tornare a considerare in modo più sistemico il ruolo dell’organismo ospite e del suo stato di equilibrio interno.

 

In questo contesto si inserisce uno studio italiano pubblicato su Frontiers in Immunology, condotto presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, che ha indagato l’azione dell’acido acetilsalicilico nei confronti dell’infezione da SARS-CoV-2. I risultati mostrano come l’aspirina sia in grado di interferire con la struttura della proteina Spike, riducendone l’affinità di legame con il recettore ACE2, passaggio cruciale per l’ingresso del virus nelle cellule. Parallelamente, è stata osservata una modulazione della risposta infiammatoria, con una riduzione dei processi che contribuiscono al danno polmonare nei modelli sperimentali.

 

È importante sottolineare che l’aspirina non agisce come antivirale diretto, né elimina il virus. La sua azione sembra piuttosto orientata a modificare il contesto biologico in cui il patogeno opera, rendendo l’ambiente cellulare meno favorevole alla progressione dell’infezione e limitando le risposte infiammatorie eccessive che rappresentano uno dei principali fattori di gravità clinica nel Covid-19.

 

Questa prospettiva, apparentemente innovativa nel linguaggio della farmacologia moderna, trova un’interessante consonanza con i principi della Medicina Tradizionale Cinese. 

 

In tale sistema medico, le malattie epidemiche non sono mai considerate esclusivamente come il risultato di un agente esterno, ma come l’esito dell’interazione tra un fattore patogeno e un organismo che presenta condizioni di Vuoto, Stagnazione o squilibrio interno. 

 

Numerose analisi condotte in ambito MTC  hanno descritto la Covid-19 come una combinazione di Calore Tossico, Umidità e Stasi di Qi e Sangue, con coinvolgimento prevalente del Polmone e della Milza. In termini biomedici contemporanei, questi quadri corrispondono a stati di infiammazione sistemica, disfunzione immunitaria e alterazioni della microcircolazione.

 

L’azione dell’aspirina sulla modulazione dell’infiammazione e sulla fluidità dei processi biologici richiama in modo sorprendente il principio della MTC secondo cui il trattamento deve mirare a muovere ciò che è stagnante e a ridurre gli eccessi, affinché il patogeno non trovi condizioni favorevoli per radicarsi. In entrambi i modelli, seppur con linguaggi e strumenti differenti, emerge una visione della malattia come fenomeno sistemico, nel quale il terreno biologico gioca un ruolo determinante quanto l’agente causale.

 

Lo studio italiano non autorizza in alcun modo l’automedicazione né propone l’aspirina come soluzione terapeutica universale per la Covid-19. Al contrario, rafforza la necessità di un approccio prudente, integrato e basato su evidenze cliniche solide. Il valore principale di questi risultati risiede nella conferma di un concetto chiave: la modulazione dell’infiammazione e il mantenimento dell’equilibrio fisiologico rappresentano elementi centrali nella prevenzione delle forme gravi di malattia.

 

Alla luce di queste considerazioni, appare sempre più evidente come la prevenzione e la gestione delle patologie infettive non possano limitarsi all’intervento farmacologico mirato sul patogeno, ma debbano includere una valutazione globale dello stato dell’organismo. Fattori quali infiammazione cronica di basso grado, stress, assetto metabolico, qualità della respirazione e adattabilità del sistema neuroimmunoendocrino assumono un ruolo cruciale nel determinare la risposta individuale all’infezione.

 

Il dialogo tra medicina convenzionale e modelli sistemici come la Medicina Tradizionale Cinese non rappresenta una contrapposizione ideologica, ma un’opportunità epistemologica. Quando approcci diversi convergono sull’importanza del terreno biologico, dell’equilibrio e della regolazione dei processi interni, si apre uno spazio di riflessione che può arricchire la pratica clinica e la ricerca futura.

 

Da questo punto di vista, la salute non emerge come il risultato di una guerra contro un nemico esterno, ma come l’espressione di un sistema capace di adattarsi, modulare e autoregolarsi. Ed è forse in questa direzione che la medicina del futuro è chiamata a evolvere.

 

Se la ricerca scientifica ci mostra che la gravità di una malattia dipende anche dal terreno biologico su cui agisce, allora la prevenzione non può essere ridotta a un atto occasionale o emergenziale. Prevenire significa intervenire prima, in modo continuo e consapevole, sui fattori che regolano l’equilibrio dell’organismo.

 

Educare al proprio benessere generale con una visione olistica (complessiva) ha sempre l’obiettivo di anticipare qualsiasi stato dell’infiammazione cronica di basso grado: questo non è un approccio alternativo alla medicina, ma una sua naturale estensione. 

 

Lavorare sulla regolazione del sistema neurovegetativo, sulla fluidità dei tessuti e sulla capacità adattativa della persona significa creare le condizioni affinché l’organismo risponda in modo più efficace agli stimoli esterni, inclusi quelli infettivi.

 

La prevenzione autentica non si limita a evitare la malattia, ma costruisce salute nel tempo. È un processo che richiede ascolto, consapevolezza e un lavoro integrato sulla persona nella sua globalità. 

 

In questa prospettiva, il compito dei professionisti (sanitari e del benessere) è accompagnare le persone verso un equilibrio più stabile affinché il terreno non diventi il punto debole, ma la prima linea di protezione. 

 

Provare per credere.

 

 

Bibliografia essenziale

·       Frontiers in Immunology (2024)
Aspirin Alters SARS-CoV-2 Spike Glycosylation and Reduces ACE2 Binding

·       The Lancet Rheumatology (2021)
Inflammation, immune dysregulation and COVID-19 severity

·       Journal of Traditional Chinese Medicine (2020–2022)
TCM patterns and integrative approaches in COVID-19 management

·       Nature Reviews Immunology (2021)
Immune response, cytokine imbalance and systemic inflammation in SARS-CoV-2 infection

·       Pharmacological Research (2022)
Anti-inflammatory drugs and modulation of COVID-19 outcomes