martedì 1 settembre 2026

ABBASTANZA BENE DAI... UN DISASTRO!

 



 

“Abbastanza bene, dai…” Perché quella risposta rivela tutto ciò che non stiamo dicendo al nostro corpo 

C’è un momento della giornata in cui siamo tutti attori consumati. Avviene in ascensore, sul pianerottolo, all’ingresso dell’ufficio, al banco del bar.

Qualcuno ci guarda — spesso senza fermarsi davvero — e chiede: «Come stai?». Noi, con quella disinvoltura che i secoli di civiltà ci hanno insegnato, rispondiamo: «Abbastanza bene, dai». Poi ognuno va per la propria strada.

Eppure, se ci soffermassimo un istante su quelle tre parole — abbastanza bene, dai — scopriremmo che dentro di esse è nascosto un universo di non detto, di segnali ignorati, di energie sospese e non elaborate. Quel dai finale, apparentemente innocuo, è forse la parola più rivelatrice del nostro tempo: un’ammissione velata di qualcosa che non va del tutto, accompagnata però da una rinuncia immediata ad approfondire.

CLICCA QUI PER IL RESTO DEL MIO ARTICOLO PUBBLICATO SULLA RIVISTA SCIENTIFICA BRAINFACTOR 

O QUI SOTTO 

<https://brainfactor.it/abbastanza-bene-dai-perche-quella-risposta-rivela-tutto-cio-che-non-stiamo-dicendo-al-nostro-corpo/>

 

 

 

venerdì 21 agosto 2026

ELOGIO DELLA NOIA


  


Il Vuoto come Spazio di Cura

Viviamo l'epoca che ha dichiarato guerra alla noia con più determinazione di ogni altra nella storia. Basta un istante di silenzio, un'attesa in fila, una sera senza impegni, perché la mano corra automaticamente verso lo schermo più vicino. Abbiamo costruito un'intera economia sulla promessa di riempire ogni interstizio del tempo, come se il vuoto fosse una falla da tappare urgentemente, un difetto di fabbricazione della vita.

Nella mia pratica, tra Lomazzo e Buttrio, incontro sempre più spesso persone che non sanno più annoiarsi. Non intendo dire che riempiono le giornate di impegni: intendo che hanno perso la capacità fisiologica di tollerare uno spazio vuoto senza riempirlo immediatamente di stimolo. È una perdita silenziosa, che non fa notizia, ma che a mio avviso è una delle radici meno indagate del malessere contemporaneo.

La Medicina Tradizionale Cinese non conosce il vuoto come mancanza. Il concetto di xu (虛) indica certo una condizione di insufficienza quando riferito a un organo o a un'energia carente, ma nel pensiero taoista che permea tutta la cultura clinica cinese il vuoto ha anche un'altra faccia, quella dello spazio ricettivo, della cavità che rende possibile il movimento del qi. Non è un caso che lo Shen, lo spirito che risiede nel Cuore secondo la fisiologia energetica cinese, abbia bisogno di momenti di quiete apparente per potersi radicare: un'agitazione continua, uno stimolo che non si interrompe mai, disperde lo Shen invece di nutrirlo.

Lao Tzu affida a un'immagine domestica una delle formulazioni più limpide di questo principio: è il vuoto interno di una ciotola a renderla utile, è lo spazio libero di una stanza a permetterne l'abitabilità. Il pieno definisce la forma, ma è il vuoto a garantire la funzione. Applicato al tempo psichico, questo significa che una giornata compatta di stimoli, per quanto produttiva in apparenza, non lascia alcuno spazio perché qualcosa di nuovo possa formarsi. La noia, in questa lettura, non è l'assenza di vita: è la condizione che la rende possibile.

“Non è il pieno a generare la vita interiore, ma il vuoto che lo rende abitabile.”

È importante distinguere, ed è una distinzione che nella pratica di counseling olistico faccio spesso con chi arriva in studio lamentando un vago senso di vuoto esistenziale: c'è una noia sintomo e una noia cura. La prima è quella cronica, insopportabile, che segnala spesso un blocco energetico più profondo, una stagnazione che il corpo energetico manifesta come assenza di significato. È l'equivalente psichico di quello che nel linguaggio che uso da anni definisco acqua che non corre, fete: quando la vita interiore non trova varchi di espressione, ristagna, e la noia cronica ne è spesso il primo segnale percepibile.

La seconda è tutt'altra cosa: è la noia che si sceglie, lo spazio bianco che si concede deliberatamente, l'attesa non riempita. È la noia della convalescenza, quella che la Scuola Medica Salernitana raccomandava nei suoi regimina sanitatis come parte integrante della cura, ben prima che la medicina moderna riscoprisse il valore clinico del riposo attivo. 

È la noia di Carl Gustav Jung quando descriveva l'immaginazione attiva: un metodo che richiede innanzitutto di sospendere l'attività diretta della mente, di lasciarla vagare senza meta, perché sia proprio in quello spazio apparentemente sterile che i contenuti dell'inconscio trovano finalmente la via per emergere e farsi simbolo.

C'è un'analogia che trovo utile proporre a chi fatica ad accettare l'idea che il non-fare abbia un valore, ed è quella che la fisica quantistica offre con il concetto di vuoto: non uno spazio inerte e privo di eventi, ma un campo di potenzialità dal quale emergono continuamente fluttuazioni, particelle virtuali, possibilità che si attualizzano e si dissolvono. 

Non intendo qui sovrapporre impropriamente linguaggi che appartengono a discipline diverse, ma offrire un'immagine: anche la mente, quando smette di essere occupata da uno stimolo esterno costante, non si spegne. Entra in una modalità diversa, meno visibile, in cui le connessioni si riorganizzano, le intuizioni maturano, le soluzioni ai problemi che di giorno sembravano irrisolvibili trovano improvvisamente la loro forma. 

Non è un caso che le idee migliori arrivino spesso sotto la doccia, durante una passeggiata senza meta, in un'attesa che non abbiamo riempito con altro.

Nel percorso che propongo attraverso Origin Program, uno degli esercizi che chiedo con più frequenza, e che sorprende sempre per la sua apparente semplicità, è quello di concedersi ogni giorno un tempo esplicitamente vuoto: nessun compito, nessuno schermo, nessun obiettivo da raggiungere. 

Non è tempo perso. È tempo che si restituisce al corpo energetico perché possa fare ciò che sa fare meglio quando non è costretto a rincorrere uno stimolo dopo l'altro: integrare, digerire, rigenerare.

La noia, se la accogliamo invece di combatterla, smette di essere il nemico e diventa la soglia. È lo spazio dove lo Shen si radica, dove il vuoto della ciotola diventa funzione, dove l'inconscio trova finalmente il silenzio necessario per parlare. In un tempo che ha fatto della saturazione costante una virtù, forse la scelta più radicale che possiamo compiere per la nostra cura è proprio questa: fermarsi, non riempire, lasciare che il vuoto faccia il suo lavoro.


Paolo G. Bianchi – IPHM, Prof. Disc. L. 4/13

Vieni a scoprire il tuo percorso Origin Program nei nostri studi di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD).

© Paolo G. Bianchi – Tutti i diritti riservati


Bibliografia e fonti

G. Maciocia, I fondamenti della Medicina Cinese, IV edizione, Edra, 2022

É. Rochat de la Vallée, Il pensiero cinese nella medicina tradizionale, Jaca Book, 2020

C.G. Jung, L'uomo e i suoi simboli, nuova edizione critica, Raffaello Cortina, 2021

AA.VV., Regimen Sanitatis Salernitanum, edizione commentata, Edizioni Salerno, 2020

C. Rovelli, L'ordine del tempo, nuova edizione, Adelphi, 2021

 


martedì 18 agosto 2026

Entanglement. Quando due diventano uno

  



 

 

La fisica quantistica e l'antica intuizione della non separazione

 

Che cosa ci dice davvero la scienza sulla connessione invisibile tra le cose — e dove finisce la fisica e comincia la filosofia

C'è un esperimento, nella storia della fisica del Novecento, che ha costretto la scienza a fare i conti con una parola che fino ad allora apparteneva più alla mistica che al laboratorio: connessione. 

Due particelle, generate dalla stessa interazione, vengono separate e allontanate l'una dall'altra — in teoria anche di anni luce. Eppure, quando si misura lo stato della prima, lo stato della seconda risulta determinato nello stesso istante, come se tra le due non fosse mai davvero esistita una vera separazione. 

Einstein, che pure aveva contribuito a fondare la meccanica quantistica, non riuscì mai a fare pace con questo fenomeno: lo chiamò, con un misto di rispetto e fastidio, “azione spettrale a distanza”. 

Oggi lo chiamiamo entanglement, ed è uno dei capitoli più solidi e insieme più enigmatici della fisica contemporanea.

Vale la pena, prima di lasciarsi affascinare, essere precisi su che cosa l'entanglement sia realmente, perché è un tema che si presta facilmente a essere frainteso o gonfiato. 

Due particelle entangled formano un unico sistema quantistico: non è possibile descrivere lo stato dell'una senza descrivere anche lo stato dell'altra. Misurando una proprietà della prima — lo spin, la polarizzazione — si conosce istantaneamente la proprietà corrispondente della seconda. Questo non significa che viaggi un segnale più veloce della luce: il risultato di ogni singola misura resta imprevedibile, casuale, e nessuna informazione utile può essere trasmessa più rapidamente dei limiti imposti dalla relatività. 

Ciò che è garantito è la correlazione fra i due esiti, non la possibilità di comunicare. È una distinzione sottile ma decisiva, che i test sulle disuguaglianze di Bell — premiati con il Nobel per la Fisica nel 2022 ad Alain Aspect, John Clauser e Anton Zeilinger — hanno confermato con un rigore sperimentale che ormai non lascia più spazio al dubbio: l'entanglement esiste, è reale, ed è già alla base di tecnologie concrete come la crittografia quantistica e i primi computer quantistici.

Due sistemi che sono stati in contatto restano, in un certo senso, un'unica entità anche quando appaiono distanti e indipendenti: la fisica lo dimostra a livello subatomico, con uno scrupolo sperimentale che non ammette scorciatoie.

È qui che la tentazione, per chi come me si muove tra pensiero orientale e ricerca contemporanea, diventa forte: leggere nell'entanglement una conferma scientifica di ciò che la Medicina Tradizionale Cinese insegna da millenni sulla natura relazionale del Qi, o di ciò che il Tao Te Ching intuiva quando descriveva un'unica matrice originaria da cui tutte le diecimila cose si separano solo in apparenza. 

La tentazione è comprensibile, e non del tutto infondata come suggestione filosofica — ma qui è necessario, credo, esercitare la stessa onestà intellettuale che chiediamo alla scienza quando ci chiede di sospendere il giudizio davanti a ciò che non può ancora misurare. 

L'entanglement verificato in laboratorio riguarda sistemi quantistici isolati, protetti dalla de-coerenza, mantenuti a temperature spesso prossime allo zero assoluto: non è la stessa cosa dell'affermare che due persone, o due organi del corpo, o l'operatore e il paziente durante un trattamento, siano “entangled” nel senso tecnico del termine. 

Su questo punto la comunità scientifica resta, giustamente, molto cauta, e chi lavora nel campo del benessere integrato ha una responsabilità in più: usare il linguaggio della fisica come metafora feconda, non come certificato di autenticità.

Detto questo — e proprio perché lo abbiamo detto con chiarezza — resta uno spazio legittimo per la riflessione filosofica, uno spazio che il Tao Te Ching aveva aperto molto prima che Bell scrivesse le sue disuguaglianze. 

Lao Tzu insegna che le diecimila cose nascono dall'Uno e all'Uno ritornano: la molteplicità che percepiamo con i sensi sarebbe una differenziazione apparente di ciò che, a un livello più profondo, resta indiviso. Zhuangzi, nel suo celebre sogno della farfalla, gioca proprio con questo confine incerto tra identità separate: chi sogna chi, se il confine tra i due non è mai stato così netto come credevamo? 

Non sto suggerendo che i maestri taoisti avessero anticipato la meccanica quantistica — sarebbe un anacronismo intellettualmente disonesto — ma che entrambe le tradizioni, quella filosofica orientale e quella fisica occidentale più avanzata, arrivano a mettere in discussione la stessa premessa: l'idea che la separazione sia il dato fondamentale della realtà, e non piuttosto un'astrazione utile ma parziale.

Anche l'Huangdi Neijing, quando descrive il corpo come un microcosmo in risonanza costante con il macrocosmo celeste, non parla di organi isolati ma di una rete di corrispondenze in cui ogni parte riflette e influenza il tutto. 

Giovanni Maciocia, traducendo questa visione per la clinica occidentale, ha sempre insistito su un punto che qui torna utile: il Qi non collega gli organi come fili elettrici collegano due lampadine, ma come una singola melodia attraversa strumenti diversi nella stessa orchestra — la separazione tra gli strumenti è reale, ma la melodia che li attraversa è una sola. È un'immagine più vicina, forse, a ciò che davvero l'entanglement suggerisce: non l'abolizione delle parti, ma il fatto che le parti, una volta state in relazione, portino con sé qualcosa dell'intero anche quando appaiono distanti.

Il risultato di ogni singola misura resta imprevedibile: è la correlazione tra le due misure a essere garantita, non la possibilità di comunicare — una precisione che vale la pena custodire proprio per non svuotare di rigore un'intuizione così affascinante.

Anche Carl Gustav Jung, negli ultimi anni della sua vita, intuì qualcosa di simile lavorando fianco a fianco con il fisico Wolfgang Pauli: il concetto di sincronicità, la coincidenza significativa tra un evento interiore e un evento esteriore privi di nesso causale diretto, nasce proprio da questo dialogo tra psicologia del profondo e fisica dei quanti. 

Jung non pretendeva di aver dimostrato scientificamente la sincronicità — la presentava come ipotesi, come categoria complementare alla causalità, utile a descrivere fenomeni che la causalità da sola non spiega. 

È lo stesso atteggiamento che, credo, dovremmo mantenere oggi verso l'entanglement quando lo portiamo fuori dal laboratorio: non prova, ma metafora feconda; non certificato scientifico del benessere olistico, ma invito a pensare la connessione come reale possibilità, non come sola proiezione.

Hildegard von Bingen, otto secoli prima di Jung e Pauli, aveva già intuito che ogni essere vivente partecipa a un'unica trama vitale — la viriditas — che attraversa il creato senza fermarsi ai confini dei singoli corpi. 

E la Scuola Medica Salernitana, nel suo pragmatismo, non separava mai la cura del singolo organo dalla cura della persona intera, immersa a sua volta in un ambiente, in un tempo, in relazioni che la determinano più di quanto siamo abituati ad ammettere. 

Forse la lezione più onesta che possiamo trarre dall'entanglement, tenendo ferma la differenza tra rigore fisico e suggestione filosofica, è proprio questa: la separazione netta tra le cose — tra organi, tra persone, tra chi cura e chi è curato — è spesso un'astrazione comoda più che una descrizione fedele della realtà. E se l'energia che non scorre imputridisce, come amo ripetere, forse è perché nulla, nemmeno a livello sottile, è mai stato davvero isolato dal resto.

È in questo spazio di ascolto e di connessione — reale, non magica, esercitata con rigore e non con scorciatoie — che si muove il lavoro dell'Origin Program, dove Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness dialogano proprio a partire da questa domanda: che cosa significa davvero prendersi cura di un sistema che non finisce ai confini della pelle?

Se il tema vi ha incuriosito, vi aspetto negli studi di Lomazzo e Buttrio per approfondirlo insieme, con la stessa cautela e la stessa curiosità con cui la fisica continua, ancora oggi, a interrogare l'entanglement.


Bibliografia

Zeilinger, A. (2021). Il velo di Einstein. La nuova fisica del mondo quantistico. Torino: Einaudi.

Rovelli, C. (2022). Helgoland. Milano: Adelphi.

Kaptchuk, T. J. (2023). Medicina cinese: la tela senza tessitore. Roma: Casa Editrice Astrolabio.

Maciocia, G. (2021). I fondamenti della Medicina Cinese. Milano: Edra.

Rochat de la Vallée, E. (2021). Il grande libro della medicina cinese. Torino: Jaca Book.

Jung, C. G., Pauli, W. (2021, nuova ed.). Sincronicità come principio di nessi causali. Torino: Bollati Boringhieri.

Citro Della Riva, M. (2025). Illusione. Viaggio nell'invisibile tra scienza e spiritualità. Milano: Sperling & Kupfer.

Bingen, H. von (2020). Il libro delle opere divine. Milano: San Paolo Edizioni.

venerdì 14 agosto 2026

IL LEGAME CON CHI CI TRATTIENE

  



Sindrome di Stoccolma, social, politica e la lezione della Medicina Tradizionale Cinese

Il 23 agosto 1973, in una banca al centro di Stoccolma, quattro persone tenute in ostaggio per centotrenta ore da due rapinatori armati compirono un gesto che la cronaca giudiziaria non seppe come classificare: difesero i loro sequestratori, rifiutarono di testimoniare contro di loro, arrivarono persino a raccogliere fondi per la loro difesa legale. 

Nacque così, quasi per necessità lessicale, l'espressione “sindrome di Stoccolma”: un nome per un paradosso, prima ancora che una diagnosi clinica riconosciuta nei manuali internazionali. 

Cinquant'anni dopo, quel paradosso non abita più soltanto le stanze chiuse dei sequestri di persona. Abita gli schermi che teniamo in tasca, i talk show che ci indignano ogni sera, le appartenenze politiche che difendiamo anche quando ci feriscono. 

Ed è proprio in questo slittamento, dalla cronaca nera alla vita quotidiana, che la Medicina Tradizionale Cinese può offrirci una chiave di lettura che la sola psicologia clinica non basta a fornire.

Chi studia la sindrome di Stoccolma concorda su un punto essenziale: non si tratta di una libera adesione, ma di un meccanismo di difesa inconsapevole, attivato da uno squilibrio di potere estremo in cui la sopravvivenza dipende interamente dalla benevolenza di chi detiene il controllo. 

La vittima non sceglie di affezionarsi al suo aggressore: il suo sistema nervoso, messo alle strette, trova nell'identificazione con la fonte della minaccia l'unica via percorribile per ridurre il terrore e mantenere un senso di coerenza interna.

È una strategia arcaica, la stessa che in natura porta il cucciolo smarrito a seguire qualunque figura si mostri disposta a proteggerlo, indipendentemente dalle sue reali intenzioni.

Ciò che rende il fenomeno interessante, oltre la sua manifestazione più eclatante nei sequestri di persona, è la sua strutturale trasversalità: chi lo ha osservato da vicino ha rilevato dinamiche sovrapponibili in contesti di violenza domestica, in relazioni di mobbing lavorativo, in ogni situazione in cui la libertà personale venga sottratta, anche solo psicologicamente, e la dipendenza dall'altro diventi condizione di sopravvivenza percepita.

Il filo conduttore non è la violenza fisica in sé, ma la privazione di autonomia unita alla necessità di trovare un senso a ciò che si sta vivendo.

«Non fu la forza a piegarli, ma la ricerca disperata di un senso nella privazione della libertà.»

Se spostiamo lo sguardo dalle stanze blindate delle rapine alle stanze virtuali che abitiamo ogni giorno, la sovrapposizione con le dinamiche social è difficile da ignorare, pur richiedendo prudenza nel linguaggio.

Nessuno ci tiene in ostaggio davanti a uno schermo con un'arma puntata. Eppure le architetture digitali che abitiamo sono progettate, con sofisticazione crescente, per sfruttare la stessa vulnerabilità che rende possibile l'identificazione con chi ci controlla: la ricerca di sicurezza, di appartenenza, di un senso di coerenza che riduca l'ansia dell'incertezza.

Gli studi sulla polarizzazione politica online hanno mostrato come gli algoritmi privilegino sistematicamente i contenuti a più alto carico emozionale e morale, poiché generano il coinvolgimento da cui dipende il modello di business delle piattaforme: una minoranza di utenti particolarmente radicali produce la quasi totalità dei contenuti politici più condivisi, mentre la maggioranza moderata resta silenziosa, plasmata comunque da ciò che il feed decide di mostrarle.

Una recente sperimentazione condotta da ricercatori di Stanford, dell'Università di Washington e della Northeastern University, pubblicata sulla rivista Science, ha misurato concretamente questo effetto: modificando artificialmente il flusso dei contenuti divisivi nel feed di oltre milleduecento persone nel periodo elettorale statunitense, i partecipanti esposti a meno contenuti polarizzanti hanno riportato un atteggiamento significativamente più mite verso lo schieramento avversario.

La prova, se ancora ce ne fosse bisogno, che l'ambiente informativo in cui siamo immersi non è neutro: ci educa a percepire chi non condivide le nostre posizioni come una minaccia, e a stringerci più forte attorno a chi, paradossalmente, ci mantiene in uno stato di allarme costante per continuare a catturare la nostra attenzione.

Non si tratta di sostenere ingenuamente che ogni utente di un social sia una vittima di sequestro in senso clinico: sarebbe una forzatura che la letteratura scientifica non autorizza.

Si tratta piuttosto di riconoscere una parentela di meccanismo: la dipendenza da un sistema che alterna gratificazione e allarme, la difficoltà a distaccarsene anche quando genera malessere, la tendenza a giustificare la piattaforma, il partito, la community, esattamente come si giustifica chi detiene il controllo della propria sicurezza percepita.

Alcuni studi recenti, pur dibattuti, hanno persino messo in discussione quanto gli algoritmi siano la causa primaria della polarizzazione, sottolineando come essi amplifichino dinamiche sociali già esistenti più che crearle dal nulla: un'osservazione che, lungi dallo scagionare le piattaforme, sposta la domanda su un piano ancora più radicale, quello della fragilità relazionale che ci rende terreno fertile per questi meccanismi.

«Non è la piazza digitale a renderci prigionieri, ma la fame di appartenenza che portiamo dentro varcandone la soglia.»

La Medicina Tradizionale Cinese non conosce la sindrome di Stoccolma come categoria clinica, ma conosce da millenni la condizione che ne costituisce il terreno: lo shen, lo spirito-mente ospitato nel Cuore secondo l'Huangdi Neijing, quando privato di libertà e di radicamento, non collassa nel nulla ma cerca disperatamente un ordine, anche disfunzionale, cui aggrapparsi.

Uno shen sradicato, spaventato, isolato dal proprio centro, non distingue più con chiarezza fra ciò che nutre e ciò che consuma: tenderà a identificarsi con qualunque struttura, relazione o narrazione gli offra l'illusione di un contenimento, indipendentemente dal fatto che quel contenimento sia realmente protettivo o soltanto meno terrificante del vuoto.

Giovanni Maciocia, nel ricondurre la psiche alla fisiologia dei cinque organi, ha ripetutamente sottolineato come un Cuore privo di radicamento e una Milza indebolita dalla preoccupazione cronica compromettano la capacità di discernimento e la facoltà di distinguere ciò che giova da ciò che danneggia. È lo stesso discernimento che si affievolisce in chi, sequestrato dalla paura, non riesce più a riconoscere il proprio aggressore come tale. Ed è lo stesso discernimento che si affievolisce, più silenziosamente ma non meno concretamente, in chi trascorre ore davanti a un flusso di contenuti pensati per tenerlo in uno stato di allerta perenne, scambiando l'agitazione per informazione e l'appartenenza tribale per pensiero critico.

Élisabeth Rochat de la Vallée, nei suoi studi sui testi classici cinesi, ha insistito sulla differenza fra il legame che nutre la vita, ciò che i testi taoisti chiamano yangsheng, e il legame che la consuma. Zhuangzi, nel suo celebre apologo dell'uccello ingabbiato che rifiuta la libertà offerta perché ha dimenticato il cielo, descrive con precisione disarmante ciò che la clinica moderna chiamerebbe identificazione con l'aggressore: non è la gabbia a essere il problema più profondo, ma l'oblio della propria natura selvatica, la progressiva assuefazione a un perimetro che finisce per sembrare casa.

«L'uccello che ha dimenticato il cielo non rifiuta la gabbia: la scambia per il proprio nido.»

C'è un'immagine che in questi anni di pratica clinica e di scrittura ho ripreso spesso, perché racchiude in poche parole ciò che la teoria fatica a dire con altrettanta immediatezza: acqua che non corre, fete.

Il Qi, come l'acqua, ha bisogno di movimento per restare vitale; quando ristagna, non scompare, ma degenera, produce calore patologico, torbidità, un accumulo che intossica dall'interno. Il legame patologico con chi ci trattiene, sia esso un sequestratore, un algoritmo o una tribù politica, condivide precisamente questa struttura: non è l'assenza di legame a fare ammalare, ma la sua stagnazione, l'impossibilità di lasciarlo fluire, mettere in discussione, eventualmente sciogliere.

Carl Gustav Jung avrebbe probabilmente riconosciuto in questa dinamica l'azione di un complesso autonomo: una porzione di psiche scissa dalla coscienza che, non essendo stata integrata, agisce l'individuo dall'ombra invece di essere agita da lui.

L'identificazione con l'aggressore, in questa lettura, è un tentativo, per quanto disfunzionale, di ricomposizione: meglio un legame doloroso ma riconoscibile del caos indifferenziato che la sua assenza minaccerebbe di scatenare. La stessa logica regge le appartenenze politiche più rigide e le dipendenze da piattaforme social: offrono un nemico riconoscibile, un noi rassicurante, una narrazione che tiene a bada l'angoscia dell'indeterminato, al prezzo però di una libertà interiore progressivamente erosa.

Hildegard von Bingen, nella sua visione della viriditas, la forza verdeggiante che anima ogni essere vivente sano, offre un antidoto che non è fuga dal mondo ma radicamento in esso: la salute dell'anima, per la badessa renana, non consiste nell'assenza di legami, bensì nella capacità di restare permeabili senza disperdersi, di attraversare le relazioni e le informazioni senza esserne consumati. È una temperanza che la Scuola Medica Salernitana avrebbe tradotto nel proprio linguaggio dietetico e comportamentale: la giusta misura, applicata non solo al cibo ma a ogni forma di nutrimento, compreso quello che oggi chiameremmo informativo e relazionale.

Sarebbe fuorviante, e in fondo poco rispettoso di chi vive davvero situazioni di prigionia fisica o psicologica, equiparare senza distinzioni il disagio di uno scroll compulsivo alla drammaticità di un sequestro di persona. Ma proprio la parentela di meccanismo, più che di intensità, invita a un esercizio di consapevolezza che riguarda tutti: interrogarsi su quali legami, digitali o relazionali, continuiamo a giustificare non perché ci facciano bene, ma perché temiamo il vuoto che la loro assenza lascerebbe. Non è una colpa da attribuirsi, così come non lo è per chi ha vissuto un sequestro reale: è una condizione umana, resa oggi più insidiosa dalla sofisticazione degli strumenti che la sfruttano senza che ce ne accorgiamo.

Il lavoro sul benessere, in questa prospettiva, non consiste nel demonizzare la tecnologia o la partecipazione politica, ma nel restituire allo shen il radicamento necessario a distinguere ciò che nutre da ciò che intrappola: un lavoro che integra l'ascolto del corpo, il riequilibrio energetico, la parola condivisa in un percorso di accompagnamento, perché il discernimento, come insegna la tradizione, non si impone con la forza della volontà ma si coltiva, giorno dopo giorno, come si coltiva un giardino perché l'acqua torni a scorrere.

E tu? Sei qui o a stoccolma?

Chi desidera approfondire questi temi attraverso un percorso personalizzato, che integri Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, counseling olistico e pratiche di mindfulness, può farlo negli studi Origin Program di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD), dove l'ascolto del sintomo diventa occasione per ritrovare, prima ancora che la salute, il proprio centro.


BIBLIOGRAFIA

Rizo-Martínez L.E., “El síndrome de Estocolmo: una revisión sistemática”, Clínica y Salud, 2018 (contributo di riferimento tuttora citato nella letteratura successiva al 2020).

Maciocia G., The Psyche in Chinese Medicine: Treatment of Emotional and Mental Disharmonies with Acupuncture and Chinese Herbs, Elsevier, edizioni aggiornate post-2020.

Rochat de la Vallée É., Il cuore in Medicina Cinese, Jaca Book, ristampe 2021-2022.

Robertson C.E. et al., “Via negative and positive content, moral-emotional language increases engagement”, citato in CFR Tangram 48, La psicologia della polarizzazione: qual è il ruolo dei social media, 2024.

Studio Stanford University, University of Washington, Northeastern University, pubblicato su Science, ripreso da Euronews, “Algoritmi dei social possono alterare le opinioni politiche”, novembre 2025.

Van Bavel J. et al., ricerche 2024 su modello economico dell'attenzione e polarizzazione, citate in CFR Tangram 48, 2024.

AGI, “La sindrome di Stoccolma compie 50 anni (ma è molto più comune di quanto possiamo immaginare)”, agosto 2023.

martedì 11 agosto 2026

Ombre. L'altro lato delle cose




 

 

Quando la scienza incontra quell'invisibile che la Medicina Cinese conosce da millenni: il nuovo libro di Massimo Citro Della Riva e il dialogo silenzioso tra fisica dei campi, biologia della luce e la sapienza del Qi.

C'è un momento, nella vita di ogni persona che si occupa di cura, in cui la domanda smette di essere “che cosa vedo” e diventa “che cosa mi sfugge”. È una soglia scomoda, perché ci chiede di ammettere che la parte più governante della realtà è proprio quella che i nostri strumenti non riescono a misurare. 
Non a caso, chi lavora ogni giorno con il corpo, il respiro e l'ascolto sa che la guarigione raramente accade dove la si cerca con il bisturi dello sguardo razionale. Accade altrove, in una zona di penombra che la medicina tradizionale cinese chiama da tremila anni con un solo ideogramma: Qi.

È in questo territorio di confine che si muove “Ombre. L'altro lato delle cose: la realtà oltre i confini dei sensi”, il nuovo libro di Massimo Citro Della Riva, medico, ricercatore e già autore del fortunato “Illusione”.

Dopo aver esplorato nel primo volume il terreno della fisica quantistica e della filosofia, Citro Della Riva sposta qui lo sguardo sulla biologia dell'invisibile: cellule che comunicano attraverso segnali luminosi, organismi che dialogano per vie elettromagnetiche, una rete di relazioni che tiene insieme, senza soluzione di continuità, l'umano, l'animale, il vegetale e perfino ciò che chiamiamo inanimato.

La sua tesi, per quanto vestita di linguaggio contemporaneo, non è nuova: è la stessa intuizione che la Scuola Medica Salernitana custodiva già nel Regimen Sanitatis, quando insegnava che il corpo non è un meccanismo isolato ma un microcosmo in conversazione costante con l'ambiente, gli astri, gli umori, il tempo.

Chi frequenta da anni il pensiero taoista (ispirazione della MTC) riconoscerà in “Ombre” un'eco familiare. Il Tao Te Ching apre con un avvertimento che sembra scritto apposta per i lettori di Citro: il Tao che può essere nominato non è il Tao eterno. Ciò che davvero regge le cose sta, per definizione, oltre la portata del nome e della misura. Lao Tzu non chiedeva di rinunciare alla conoscenza, ma di riconoscerne il limite strutturale: la realtà visibile è la superficie di un oceano più vasto, e chi si ferma alla superficie scambia l'onda per l'acqua. Zhuangzi, con la sua ironia tagliente, avrebbe probabilmente sorriso davanti all'idea di “misurare l'invisibile”: per il vecchio maestro taoista, il tentativo stesso di afferrare con lo strumento ciò che sfugge allo strumento è il segno più chiaro che siamo sulla strada giusta, purché non dimentichiamo di lasciare andare la presa.

Ciò che percepiamo con i sensi non è che la scena visibile di una dimensione più profonda: una frase che potrebbe uscire da un trattato di agopuntura tanto quanto da un laboratorio di biofisica.

È qui che il libro di Citro Della Riva costruisce, involontariamente forse, un ponte diretto con il pensiero della Medicina Tradizionale Cinese. L'Huangdi Neijing descrive il Qi come il soffio-energia che precede e sostiene la forma, la matrice invisibile da cui la materia si condensa e a cui, prima o poi, ritorna.

Giovanni Maciocia, nei suoi testi fondamentali per la clinica occidentale, ha tradotto questa visione in un linguaggio accessibile senza tradirne la profondità: il Qi non è una metafora poetica, è una categoria operativa, qualcosa che si sente nel polso, si legge nella lingua, si modifica con l'ago e con il respiro.

Elisabeth Rochat de la Vallée, dedicando una vita intera allo studio dei caratteri classici, ci ha mostrato quanto ogni ideogramma medico cinese porti dentro di sé una cosmologia: curare non è correggere un guasto meccanico, è ristabilire una circolazione.

Ed è proprio la circolazione, io credo, il vero soggetto nascosto di “Ombre”.

Quando Citro Della Riva parla di campi energetici, vibrazioni e relazioni invisibili che legano ogni forma di vita, sta descrivendo in altre parole ciò che nella clinica cinese chiamiamo stagnazione o libero fluire del Qi.

E qui torna, come sempre nel mio lavoro, la frase che considero un ancoraggio più che uno slogan: acqua che non corre, fete. L'acqua stagnante imputridisce; l'energia che non scorre si ammala, prima nel corpo sottile e poi, inevitabilmente, in quello denso.

Non è un caso che tanto la tradizione taoista quanto quella occidentale, quando si spingono oltre la superficie fenomenica, arrivino alla stessa conclusione pratica: il benessere non è uno stato da difendere ma un movimento da non interrompere.

Anche Carl Gustav Jung, pur muovendosi in un vocabolario del tutto diverso, aveva intuito che sotto la coscienza individuale scorre una rete condivisa, quell'inconscio collettivo fatto di archetipi che attraversano epoche e culture senza rispettare i confini dell'io.

Le “ombre” junghiane, in fondo, non sono lontane dalle “Ombre” di Citro Della Riva: entrambe indicano una parte di realtà psichica o fisica che non vediamo direttamente ma che condiziona, spesso più della parte illuminata, il nostro comportamento e il nostro benessere.

Integrare l'ombra, per Jung, non significava eliminarla ma riconoscerla come parte legittima del Sé; allo stesso modo, la biologia dell'invisibile di cui parla Citro non ci chiede di rinnegare la scienza della misura, ma di ampliarne lo sguardo fino a includere ciò che oggi sfugge allo strumento e che domani, forse, non sfuggirà più.

Otto secoli prima di Jung, Hildegard von Bingen aveva già dato un nome a questa forza invisibile che attraversa ogni essere vivente: viriditas, la verdità-vitalità che scorre nelle piante come nel corpo umano, energia sottile resa visibile nel colore verde della natura ma percepibile, per chi sa ascoltare, ben oltre la vista.

Hildegard non separava la dimensione spirituale da quella fisiologica: la stessa forza che fa germogliare il seme è quella che sostiene il benessere dell'organismo, ed è compito del terapeuta riconoscerne il flusso più che intervenire sulla forma. È una visione che la Scuola Medica Salernitana, nel suo pragmatismo mediterraneo, tradusse in regole di vita quotidiana: il cibo, il sonno, il movimento, l'equilibrio degli umori come strumenti per non ostacolare quella stessa vitalità sottile.

Nulla è davvero separato: esseri umani, animali, piante e perfino ciò che consideriamo inanimato partecipano a una rete di comunicazione ininterrotta — è la biologia che oggi conferma ciò che l'agopuntura pratica da millenni sul corpo del paziente.

Leggendo “Ombre” viene naturale chiedersi perché la scienza contemporanea, dopo aver a lungo deriso queste intuizioni come residui pre-razionali, cominci ora a incontrarle di nuovo, questa volta armata di strumenti di misura più sottili. La risposta, credo, non sta in una improvvisa resa della razionalità, ma nella maturazione di una scienza che comincia a occuparsi non solo di ciò che può misurare oggi, ma di ciò che potrà misurare domani, quando avrà affinato i propri strumenti teorici e sperimentali.

È lo stesso movimento che, in ambito clinico, porta sempre più professionisti della salute convenzionale a sedersi allo stesso tavolo di chi pratica agopuntura medica, mindfulness o counseling olistico: non per abolire le rispettive competenze, ma per riconoscere che la persona è una sola, e che la sua ombra — la sua parte invisibile — merita la stessa cura dedicata alla parte misurabile.

È questa la prospettiva che continuo a portare nel lavoro quotidiano dell'Origin Program, nei percorsi che integrano Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness: non tecniche giustapposte, ma sguardi diversi sulla stessa acqua, che ha bisogno di scorrere per non imputridire.

Se il tema dell'invisibile che governa il visibile vi incuriosisce quanto ha incuriosito me, vi aspetto nei percorsi degli studi di Lomazzo e Buttrio, dove proviamo ogni giorno, con strumenti antichi e sguardo contemporaneo, a rimettere in circolo ciò che si era fermato.

RINGRAZIO: PAOLA, mia moglie, per il regalo di questo libro illuminante


Bibliografia

Citro Della Riva, M. (2026). Ombre. L'altro lato delle cose: la realtà oltre i confini dei sensi. Milano: Sperling & Kupfer.

Citro Della Riva, M. (2025). Illusione. Viaggio nell'invisibile tra scienza e spiritualità. Milano: Sperling & Kupfer.

Citro Della Riva, M. (2024). Diversamente sani. Manuale per meglio sopravvivere ai medici e alle malattie. Milano: Byoblu Edizioni.

Citro Della Riva, M. (2022). Apocalisse. Li hanno lasciati morire. Milano: Byoblu Edizioni.

Citro Della Riva, M. (2021). Eresia. Milano: Byoblu Edizioni.

Maciocia, G. (2021). I fondamenti della Medicina Cinese. Milano: Edra.

Rochat de la Vallée, E. (2021). Il grande libro della medicina cinese. Torino: Jaca Book.

Kaptchuk, T. J. (2023). Medicina cinese: la tela senza tessitore. Roma: Casa Editrice Astrolabio.

Jung, C. G. (2021). L'uomo e i suoi simboli. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Bingen, H. von (2020). Il libro delle opere divine. Milano: San Paolo Edizioni.

venerdì 7 agosto 2026

ANSIA DA BAGAGLI?

  


LA VALIGIA DELL'ANIMA: perché preparare i bagagli ci mette in ansia, e cosa ha da dirci in merito la saggezza del corpo

C'è una scena che si ripete ogni estate in milioni di case, sempre uguale a se stessa: il letto ricoperto di vestiti, la valigia aperta come una bocca che non si sazia mai, e una domanda che torna a bussare, insistente, alla porta della mente. Ho dimenticato qualcosa?

Un'inchiesta pubblicata da iodonna.it il 23 luglio 2026, firmata dalla psicoterapeuta e sessuologa clinica Marinella Cozzolino, mette a fuoco un disagio tanto diffuso quanto sottovalutato: fare la valigia, per molte persone, non è un gesto neutro ma un piccolo rito ansiogeno, alimentato dal bisogno di controllo e dalla paura di lasciare fuori qualcosa di essenziale. Una preoccupazione capace di trasformare l'attesa gioiosa di una partenza in un'anticamera di frustrazione.

Da educatore del benessere, prima ancora che da lettore, questa notizia mi ha fermato per un motivo preciso: quello che i media chiamano packing anxiety non è, in fondo, che l'ennesima variazione su un tema antico quanto l'essere umano. Il tema del controllo, della paura di perdere qualcosa di sé, e di come il corpo trasformi un pensiero in un nodo, in una tensione, in un fiato corto sopra una valigia semivuota.

Nella lettura della Medicina Tradizionale Cinese, il pensiero ossessivo, il rimuginio, la difficoltà a lasciare andare una decisione già presa appartengono al dominio dell'elemento Terra, e in particolare alla coppia Milza-Stomaco. È la Milza, secondo il Huangdi Neijing, a presiedere al pensiero (Si) e alla trasformazione: trasforma il cibo in energia, ma trasforma anche le informazioni in decisioni. Quando questa funzione si inceppa, il pensiero smette di trasformarsi in azione e comincia a girare su se stesso, proprio come accade davanti a una valigia aperta, quando ogni oggetto sollevato genera una nuova domanda invece di una risposta.

Giovanni Maciocia, nei suoi scritti sulla psiche in Medicina Cinese, osserva come l'eccesso di pensiero (Si) esaurisca il Qi della Milza, generando quella sensazione di stanchezza mentale, quasi fisica, che chi soffre di ansia da valigia conosce bene: la testa piena, le gambe pesanti, la voglia di rimandare. Non è pigrizia. È un sistema che, sovraccaricato di micro-decisioni, si difende rallentando.

Il pensiero che non si trasforma in gesto ristagna, e ciò che ristagna, prima o poi, comincia a pesare come acqua che non corre, fete.

Il Tao Te Ching insegna, nel suo linguaggio sobrio e spiazzante, che la saggezza non consiste nell'aggiungere ma nel togliere: chi persegue il Tao diminuisce ogni giorno qualcosa, fino a raggiungere il non-agire, il Wu Wei. È un principio che sembra scritto apposta per la valigia: il vero problema, come nota giustamente l'articolo di iodonna.it, non è tanto cosa portare quanto cosa avere il coraggio di lasciare a casa.

Ogni oggetto in più promette sicurezza, ma la sicurezza autentica, quella che il Taoismo indica, nasce dalla fiducia di poter affrontare l'imprevisto senza aver previsto tutto.

Anche Zhuangzi, con il suo linguaggio fatto di paradossi e animali parlanti, ci ricorda che l'uomo saggio naviga il mondo con leggerezza, come una barca vuota che nessuno urta con rabbia, perché non c'è nulla, in essa, contro cui prendersela. Una valigia troppo piena, al contrario, è una barca colma: rigida, appesantita da tutte le vite possibili che vorremmo vivere in vacanza, e che sappiamo, in fondo, di non vivere mai per intero.

È qui che il pensiero di Carl Gustav Jung offre una chiave di lettura preziosa. Ogni oggetto che infiliamo nella valigia all'ultimo momento, quello di cui non useremo mai, racconta spesso non un bisogno reale ma una vita immaginata: il libro che non leggeremo, l'abito elegante per la cena che non faremo, la crema per la pelle abbronzata che forse non avremo. Sono frammenti di Ombra e di Persona che si affacciano nel bagaglio, proiezioni di chi vorremmo essere in vacanza più che di chi realmente siamo. Preparare la valigia, letto in questa luce, diventa un piccolo esercizio di individuazione: un confronto silenzioso tra l'immagine ideale di sé e la persona che, con le sue reali necessità, sta per partire.

Non stupisce allora che, come segnala l'articolo, la fatica più grande non sia decidere cosa portare, ma decidere cosa lasciare. Lasciare è sempre, in piccolo, un lutto: la rinuncia a una possibilità, la scelta di una sola vita fra le tante che avremmo potuto impacchettare.

Hildegard von Bingen, nella sua Physica e nelle sue riflessioni sulla viriditas, la forza vitale verdeggiante che anima corpo e anima, insegnava che l'equilibrio interiore non si raggiunge accumulando ma armonizzando: la salute, per lei, era già allora una questione di misura, di giusto rapporto fra ciò che si prende e ciò che si lascia scorrere. Un principio che la Scuola Medica Salernitana avrebbe poi tradotto, secoli dopo, nei suoi celebri versetti dedicati alla moderazione come fondamento del benessere: non l'eccesso di previdenza, ma la giusta misura, è ciò che protegge davvero chi viaggia.

Non è la valigia perfetta a proteggerci dall'imprevisto, ma la fiducia di saperlo attraversare.

La psicoterapeuta interpellata da iodonna.it invita a riconoscere che dietro la fatica di fare i bagagli si nasconde spesso il bisogno più ampio di sentirsi preparati, al riparo da ogni imprevisto. È un bisogno legittimo, ma che merita di essere accolto senza esserne dominati.

In questo, la pratica della mindfulness può offrire uno strumento semplice e concreto: fermarsi un istante prima di aprire l'armadio, tre respiri lenti, e la domanda che riporta la Milza al suo compito naturale, quello di distinguere il necessario dal superfluo, non con l'ansia ma con chiarezza.

Fare la valigia, in fondo, è una piccola liturgia laica della partenza: ci obbliga a chiederci di cosa abbiamo davvero bisogno per stare bene, non per apparire pronti a tutto. È un allenamento minuscolo, ma non banale, a quella fiducia più grande che il Taoismo chiama Wu Wei e che la Medicina Tradizionale Cinese chiama, semplicemente, radicamento: la capacità di restare centrati anche quando il terreno sotto i piedi cambia, come accade sempre, quando si parte.

Se anche a te capita di sentire il corpo irrigidirsi davanti a una decisione che dovrebbe essere semplice, se il pensiero gira e non si trasforma in gesto, potremmo parlarne insieme.

Nei percorsi di Origin Program, negli studi di Lomazzo e di Buttrio, lavoriamo proprio su questo: restituire al pensiero la sua naturale capacità di trasformarsi in azione, e al corpo la sua capacità di sentirsi, prima ancora che di controllare. Un percorso che integra Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness può essere il primo passo per imparare a partire, nella vita come in valigia, portando con sé solo ciò che serve davvero.


Bibliografia

Cozzolino M., intervista in "La psicologa risponde: perché fare la valigia crea ansia e come gestire il problema", iodonna.it, 23 luglio 2026.

Maciocia G., La psiche in Medicina Cinese, Edra, Milano, 2021.

Rochat de la Vallée E., Il grande libro dello Huangdi Neijing, Jaca Book, Milano, 2021.

Jung C.G., L'Io e l'inconscio, nuova edizione commentata, Bollati Boringhieri, Torino, 2021.

Hildegard von Bingen, Physica. Le proprietà delle cose create, nuova traduzione e cura, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2022.

AA.VV., Regimen Sanitatis Salernitanum. La Scuola Medica Salernitana e la cultura della moderazione, nuova edizione critica, Edizioni Studium, Roma, 2023.

Laozi, Tao Te Ching, nuova traduzione e commento, Adelphi, Milano, 2022.