martedì 17 febbraio 2026

Svegliamoci Dal Sonno

 


Svegliamoci Dal Sonno – Corpo, Coscienza Ed Energia Tra Tradizione Benedettina E Approccio Olistico

 «Svegliamoci dunque finalmente dal sonnoapriamo gli occhi alla luce divina e ascoltiamo con orecchi attoniti la voce potente di Dio che ogni giorno ci esorta.»  (Benedetto da Norcia, Regola - Prologo)

Svegliamoci dunque finalmente dal sonno. Questa esortazione, posta da San Benedetto da Norcia all’inizio della sua Regola, attraversa i secoli con una forza che sorprende ancora oggi. Non è un richiamo morale né un imperativo ascetico nel senso stretto del termine, ma un invito radicale alla presenza.

Il sonno di cui parla Benedetto non è quello fisiologico, bensì uno stato di torpore esistenziale, una condizione in cui il corpo vive ma non sente, la mente pensa ma non comprende, l’energia circola ma non nutre realmente la vita. In questo senso, l’antica intuizione monastica si rivela straordinariamente affine alle moderne prospettive sul lavoro corporeo e sulla consapevolezza.

Nel corpo addormentato si riflette una coscienza frammentata.

Le neuroscienze contemporanee hanno mostrato come l’esperienza corporea sia intimamente legata ai processi di attenzione e di regolazione emotiva.

Antonio Damasio ha affermato che «la coscienza inizia come un sentimento del corpo», indicando come la percezione somatica sia il fondamento stesso dell’esperienza soggettiva.

Questa visione dialoga in modo naturale con l’antropologia benedettina, nella quale l’essere umano è un’unità inscindibile di corpo, anima e spirito.

Anche Maurice Merleau-Ponty ricordava che «il corpo non è un oggetto nel mondo, ma il nostro mezzo generale per avere un mondo». Svegliarsi dal sonno significa allora tornare ad abitare il corpo come luogo primario di relazione con la realtà.

Nel lavoro corporeo olistico, il risveglio non avviene per imposizione, ma per ascolto. L’ascolto è una parola chiave tanto nella Regola di San Benedetto quanto nei percorsi di consapevolezza somatica.

«Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro e inclina l’orecchio del tuo cuore», scrive Benedetto. Questo ascolto del cuore può essere letto oggi come una raffinata capacità interocettiva, ovvero la percezione degli stati interni del corpo.

La psicologia contemporanea riconosce che l’interocezione è fondamentale per il benessere psico-fisico; Stephen Porges, con la sua teoria polivagale, ha mostrato come la regolazione del sistema nervoso autonomo passi attraverso una percezione sicura e integrata del corpo.

Anche la tradizione orientale ha da sempre considerato il sonno della coscienza come una perdita di contatto con il flusso vitale.

Nel Tao Te Ching si legge che «chi è in armonia con il Tao è come un neonato», immagine che richiama uno stato di presenza piena, non ancora frammentata da tensioni e condizionamenti. Nel Buddhismo, il termine sati, spesso tradotto come mindfulness, indica una presenza vigile e incarnata, lontana sia dall’agitazione sia dall’ottundimento.

Thich Nhat Hanh ha scritto che «la consapevolezza è la capacità di essere pienamente presenti, corpo e mente uniti». Questo stato di unità è precisamente ciò che viene meno nel “sonno” di cui parla Benedetto.

La Medicina Tradizionale Cinese offre una chiave di lettura particolarmente feconda per comprendere il risveglio dal sonno in termini energetici.

Secondo la MTC, la salute dipende dalla libera circolazione del Qi, l’energia vitale che anima ogni funzione dell’organismo. Quando il Qi ristagna o si disperde, compaiono rigidità, affaticamento, confusione mentale.

Il Classico dell’Imperatore Giallo afferma che «quando il Qi è in armonia, lo spirito è calmo». Il sonno della coscienza può essere interpretato come una disarmonia tra Qi, Shen e corpo, dove lo Shen, la dimensione psico-spirituale, perde radicamento. Il lavoro corporeo orientato al riequilibrio energetico mira proprio a ristabilire questa coerenza.

Dal punto di vista pedagogico, il risveglio non è mai un atto istantaneo, ma un processo graduale. John Dewey sosteneva che «non apprendiamo dall’esperienza, ma dalla riflessione sull’esperienza».

Applicata al corpo, questa affermazione suggerisce che il movimento, la postura spontanea, il respiro diventano trasformativi solo quando sono accompagnati da una qualità di attenzione.

Paulo Freire parlava di coscientizzazione come di un atto di liberazione dall’automatismo. In ambito olistico, questa liberazione passa attraverso pratiche che restituiscono al soggetto la percezione di sé come campo vivo e sensibile.

Anche la psicologia analitica ha descritto il sonno come metafora di una vita non integrata.

Carl Gustav Jung affermava che «finché non rendi conscio l’inconscio, esso dirigerà la tua vita e tu lo chiamerai destino». Il corpo è uno dei principali depositari dell’inconscio, attraverso tensioni croniche, schemi respiratori, adattamenti posturali profondi. Svegliarsi significa portare luce in questi territori, non per correggerli forzatamente, ma per integrarli. In questo senso, il lavoro corporeo diventa una pratica di conoscenza.

La tradizione cristiana, oltre a Benedetto, è ricca di immagini che collegano vigilanza e incarnazione. Sant’Agostino scriveva che «ritornare in se stessi è il primo passo per ritornare a Dio». Questo ritorno a sé non è astratto, ma passa inevitabilmente attraverso la carne, il respiro, il ritmo.

La teologia contemporanea ha riscoperto l’importanza del corpo come luogo teologico; Romano Guardini sottolineava che la vita spirituale autentica non si oppone alla vita sensibile, ma la trasfigura.

Nel contesto attuale, segnato da iperstimolazione e disconnessione, il sonno di cui parlava San Benedetto assume nuove forme. Non è più solo inerzia, ma dispersione.

Byung-Chul Han ha descritto la nostra epoca come una società della stanchezza, in cui l’eccesso di prestazione conduce a una perdita di profondità. Il lavoro di riequilibrio energetico si propone allora come uno spazio di rallentamento consapevole, in cui il sistema corpo-mente può riorganizzarsi secondo ritmi più umani.

Svegliarsi dal sonno, oggi, significa recuperare una qualità di presenza incarnata che attraversa tradizioni, discipline e saperi.

Dalla Regola di San Benedetto alla Medicina Tradizionale Cinese, dalla psicologia del profondo alle pratiche contemplative orientali, emerge una visione convergente: il benessere nasce dall’unità. 

Quando il corpo è ascoltato, l’energia fluisce; quando l’energia fluisce, la coscienza si chiarifica; quando la coscienza è vigile, la vita ritrova senso.

Questo percorso non è teorico, ma esperienziale. È un invito concreto a risvegliarsi attraverso il corpo, a rientrare in contatto con la propria vitalità profonda, a sperimentare un riequilibrio energetico che sostiene il benessere generale e la qualità della vita quotidiana.

Questo lavoro prende forma solo in percorsi personalizzati che accompagnano la persona a uscire dal sonno dell’automatismo per ritrovare una presenza viva, stabile e radicata.

Svegliarsi è possibile, e il corpo è la porta d’ingresso.

 

Bibliografia essenziale 

  • Damasio A., Sentire e conoscere. Il corpo come origine della coscienza, Adelphi, 2021.
  • Porges S., La teoria polivagale. Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, Fioriti, 2022.
  • Han B.-C., La società della stanchezza, Nottetempo, nuova edizione ampliata, 2021.
  • Thich Nhat Hanh, Il miracolo della mindfulness, Garzanti, ed. aggiornata 2022.
  • Guardini R., Il senso della Chiesa, Morcelliana, ed. critica 2021.
  • Jung C.G., L’uomo e i suoi simboli, Bollati Boringhieri, ristampa commentata 2023.
  • Merleau-Ponty M., Fenomenologia della percezione, Bompiani, ed. rivista 2022.
  • Huangdi Neijing, Il Canone di Medicina Interna dell’Imperatore Giallo, trad. e commento, Hoepli, 2021.
  • Siegel D., Mindsight. La nuova scienza della trasformazione personale, Raffaello Cortina, 2023.
  • Rossi E., Psicobiologia del cambiamento corporeo, Edra, 2020.

 

 


 

 

 

domenica 15 febbraio 2026

Melatonina tra rimedio e illusione: una riflessione integrata sul sonno, i ritmi biologici e il riequilibrio energetico

 



 

C’è un momento, spesso nel silenzio della notte, in cui il sonno smette di essere un atto naturale e diventa una conquista faticosa. È proprio in quell’istante, quando la stanchezza incontra l’insonnia, che molte persone cercano una soluzione rapida, affidandosi a una piccola compressa di melatonina. Il gesto è semplice, quasi innocente, eppure apre una questione complessa che tocca la fisiologia, la neurologia, la psicologia e, più in profondità, il modo in cui l’essere umano vive il proprio rapporto con il tempo, con il buio e con il riposo.

Come ricordava Ippocrate, “la guarigione è una questione di tempo, ma talvolta è anche una questione di opportunità”, e forse il tema della melatonina ci invita proprio a interrogarci su quale opportunità stiamo scegliendo quando cerchiamo il sonno dall’esterno invece che ricostruirlo dall’interno.

La melatonina è un ormone prodotto principalmente dalla ghiandola pineale, regolato dall’alternanza luce-buio e strettamente connesso al ritmo circadiano. In condizioni fisiologiche, la sua secrezione aumenta la sera, favorendo l’addormentamento, e diminuisce al mattino, consentendo il risveglio.

Dal punto di vista biochimico, essa agisce come modulatore dei ritmi biologici, influenzando non solo il sonno ma anche la temperatura corporea, la pressione arteriosa e alcuni aspetti della risposta immunitaria. Tuttavia, quando viene assunta ogni notte come integratore, il confine tra supporto temporaneo e sostituzione funzionale diventa sottile.

Carl Gustav Jung osservava che “ciò a cui resisti, persiste”, e in questo senso l’uso cronico della melatonina può essere letto come una resistenza a comprendere le cause più profonde dell’insonnia, piuttosto che come una reale soluzione.

Negli ultimi anni, diversi neurologi e ricercatori hanno messo in guardia dall’uso continuativo e non contestualizzato della melatonina. Gli effetti collaterali più frequentemente riportati includono sonnolenza diurna, alterazioni dell’umore, cefalea, disturbi gastrointestinali e, in alcuni casi, una sorta di appiattimento della naturale oscillazione sonno-veglia.

Secondo questi scienziati, dal punto di vista neurofisiologico, l’assunzione esogena può interferire con la produzione endogena, creando una dipendenza funzionale che rende l’organismo meno capace di autoregolarsi. Jean Piaget scriveva che “l’intelligenza è ciò che usiamo quando non sappiamo cosa fare”, e forse l’abuso di melatonina segnala proprio una difficoltà collettiva a usare l’intelligenza del corpo quando il sonno si spezza.

Se allarghiamo lo sguardo oltre la biomedicina occidentale, il tema del sonno assume sfumature ancora più ricche.

Nella Medicina Tradizionale Cinese, il sonno è legato all’armonia tra Yin e Yang e al corretto fluire del Qi nei meridiani, in particolare quelli di Cuore, Fegato e Reni.

Il Huangdi Neijing afferma che “quando lo Shen è in pace, il sonno è profondo”, indicando come l’insonnia sia spesso il risultato di uno squilibrio energetico-emozionale piuttosto che di una semplice carenza ormonale. In questo quadro, la melatonina può essere vista come un intervento che agisce sul sintomo, ma non necessariamente sulla radice del disequilibrio.

Anche la filosofia orientale offre spunti preziosi.

Laozi ci ricorda che “la natura non ha fretta, eppure tutto si compie”, una frase che sembra parlare direttamente al nostro rapporto moderno con il riposo.

L’insonnia cronica è spesso figlia di un eccesso di attività mentale, di una mente che fatica a cedere il controllo. In questo senso, l’assunzione serale di melatonina rischia di diventare un ulteriore tentativo di controllo, anziché un invito al lasciar andare.

Analogamente, nel Bhagavad Gita si legge che “lo yoga è equilibrio”, e il sonno può essere considerato una delle forme più intime di questo equilibrio, quando il corpo e la mente si accordano naturalmente.

Secondo gli psicologi, il sonno rappresenta uno spazio di integrazione profonda.

Donald Winnicott parlava dell’importanza di un “ambiente sufficientemente buono” per lo sviluppo sano dell’individuo; allo stesso modo, il sonno richiede un ambiente interno ed esterno che favorisca la sicurezza e il rilassamento.

L’uso sistematico di melatonina può mascherare condizioni come ansia latente, stress cronico o disregolazione emotiva, che continuano ad agire sotto la superficie.

Viktor Frankl, riflettendo sulla sofferenza, affermava che “quando non siamo più in grado di cambiare una situazione, siamo sfidati a cambiare noi stessi”. Forse l’insonnia è una di queste sfide, un messaggio che chiede ascolto piuttosto che silenziamento.

Anche la tradizione cristiana offre immagini potenti sul tema del riposo.

Nel Salmo 127 si legge che “invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, mangiando pane di sudore: al suo diletto egli dà nel sonno”. Il sonno, in questa prospettiva, è dono e fiducia, non risultato di uno sforzo.

Sant’Agostino, nelle Confessioni, scriveva “inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te”, ricordandoci che l’inquietudine del cuore può riflettersi anche nell’incapacità di dormire.

La melatonina, se usata come unica risposta, rischia di ridurre il sonno a un evento meccanico, privandolo della sua dimensione simbolica e spirituale.

Dal punto di vista storico, il modo di dormire è cambiato radicalmente con l’industrializzazione e l’illuminazione artificiale.

Roger Ekirch ha mostrato come il sonno segmentato fosse comune in epoche precedenti, mentre oggi pretendiamo un sonno continuo e immediato. Questa aspettativa, spesso irrealistica, alimenta l’ansia da prestazione anche nel riposo.

Michel Foucault osservava che “il corpo è una realtà biopolitica”, e la medicalizzazione del sonno, con il ricorso sistematico a integratori e farmaci, ne è un esempio emblematico.

Alla luce di queste considerazioni, appare evidente come la melatonina non possa essere considerata la soluzione definitiva all’insonnia, soprattutto se assunta ogni notte senza un percorso di consapevolezza più ampio. Ciò non significa demonizzarla, ma ricollocarla nel suo giusto ruolo di supporto temporaneo, all’interno di un approccio integrato che tenga conto dei ritmi naturali, dell’equilibrio energetico e della dimensione emotiva della persona.

Come sottolinea la Medicina Tradizionale Cinese contemporanea, “curare lo Shen è curare l’essere umano nella sua totalità”, e questo richiede tempo, ascolto e un lavoro profondo sul terreno, non solo sul sintomo.

In questa prospettiva, il riequilibrio energetico diventa una via privilegiata per favorire un sonno autenticamente rigenerante. Attraverso pratiche che armonizzano il sistema energetico, sostengono il rilassamento profondo e aiutano la persona a rientrare in contatto con i propri ritmi interni, è possibile accompagnare il corpo a ritrovare la sua naturale capacità di dormire.

Come scriveva Maria Montessori, “la vera educazione è quella che conduce alla libertà”, e forse anche il sonno ha bisogno di essere educato, non forzato.

Concludendo, la domanda non è se la melatonina faccia bene o male in assoluto, ma quale relazione vogliamo instaurare con il nostro sonno e con il nostro equilibrio globale.

Se senti che il riposo notturno è diventato fragile, intermittente o dipendente da soluzioni esterne, potrebbe essere il momento di intraprendere un percorso diverso, più rispettoso della tua unicità energetica.

Le persone possono essere accompagnate in percorsi di riequilibrio energetico orientati al benessere generale, aiutandole a ritrovare armonia, vitalità e un sonno che non sia indotto, ma accolto.

Il primo passo è ascoltare ciò che il corpo sta già cercando di dirti.

 

Bibliografia essenziale
Burgess H.J., Circadian Rhythms and Sleep, Springer, 2021.
Pandi-Perumal S.R., Melatonin: Biological Basis of Its Function, CRC Press, 2020.
Wang J., Modern Interpretation of Traditional Chinese Medicine, Elsevier, 2022.
Riemann D., Sleep, Stress and Emotion, Oxford University Press, 2020.
Kandel E., Principles of Neural Science, McGraw-Hill, edizione aggiornata 2021.
McEwen B., The Brain on Stress, Yale University Press, 2020.
Unschuld P., Chinese Medicine in Contemporary Context, University of California Press, 2021.

 

venerdì 13 febbraio 2026

Pregare fa bene?

 



 

Un attimo, spesso breve e silenzioso e quasi impercettibile si materializza e in quell'istante l’essere umano sospende l’urgenza del fare e si concede il lusso dell’ascolto. 

Può accadere all’alba, quando il mondo sembra ancora in attesa di essere nominato, oppure alla fine di una giornata densa, quando il corpo chiede tregua e la mente cerca un senso. In quello spazio, che molte culture hanno chiamato preghiera, accade qualcosa che da secoli interroga filosofi, medici, pedagogisti e ricercatori: pregare fa bene? E, se sì, a quale livello dell’esperienza umana si manifesta questo beneficio?

La preghiera, prima ancora di essere un atto religioso, è una postura interiore.

Platone, nel Fedro, suggeriva che “l’anima ricorda ciò che è affine alla sua origine”, indicando un movimento di ritorno, di riallineamento, che oggi potremmo definire regolazione interna. In questa prospettiva, pregare non significa necessariamente rivolgersi a una divinità personalizzata, ma entrare in una relazione intenzionale con qualcosa che trascende l’io immediato.

William James, padre della psicologia moderna, osservava che “la preghiera è il cuore stesso della religione vissuta”, sottolineando come l’esperienza soggettiva abbia effetti reali sul vissuto psico-emotivo dell’individuo.

Dal punto di vista neuropsicologico, studi recenti mostrano che pratiche contemplative e oranti attivano aree cerebrali legate all’attenzione, alla regolazione emotiva e alla percezione del sé.

Andrew Newberg parla di neuroteologia, descrivendo come stati di raccoglimento profondo favoriscano coerenza neurofisiologica e una sensazione di unità.

Anche Jon Kabat-Zinn, pur muovendosi in un contesto laico, riconosce che l’intenzionalità consapevole modifica il modo in cui l’organismo risponde allo stress, favorendo un benessere globale.

Se spostiamo lo sguardo verso Oriente, la Medicina Tradizionale Cinese offre una chiave di lettura particolarmente interessante. Nei testi classici si afferma che “lo Shen risiede nel Cuore e si manifesta nella chiarezza dello spirito” (Huangdi Neijing).

La preghiera, intesa come atto di centratura e connessione, può essere vista come una pratica che armonizza lo Shen, favorendo la libera circolazione del Qi. Non è un caso che molte formule oranti orientali siano accompagnate dal respiro lento e ritmico: come ricorda Liu Ming, studioso contemporaneo di taoismo, “quando il respiro si calma, il Qi si ordina e la mente ritrova la sua dimora”.

Anche nella tradizione cristiana la preghiera è descritta come un processo trasformativo. Nel Vangelo di Matteo si legge: “Entra nella tua camera, chiudi la porta e prega nel segreto”. Questo invito all’interiorità risuona con le intuizioni di Teresa d’Avila, per la quale la preghiera era “un intimo rapporto di amicizia”.

Hildegarda di Bingen, mistica e studiosa medievale, parlava di viriditas, una forza vitale che anima l’essere umano quando è in sintonia con il creato e con il divino. La preghiera, per lei, nutriva questa verdezza interiore, sostenendo equilibrio e vitalità.

La Schola Medica Salernitana, ponte tra sapere antico e nascente medicina occidentale, già suggeriva che l’armonia dell’animo fosse un fattore determinante per il benessere complessivo. Nei suoi aforismi si legge che la moderazione delle passioni e la serenità dello spirito contribuiscono alla buona disposizione dell’intero organismo. È sorprendente notare come queste intuizioni trovino oggi eco nelle ricerche sulla psiconeuroendocrinoimmunologia, che evidenziano l’interconnessione tra stati emotivi, sistema nervoso e risposte corporee.

Dal punto di vista pedagogico, la preghiera può essere letta come uno strumento di educazione all’interiorità. Maria Montessori parlava dell’importanza del silenzio come spazio di crescita e integrazione.

Più recentemente, Howard Gardner ha riconosciuto l’intelligenza esistenziale come una dimensione fondamentale dello sviluppo umano.

Pregare, in questa chiave, diventa un esercizio di consapevolezza che rafforza la capacità di dare senso all’esperienza.

Anche la psicologia umanistica ha esplorato questi territori. Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, affermava che “chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come”. La preghiera, offrendo un orizzonte di significato, può sostenere la resilienza e favorire un riequilibrio profondo. Carl Gustav Jung vedeva nell’atto religioso un dialogo con l’inconscio collettivo, capace di integrare parti scisse della personalità.

Nelle tradizioni non teistiche, come il buddhismo, la recitazione dei sutra o dei mantra svolge una funzione analoga. Thich Nhat Hanh ricordava che “pregare non è chiedere, ma ascoltare profondamente”. La ripetizione consapevole diventa un’onda che pacifica la mente e stabilizza l’energia. In termini di MTC, potremmo dire che favorisce l’armonia tra Cielo Anteriore e Cielo Posteriore, tra ciò che è innato e ciò che viene coltivato.

Un elemento comune a tutte queste prospettive è l’intenzionalità. La preghiera non è un atto meccanico, ma un orientamento.

Come scriveva Paul Ricoeur, “il simbolo dà da pensare”: le parole, i gesti, le immagini interiori attivano processi profondi di risonanza.

Questo spiega perché, anche in assenza di una fede definita, molte persone sperimentano benefici quando si concedono uno spazio di raccoglimento intenzionale.

Nel linguaggio contemporaneo del benessere integrato, potremmo dire che la preghiera agisce come un dispositivo di riequilibrio energetico. Regola il ritmo interno, favorisce coerenza tra mente, emozioni e corpo, e crea un senso di connessione che riduce la frammentazione. Non si tratta di magia, ma di una pratica incarnata che coinvolge sistemi complessi.

Come osserva Lisa Feldman Barrett nelle sue ricerche sulle emozioni, il cervello è un organo predittivo: pratiche che inducono calma e significato modificano le previsioni interne, con effetti tangibili sull’esperienza quotidiana.

In questa luce, la domanda iniziale “pregare fa bene?” si trasforma. Non è più una questione di credo, ma di esperienza.

Fa bene ciò che riconnette, che restituisce continuità, che permette all’energia di fluire senza ostacoli. La preghiera, nelle sue molte forme, sembra rispondere a questa esigenza antropologica profonda.

Se senti il desiderio di esplorare questi spazi di riequilibrio in modo esperienziale e personalizzato, nei miei studi di Lomazzo e Buttrio accompagno percorsi orientati all’armonizzazione energetica e al benessere globale della persona. 

Un invito a rallentare, ascoltare e ritrovare una qualità di presenza che nutre la vita quotidiana.

 

Bibliografia essenziale

  • Newberg A., Neurotheology and the Brain, 2021.
  • Kabat-Zinn J., Mindfulness for All, 2021.
  • Barrett L.F., Seven and a Half Lessons About the Brain, 2020.
  • Gardner H., A Synthesizing Mind, ed. aggiornata 2020.
  • Ricoeur P., Vivere fino alla morte, ed. critica 2021.
  • Ming L., Daoist Internal Cultivation, 2022.
  • Frankl V., Man’s Search for Meaning, ed. aggiornata 2021.
  • Nhat Hanh T., Zen and the Art of Saving the Planet, 2021.


NOTA: condividi pure queste informazioni mantenendone l'originalità, mi fa solo piacere

 

martedì 10 febbraio 2026

Cosa non ti è chiaro del mio lavoro?

 

 




 

Qualcosa non torna. Non è un dolore preciso, non è un sintomo facilmente nominabile, non è nemmeno un disagio costante.

È piuttosto una sensazione diffusa, come se il corpo, la mente e ciò che li attraversa non stessero più parlando la stessa lingua.

È da questo punto che inizia il mio lavoro.

Eppure, proprio da qui nascono le incomprensioni più frequenti. Cosa non è chiaro, davvero, di ciò che faccio?

Nel corso della storia, il tentativo di separare l’essere umano in compartimenti stagni è stato un artificio recente.

Ippocrate ricordava che “non esistono malattie, ma individui che si ammalano”, sottolineando una visione unitaria dell’esperienza umana. Questa intuizione attraversa i secoli e riaffiora con forza ogni volta che il riduzionismo mostra i suoi limiti. 

Quando parlo di riequilibrio energetico, non mi riferisco a un concetto vago o suggestivo, ma a una tradizione millenaria che osserva l’essere umano come sistema complesso, dinamico e interrelato.

La Medicina Tradizionale Cinese descrive il Qi come il soffio vitale che anima ogni processo. Nel “Huangdi Neijing” si afferma che “quando il Qi scorre libero, l’uomo vive in armonia con il Cielo e la Terra”.

Non è poesia, è fisiologia energetica.

Il mio lavoro si inserisce in questa prospettiva: osservare dove il flusso si contrae, dove ristagna, dove perde coerenza, e accompagnare la persona a ristabilire un dialogo interno più funzionale al proprio benessere globale.

Spesso mi viene chiesto se ciò che propongo sia scientifico. La domanda, in sé, rivela già un fraintendimento.

La scienza non è un dogma, ma un metodo. Kurt Lewin, padre della psicologia sociale, sosteneva che “non c’è nulla di più pratico di una buona teoria”. Il mio approccio nasce dall’integrazione tra osservazione clinica, sapere tradizionale e modelli contemporanei della complessità.

Gregory Bateson, con la sua epistemologia sistemica, ci ha insegnato che la mente non è confinata nel cervello, ma emerge dalle relazioni. Ignorare il corpo energetico significa amputare una parte essenziale di questa rete.

Nella pedagogia contemporanea, Edgar Morin parla di “pensiero complesso” come unica via per comprendere i sistemi viventi. Ridurre l’essere umano a parametri isolati produce interventi parziali e spesso inefficaci.

Il riequilibrio energetico non sostituisce nulla, ma integra. Non combatte, riequilibra. Non corregge, ascolta: sia esso moxibustione, tuina, biorisonanza o floriterapia...

È una differenza sottile, ma radicale e se non si comprende questa il mio lavoro diventa un’incognita.

La tradizione occidentale non è estranea a questa visione. Hildegarda di Bingen, monaca, mistica e studiosa del XII secolo, descriveva la viriditas come la forza verde che permea ogni essere vivente, principio di vitalità e rinnovamento. Nelle sue opere si legge che l’essere umano fiorisce quando questa forza è libera di esprimersi.

La Schola Medica Salernitana, ponte tra sapere greco, arabo e latino, insegnava che l’equilibrio tra le forze interne era il fondamento del vivere bene. Non si parlava di eliminare il disturbo, ma di ristabilire l’armonia.

Anche i testi religiosi, spesso letti in chiave esclusivamente morale, offrono spunti sorprendenti.

Nel Vangelo di Matteo si legge: “La lampada del corpo è l’occhio; se il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà nella luce”. È una metafora potente dell’integrazione tra percezione, intenzione e stato globale dell’essere.

Nel Bhagavad Gita, Krishna ricorda ad Arjuna che lo yoga è equilibrio nell’azione, non fuga dal mondo. Equilibrio, ancora una volta, come principio operativo.

In psicologia analitica, Carl Gustav Jung parlava di individuazione come processo di integrazione degli opposti. Corpo e psiche, razionale e simbolico, conscio e inconscio.

Il lavoro energetico agisce proprio su queste soglie, dove il linguaggio verbale spesso non arriva. Non è suggestione, ma esperienza diretta, misurabile nella qualità della presenza, nella regolazione del sistema neurovegetativo, nella percezione soggettiva di coerenza.

Chi si avvicina al mio lavoro cercando una tecnica standardizzata resta deluso. Non perché manchi il rigore, ma perché ogni persona è un evento unico.

Come ricordava Søren Kierkegaard, “la vita può essere compresa solo all’indietro, ma va vissuta in avanti”. Il riequilibrio energetico accompagna questo movimento, senza imporre mappe rigide.

Negli ultimi anni, le neuroscienze affettive e la psiconeuroendocrinoimmunologia hanno iniziato a dialogare con concetti che le tradizioni orientali descrivono da secoli.

Antonio Damasio sottolinea come le emozioni siano processi corporei prima che cognitivi. Ignorare il livello energetico significa perdere l’origine di molti stati di disallineamento che influenzano il benessere quotidiano.

Il mio lavoro non promette miracoli e non offre scorciatoie. È un percorso di consapevolezza incarnata. È un invito a rallentare, ascoltare, riequilibrare.

Come scriveva Laozi nel Dao De Jing, “chi conosce gli altri è sapiente, chi conosce se stesso è illuminato”. Questo è il cuore del mio approccio: facilitare l’incontro con se stessi attraverso il corpo e i suoi linguaggi attraverso il riequilibrio di energie sottili.

Se ancora non ti è chiaro cosa faccio, forse la domanda giusta non è “funziona?”, ma “sono disposto ad ascoltarmi davvero?”.

Nei miei studi di Lomazzo e Buttrio accompagno persone che desiderano ritrovare centratura, fluidità e presenza, lavorando sul riequilibrio energetico come fondamento del benessere generale.

Non si tratta di correggere, ma di riallineare. Non di aggiungere, ma di togliere ciò che ostacola

Qui se se ne praticano seriamente e serenamente i principi servono dedizione (tanta), metodo, studio e applicazioni (costanti), umiltà nell’apprendere quanto nel condividere e tramandare (la conoscenza è un dono), applicare con discernimento e coscienza (non nuocere e sapere con buona riserva di non farlo), ma soprattutto evitare sempre e comunque di sentirsi o definirsi dei, maestri, guru o guru-social-marketing sapendo e volendo essere semplici strumenti.

Se senti che è il momento di fare spazio a un modo diverso di abitare te stesso, il primo passo è entrare e parte dai tuoi piedi.

Chi l’ha fatto seriamente ora cammina.

 

Bibliografia

  • Bateson G., Mind and Nature. A Necessary Unity, Hampton Press, 2021.
  • Damasio A., Feeling & Knowing: Making Minds Conscious, Pantheon Books, 2021.
  • Morin E., Sulla complessità, Raffaello Cortina Editore, 2022.
  • Kaptchuk T.J., Miller F.G., The Placebo Effect and Energy-Based Models of Care, New England Journal of Medicine Perspectives, 2020.
  • Unschuld P.U., Traditional Chinese Medicine: Heritage and Adaptation, University of California Press, 2021.
  • Laozi, Dao De Jing, trad. e commento contemporaneo a cura di A. Ames, Ballantine Books, 2020.
  • Jung C.G., The Psychology of the Transference, nuova edizione critica, Princeton University Press, 2020.
  • Hildegard von Bingen, Physica et Causae et Curae, edizione commentata moderna, Inner Traditions, 2021.
  • Rossi E.L., The Psychobiology of Mind-Body Healing, Norton & Company, 2022.
  • Varela F.J., Thompson E., Rosch E., The Embodied Mind, nuova edizione ampliata, MIT Press, 2023.

NOTA: VUOI AIUTARE QUESTO BLOG A CRESCERE: suggerisci argomenti che io possa trattare, diffondilo pure sui social, sulle mie pagine FB puoi ritrovare le mie trattazioni e i miei articoli che vengono pubblicati sulle varie riviste, puoi ricondividerlo. Può essere un modo per aiutare altri, soprattutto se tu hai già sperimentato. GRAZIE

domenica 8 febbraio 2026

Presenza, energia e senso: la dimensione spirituale tra aiuto e relazione




Il momento più importante di un trattamento? E' l’istante in cui il terapeuta entra nella stanza e “arriva davvero”. Non è ancora gesto, non è ancora tecnica. È un assetto interiore. In quel breve spazio si decide molto più di quanto la pratica occidentale abbia a lungo voluto ammettere. 

La Medicina Tradizionale Cinese, in questo, non offre risposte mistiche ma una visione radicalmente concreta: il benessere non nasce dalla correzione di una parte, ma dall’armonia di una totalità vivente.

Nella MTC non esiste una separazione netta tra dimensione corporea, psichica ed energetica. Il riferimento allo Shen, spesso tradotto frettolosamente e maldestramente come “spirito”, indica piuttosto la qualità della coscienza incarnata, la lucidità emotiva e la capacità di relazione dell’essere umano. 

Come ricordano i testi classici attribuiti all’Huangdi Neijing, “quando lo Shen è saldo, l’uomo è in accordo con il Cielo e la Terra”. Non si tratta di trascendenza, ma di coerenza interna. Questa impostazione trova una sorprendente consonanza con il pensiero aristotelico, laddove l’anima non è entità separata ma forma del corpo vivente, principio organizzatore della materia (Aristotele, De Anima).

La spiritualità della MTC non chiede adesione ideologica, né tantomeno fede. È una spiritualità funzionale, osservabile nei suoi effetti. Confucio, nei Dialoghi, ricorda che l’uomo nobile coltiva l’armonia senza uniformità: un’affermazione che ben descrive l’approccio energetico cinese, dove l’equilibrio non coincide con la normalizzazione ma con l’espressione ordinata della differenza. In questo senso, parlare di spiritualità significa parlare di relazione, di ascolto dei ritmi, di capacità di non forzare.

Se ci spostiamo nella tradizione occidentale, ritroviamo un’eco simile nel pensiero di Ippocrate, quando afferma che è più importante conoscere l’uomo che ha la malattia che la malattia che ha l’uomo. Questa visione attraversa i secoli e riemerge con forza nella Schola Medica Salernitana, dove il Regimen Sanitatis — pur nel linguaggio del tempo — insiste su equilibrio, misura, stile di vita e qualità dell’animo come fattori determinanti del benessere complessivo. Non è un caso che proprio a Salerno si sia tentata una sintesi tra saperi medici, filosofici e spirituali, anticipando una medicina integrata ante litteram.

Hildegarda di Bingen, figura spesso relegata a un ambito devozionale, rappresenta invece un esempio potente di sguardo unitario sull’essere umano. Nei suoi scritti medico-naturalistici, rielaborati in edizioni critiche recenti, descrive l’uomo come nodo di forze cosmiche, naturali e interiori. La sua idea di viriditas, intesa come forza verdeggiante che anima ogni livello dell’esistenza, dialoga sorprendentemente con il concetto di Qi come dinamica vitale. 

In entrambi i casi, il benessere non è assenza di sintomi, ma pienezza di espressione.

Da un punto di vista psicologico contemporaneo, questa integrazione trova riscontro nelle teorie embodied e nella psicologia fenomenologica. Autori come Shaun Gallagher sottolineano come la coscienza emerga dall’interazione continua tra corpo, ambiente e significato. 

Anche Carl Gustav Jung, pur provenendo da un’altra epoca, aveva intuito che la dimensione simbolica non è evasione dalla realtà ma sua struttura portante. Quando Jung afferma che “chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”, ci invita a considerare l’interiorità come spazio operativo, non come rifugio.

La MTC, in questo scenario, chiede al terapeuta una qualità specifica: presenza. Non una spiritualità dichiarata, ma una postura interiore allenata. Il praticante non è chiamato a “credere”, bensì a essere sufficientemente vuoto da ascoltare. Laozi, nel Daodejing, afferma che l’utilità del vaso risiede nel suo vuoto: un’immagine che descrive con precisione il ruolo del terapeuta energetico. Più il suo Shen è disturbato, più il trattamento rischia di diventare meccanico o invasivo.

Questo non significa che l’efficacia dipenda da stati alterati di coscienza o da intenzioni salvifiche. La MTC classica è estremamente pragmatica. 

Sun Simiao, grande medico della dinastia Tang, ricordava che il medico eccellente coltiva prima il proprio cuore-mente (Xin), perché da lì nasce la chiarezza diagnostica. Oggi potremmo tradurre questo invito come lavoro su di sé, regolazione emotiva, consapevolezza dei propri limiti. 

In ambito pedagogico, Paulo Freire parlerebbe di coerenza tra parola e presenza: non si può accompagnare un processo se non lo si incarna.

Nel dialogo con il pensiero cristiano, emerge un’ulteriore risonanza. Nei Vangeli, Gesù guarisce spesso attraverso la relazione e la parola, ma sempre partendo da uno sguardo che riconosce l’altro nella sua interezza. “La tua fede ti ha salvato”, si legge più volte: una frase che, letta simbolicamente, rimanda alla capacità di affidarsi a un processo, di entrare in relazione con un ordine più ampio. 

Anche qui, il benessere è legato al senso, non alla sola riparazione.

In tempi recenti, la riflessione sulla spiritualità laica ha trovato spazio anche nelle neuroscienze contemplative. Studi post-2020 mostrano come stati di presenza, attenzione aperta e regolazione del respiro abbiano effetti misurabili sui sistemi neurovegetativi. Senza scomodare il sacro, si torna a parlare di equilibrio, adattamento e forza interiore. Termini che la MTC utilizza da millenni, con un linguaggio diverso ma con sorprendente precisione clinica.

Il rischio, oggi, è ridurre tutto questo a narrazione estetica o marketing del benessere. 

La spiritualità, svuotata della sua funzione regolativa, diventa ornamento. La MTC, invece, chiede rigore, chiede studio, osservazione, capacità di tollerare la complessità. 

Come ricorda Edgar Morin, la conoscenza autentica non semplifica, ma connette. E connettere significa accettare che l’essere umano non è mai solo un corpo, né solo una psiche, né solo energia, ma un campo dinamico in relazione costante.

In questa prospettiva, il riequilibrio energetico diventa un atto educativo nel senso più alto del termine: educere, tirare fuori ciò che è già presente ma disordinato. Il terapeuta non aggiunge, non corregge, non impone, ma facilita. 

Ed è qui che la dimensione spirituale della MTC mostra il suo volto più maturo: non promessa di guarigioni miracolose, ma accompagnamento competente verso una maggiore coerenza interna dove gli strumenti e le tecniche utilizzate sono il supporto e non la soluzione.

In sintesi:

  • La MTC include una visione spirituale dell’essere umano

  • Non è una medicina "religiosa"

  • Il terapeuta non deve essere “spirituale”, ma radicato, che cerca di essere pulito interiormente, presente, che crede nella dimensione verticale per proporla in quella orizzontale.

  • Più il praticante è centrato, più il trattamento è fine

  • La spiritualità è il supporto, non un requisito né un vessillo da sbandierare, ma da vivere nel silenzio del quotidiano

Oggi, nei miei studi di Lomazzo e Buttrio, questo approccio prende forma in percorsi individuali di riequilibrio energetico orientati al benessere globale della persona. 

Un lavoro che integra ascolto, trattamento e consapevolezza, senza scorciatoie e senza dogmi, ma con profondo rispetto per l’unicità di ogni individuo. 

Se senti che è il momento di abitare meglio il tuo spazio interiore e ritrovare una maggiore armonia nel quotidiano, il primo passo è concederti un incontro autentico.


Bibliografia essenziale 

  • Gallagher S., Action and Interaction, Oxford University Press, 2020
  • Morin E., La lezione della complessità, Raffaello Cortina, 2021
  • Kohn L., Chinese Medicine and Healing, Three Pines Press, 2021
  • Unschuld P. U., Huang Di Nei Jing: Nature, Knowledge, Imagery, University of California Press, ed. aggiornata 2022
  • Hildegard von Bingen, Physica, edizione critica commentata, 2021
  • Jung C. G., Opere, edizione riveduta e aggiornata, Bollati Boringhieri, 2020
  • Simiao S., Essential Prescriptions Worth a Thousand Gold, ed. moderna annotata, 2023
  • Freire P., Pedagogia dell’autonomia, edizione aggiornata, 2021

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venerdì 6 febbraio 2026

Le Otto Scimmie e la Medicina della Consapevolezza




Mettete otto scimmie in una stanza. Al centro, una scala. In cima, un casco di banane appeso al soffitto.
Ogni volta che una scimmia prova a salire per prenderle, tutte vengono colpite da una doccia d’acqua gelida. È un’esperienza talmente spiacevole che presto, quando una tenta di salire, le altre la aggrediscono per impedirglielo: non vogliono bagnarsi di nuovo.
In poco tempo, nessuna delle otto osa più avvicinarsi alla scala.

Poi, una delle scimmie originali viene sostituita con una nuova. La nuova arrivata, curiosa, vede le banane e non capisce perché nessuno le prenda. Prova a salire, ma appena mette una mano sulla scala, le altre le saltano addosso e la picchiano.

Sorpresa, impara subito la lezione: non si sale. Non sa perché, ma si adegua.

Poi viene sostituita un’altra scimmia. Anche lei tenta di salire, e viene picchiata. E tra chi la colpisce c’è pure la prima nuova arrivata – che non sa il motivo, ma lo fa lo stesso.
Così, una dopo l’altra, tutte le scimmie originarie vengono sostituite. Ora nessuna di loro ha mai sentito l’acqua gelida, eppure, se una prova a salire la scala, le altre la aggrediscono senza esitazione. Nessuna sa perché. Ma tutte lo fanno.

Ed è così che nascono – e si tramandano – le abitudini cieche, i pregiudizi e le tradizioni che nessuno osa mettere in discussione.

Prima di seguire una regola, una consuetudine o un giudizio solo perché “si è sempre fatto così”, fermiamoci un momento. Pensiamo. Chiediamoci se davvero ha senso.
Perché il mondo non cambia quando gli altri smettono di picchiare chi sale la scala, ma quando qualcuno trova il coraggio di salire lo stesso

La parabola delle otto scimmie descrive la dinamica del condizionamento collettivo. Racconta come le persone perpetuino abitudini e credenze che non appartengono più al presente.

Carl Gustav Jung lo definiva inconscio collettivo: “Finché non renderai l’inconscio conscio, esso dirigerà la tua vita e tu lo chiamerai destino.”

Le scimmie imparano a temere una punizione che non esiste più, ma reagiscono come se fosse reale. È il condizionamento vicario: si apprende la paura osservando altri.

L’abitudine è una forza ambivalente. Crea sicurezza ma spegne la consapevolezza. William James scriveva: “L’abitudine è il grande anestetico morale.”

Socrate ammoniva: “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta.”
Nietzsche aggiungeva: “Diventa ciò che sei.”

Pensare criticamente è una medicina del pensiero: scioglie le incrostazioni della paura e restituisce libertà al movimento interiore.

La Medicina Tradizionale Cinese offre una chiave profonda. Ogni emozione è un movimento del Qi, l’energia vitale. Quando il flusso si blocca, nascono la sofferenza e la malattia.

“Huangdi Neijing” insegna: “Quando la mente è tranquilla, il corpo è in equilibrio.”

La paura di salire la scala rappresenta la stasi del Qi del Fegato, che governa coraggio e crescita. La paura inibisce il Legno, impedendo il rinnovamento.

“La mente che non osa è come il corpo che non respira.” – proverbio taoista.

La guarigione è ritorno al flusso: movimento, armonia e spontaneità del vivere.

La filosofia è medicina dell’anima. Sun Simiao scriveva: “Il saggio cura prima la mente, poi il corpo.”

Il pensatore, come il medico, cerca la causa profonda. Le convinzioni non esaminate sono la radice della sofferenza. La parabola ci invita a comprendere e rinnovare, non a distruggere.

Le religioni autentiche insegnano discernimento:
“Esaminate ogni cosa, trattenete ciò che è buono.” – San Paolo
“La verità vi renderà liberi.” – Gesù di Nazareth
“Colui che conosce gli altri è saggio, ma chi conosce se stesso è illuminato.” – Lao Tzu
“La fede cieca è una prigione dorata.” – Buddha Shakyamuni

Le neuroscienze confermano: la ripetizione rafforza le connessioni sinaptiche, ma la mente può cambiare.
“Le cellule nervose che si attivano insieme, si connettono insieme.” – Donald Hebb
“Non possiamo risolvere i problemi con la stessa mente che li ha creati.” – Albert Einstein

Ogni volta che osserviamo un automatismo e lo interrompiamo, creiamo una nuova via neuronale. È auto-medicina, libertà mentale e armonia corporea.


Salire la scala non è ribellione, ma comprensione. È scegliere di agire per consapevolezza.
“Il coraggio non è l’assenza di paura, ma la capacità di agire nonostante essa.” – Aristotele
“Respirare consapevolmente è il primo atto di libertà.” – Thich Nhat Hanh

Respirare, pensare, vivere: tre forme di guarigione interiore.

La libertà del pensiero è la medicina più profonda. Ogni volta che smettiamo di chiederci “perché”, lasciamo che il passato governi il presente.
“Conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli dei.” – iscrizione del Tempio di Delfi

Il pensiero libero cura la mente, armonizza il corpo e restituisce all’anima il suo respiro originario.

Bibliografia essenziale:
1. Huangdi Neijing – Classico di Medicina Interna dell’Imperatore Giallo
2. Jung, C. G. – L’uomo e i suoi simboli (1964)
3. Lao Tzu – Tao Te Ching
4. Aristotele – Etica Nicomachea
5. William James – Principles of Psychology (1890)
6. Sun Simiao – Prescrizioni di mille ori per le emergenze
7. Socrate – Dialoghi platonici
8. Nietzsche, F. – Così parlò Zarathustra
9. Einstein, A. – Out of My Later Years
10. Thich Nhat Hanh – Il miracolo della presenza mentale

martedì 3 febbraio 2026

GUERRA: TEORIA E REALTA'



La guerra è un luogo dove l’essere umano smette di essere teoria e diventa realtà.
È lì che scopriamo fin dove può spingersi un uomo quando tutto ciò che conosce viene strappato via.


E la storia delle razioni della Seconda Guerra Mondiale è uno degli specchi più rivelatori di questo limite.

 

Di solito immaginiamo i soldati tedeschi dei primi anni di guerra come una macchina perfetta: rigore, disciplina, acciaio, strategia. Ma pochi ricordano ciò che teneva in piedi quella macchina. Dentro gli zaini, accanto al pane nero e alle scatole di carne, c’erano piccole pillole bianche. Non erano vitamine. Era Pervitin, metanfetamina pura. L’idea era semplice e brutale: cancellare il sonno, ignorare la fatica, rendere uomini capaci di combattere per giorni senza fermarsi. Una “pasticca miracolosa”, la chiamavano. A volte mescolata nel cioccolato, che veniva ribattezzato “il cioccolato del carrista”. La velocità del Blitzkrieg non fu solo una questione di carri e strategia: fu anche una guerra combattuta da corpi portati oltre ogni limite naturale.

 

Dall’altra parte del filo spinato, nei campi di prigionia, la vita aveva una logica completamente diversa. I prigionieri alleati non combattevano per avanzare: combattevano per restare vivi un giorno in più. E la loro speranza arrivava sotto forma di un suono preciso: lo scricchiolio di un pacco della Croce Rossa che si apre. Non era solo cibo; era conforto, era dignità. Carne in scatola, biscotti, cioccolato, sigarette… ma soprattutto oggetti che si trasformavano in strumenti per continuare a esistere. Le scatole vuote diventavano stufette, pentolini, lampade improvvisate. Ogni cosa aveva un secondo scopo. Dentro quei campi nacque una vera economia parallela: il cioccolato come denaro, le sigarette come valuta, i piccoli scambi come forma di sopravvivenza psicologica. In quelle condizioni disumane, le persone inventavano umanità.

 

E qui arriva la parte interessante: queste due realtà raccontano la stessa cosa, ma in modi opposti.


Da una parte l’uomo che viene spinto oltre i suoi limiti grazie a un artificio chimico.
Dall’altra l’uomo che protegge quel poco che resta dei suoi limiti, per rimanere umano
” (fonte https://www.facebook.com/photo?fbid=1300877475418956&set=a.457172759789436).

 

Ed è qui che la Medicina Tradizionale Cinese offre un punto di vista illuminante.
Secondo la sua visione, forzare il corpo oltre i suoi segnali naturali significa consumare il Qi — l’energia vitale — come se lo si bruciasse tutto in una volta. Proprio come accadde con la Pervitin: potenza immediata, crollo devastante. 

 

Nei campi di prigionia, invece, ogni gesto volto a scaldarsi, nutrirsi, scambiare qualcosa con qualcuno era un modo per preservare lo Shen — lo spirito. Era un modo per dire: “Esisto ancora”.
In una guerra, “restare vivo” non è solo questione di cibo. 

È questione di energia e senso.

 

Non è un caso se, attraverso culture e secoli, filosofi e scrittori hanno detto la stessa cosa con parole diverse.


Lao Tzu ricordava che «chi vince gli altri è potente; chi vince sé stesso è forte», e aggiungeva che «la natura non ha fretta, eppure tutto si compie»

 

Dostoevskij osservava che «l’uomo che conosce la sofferenza conosce sé stesso».

 

Goethe ribadiva che «non è forte chi non cade mai, ma chi cadendo si rialza».

 

Victor Hugo scriveva che «dove c’è disperazione, l’invenzione è inevitabile».

 

Le medicine orientali ci insegnano che «il corpo grida ciò che la mente tace».

 

Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, affermava che «quando non possiamo cambiare le circostanze, siamo chiamati a cambiare noi stessi».

 

Hemingway ricordava che «un uomo può essere distrutto ma non sconfitto».

 

Schopenhauer ammoniva che «la salute non è tutto, ma senza salute tutto è niente».

 

E un proverbio cinese conclude con semplicità: «l’equilibrio è la più grande delle vittorie».

 

E allora cosa ci racconta, in fondo, la storia delle razioni di guerra?
Che l’uomo può essere trasformato in macchina, ma non senza pagarne il prezzo.
Che un corpo può essere forzato, ma mai tradito senza conseguenze.
Che perfino nel buio più totale, la speranza può essere costruita con una latta, una sigaretta e un gesto umano.

 

E che la vera forza — oggi come allora — non è sopravvivere a tutti i costi, ma restare umani mentre lo si fa.

 

Se questa storia ti ha colpito, prova a fermarti un istante e a chiederti: nella mia vita quotidiana, sto ascoltando il mio corpo e il mio equilibrio… o lo sto spingendo oltre il limite come un soldato drogato che corre senza poter dormire?
Il primo passo verso la salute non è fare di più.
È ascoltare di più.

 

Se vuoi, possiamo approfondire questo tema insieme: corpo, energia, trauma, MTC e vita moderna.


La storia insegna. Sta a noi decidere se ascoltarla o ripeterla.

 

Bibliografia

  • Norman Ohler – Der totale Rausch (L’ebbrezza totale) – analisi storica dell’uso della Pervitin.
  • Viktor E. Frankl – Uno psicologo nei lager.
  • Sun Si Miao – Classici della Medicina Tradizionale Cinese.
  • Huangdi Neijing – Il Classico di Medicina Interna dell’Imperatore Giallo.
  • Jonathan F. Vance – The True and the False: The Canadian Red Cross POW Parcels.
  • Albert Bandura – Human Agency in War and Moral Disengagement.
  • Judith Shklar – The Faces of Injustice.