martedì 29 settembre 2026

Potare non è dimenticare

  




Una conduttrice televisiva dichiara di non ricordare quasi nulla dei suoi primi venticinque anni di vita, e lo racconta come una scelta: avrebbe fatto "pruning", potatura, per lasciare spazio a nuove emozioni. La frase ha acceso una domanda che in molti si portano dentro da tempo, anche senza saperlo formulare: si può davvero decidere di dimenticare? E soprattutto — vale la pena provarci?

Lo psichiatra Giovanni Migliaresi, direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell’Asst di Pavia, interpellato sulla vicenda, ha riportato la faccenda entro i suoi confini reali. Il pruning esiste, è reale, è un meccanismo neurobiologico documentato. Ma non cancella venticinque anni. E soprattutto non è una tecnica che si sceglie di attivare: è qualcosa che il cervello fa da solo, da sempre, in silenzio.

Il sistema nervoso, spiega Migliaresi, lavora su due polarità. Una espansiva, che costruisce nuove connessioni sinaptiche a ogni esperienza significativa. Una regressiva, che taglia i collegamenti inutilizzati o poco utili: è questa la potatura, il pruning. Non è un difetto del sistema, è la sua intelligenza. Un cervello che conservasse ogni connessione formata in una vita non diventerebbe più capace: diventerebbe irrecuperabile, sommerso dal proprio stesso rumore.

La ricerca sullo sviluppo cerebrale colloca il momento di massima attività di potatura nell’adolescenza, fra i tredici e i ventidue-venticinque anni: non a caso proprio la fascia d’età di cui la conduttrice diceva di non ricordare nulla. È il periodo in cui la corteccia prefrontale si rimodella più intensamente, eliminando le connessioni sinaptiche in eccesso per rendere i circuiti più efficienti. Non è cancellazione: è selezione. I ricordi ad alto impatto restano incisi; ciò che non ha lasciato traccia significativa, semplicemente, non viene conservato. Dimenticare, in questo senso, non è un fallimento della memoria. Ne è una funzione.

Non ricordiamo tutto non perché la memoria sia debole, ma perché è selettiva per intelligenza, non per difetto.

C’è però un secondo livello della domanda, più utile del primo: come si fa, concretamente, a "fare spazio" nella mente quando ci si sente sommersi? Qui Migliaresi introduce una distinzione che vale la pena tenere a mente. Il cervello alterna un funzionamento di risposta agli stimoli esterni e un funzionamento autonomo, il cosiddetto default mode network, che si attiva quando gli stimoli si riducono — nella noia, nel rilassamento, nel vuoto apparente. È in quello stato, non nell’iperattività produttiva, che la mente riordina, integra, consolida. Viviamo in una società che ha quasi abolito il default mode: ogni pausa viene riempita da uno schermo, ogni silenzio da un contenuto. E la mente, privata del suo tempo di risposta autonoma, non riesce più a fare la sua parte di lavoro interno.

È un’osservazione che la tradizione contemplativa aveva già, con parole diverse. Il vuoto — lo śūnyatā buddhista, il wu taoista — non è assenza, è capacità. Un vaso è utile per lo spazio che non occupa, scrive Lao Tzu: è il vuoto al centro della ruota, non il mozzo, a permetterle di girare. La mente iperstimolata è una ruota piena, un vaso colmo fino all’orlo: non ha più dove accogliere. Il resting state di cui parla la neurobiologia contemporanea e il vuoto della tradizione taoista indicano, con linguaggi lontani duemilacinquecento anni, lo stesso spazio funzionale.

La Medicina Tradizionale Cinese osserva un fenomeno molto simile parlando dello Shen, la coscienza-spirito che risiede nel Cuore. Lo Shen ha bisogno di radicamento per restare lucido e presente; quando è costantemente sollecitato dall’esterno — troppi stimoli, troppe informazioni, troppa scelta — tende a disperdersi verso la periferia, come una fiamma esposta a troppe correnti d’aria. Non si spegne, ma vacilla: ne nascono l’irrequietezza, l’insonnia, la sensazione di non riuscire più a "stare" in un solo pensiero. Radicare lo Shen, nella pratica clinica cinese, significa esattamente ciò che Migliaresi chiama resting state: ridurre lo stimolo, non aggiungere tecnica.

Ed è qui che il pruning neurale e il lavoro energetico si incontrano senza sovrapporsi. Non serve una "tecnica per cancellare i ricordi" — non esiste, e chi la promette mente. Serve un ambiente che permetta al cervello di fare ciò che sa già fare da solo: alternare stimolo e riposo, come lo yin alternato allo yang, come l’inspiro all’espiro. Meditazione, yoga, attività fisica regolare, pause reali dai social — le stesse indicazioni che chiude l’articolo di partenza — non sono discipline aggiuntive da inserire nell’agenda. Sono il permesso, dato al sistema nervoso, di tornare a fare la manutenzione che gli spetta.

Non si svuota la mente aggiungendo un’altra pratica. Si svuota togliendo ciò che la tiene sempre accesa.

Resta un punto che vale la pena dire con chiarezza, perché la narrazione del "pruning volontario" rischia di alimentare un’illusione pericolosa: quella del passato come qualcosa da cancellare invece che da integrare. Jung avrebbe riconosciuto in questa fantasia una vecchia tentazione — separare il sé che si preferisce dal sé che si vorrebbe dimenticare. Non funziona nella psiche più di quanto funzioni nella neurobiologia. Ciò che è stato vissuto profondamente lascia traccia; ciò che si tenta di rimuovere senza attraversarlo tende, semmai, a tornare travestito da sintomo. L’amnesia selettiva che la psichiatria riconosce per eventi traumatici non è una scelta: è una difesa, e ha un costo.

La saggezza, sia neurobiologica sia contemplativa, non sta nel cancellare. Sta nel lasciare che il sistema faccia la sua potatura naturale — quella lenta, involontaria, quotidiana — creando le condizioni perché possa farla: meno rumore, più silenzio scelto, più spazio non riempito. Non un colpo di spugna sui primi venticinque anni. Una manutenzione, ogni giorno, di ciò che serve ancora e di ciò che può lasciarsi andare da solo.

Se ti riconosci nella sensazione di mente satura — troppi pensieri, troppo rumore, la difficoltà di trovare uno spazio realmente vuoto nella giornata — il lavoro non comincia con una tecnica in più. Comincia con l’osservazione di dove lo Shen si sta disperdendo e di quali stimoli, nella tua giornata, non ti stanno lasciando mai davvero fermo. Nel percorso Origin Program il lavoro su mente e sistema nervoso unisce Medicina Tradizionale Cinese, counseling olistico e mindfulness per restituire al corpo i suoi tempi naturali di stimolo e riposo, senza promettere scorciatoie che la neurobiologia non conosce.

Prenota un colloquio conoscitivo presso lo studio di Lomazzo (CO) o quello di Buttrio (UD), oppure scrivimi per una prima valutazione a distanza. Prima di cercare come "fare spazio", vale la pena capire che cosa lo sta occupando.


Bibliografia e fonti

Murina E., «Cos’è il pruning, lo psichiatra Migliaresi: “Memoria non si cancella, la mente si libera con meno stimoli”», intervista al dott. Giovanni Migliaresi (Asst Pavia), Fanpage.it, 20 settembre 2026.

Selemon L.D., «A role for synaptic plasticity in the adolescent development of executive function», Translational Psychiatry, 3, 2013, e238 (dati sulla cronologia della potatura sinaptica ripresi nelle review più recenti sul tema).

de Miguel M., «Deficient synaptic pruning could explain mental health disorders during adolescence», Bioworld / studio Università di Cambridge e Fudan University, aprile 2023.

Gonzalez-Burgos G., Miyamae T., Nishihata Y., Krimer O.L., Lewis D.A., «Strength of excitatory inputs to layer 3 pyramidal neurons during synaptic pruning in the monkey prefrontal cortex», Biological Psychiatry, 2023.

Chafee M.V., Averbeck B.B., «Unmasking schizophrenia: synaptic pruning in adolescence reveals a latent physiological vulnerability in prefrontal recurrent networks», Biological Psychiatry, 92(6), 2022, pp. 436-439.

Lao Tzu, Tao Te Ching, cap. XI, sull’utilità del vuoto.

Huangdi Neijing Lingshu, capitoli sullo Shen e sulla sua dimora nel Cuore (ed. it. di riferimento, Casa Editrice Ambrosiana).

Rochat de la Vallée E., scritti sullo Shen e sul radicamento della coscienza nella tradizione medica cinese.

Maciocia G., I fondamenti della medicina cinese, Edra, Milano.

Jung C.G., Opere, vol. IX*, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino, sull’integrazione del passato rispetto alla sua rimozione.

 

Nota: questo articolo ha finalità informative e formative. Non sostituisce la diagnosi né la terapia medica o psichiatrica. In presenza di amnesie significative, difficoltà persistenti di memoria o sospetto di eventi traumatici non elaborati, è necessario rivolgersi al proprio medico o a un professionista della salute mentale.

venerdì 25 settembre 2026

il capodanno di settembre e l’arte autunnale di lasciare andare


    

Hai comprato l’agenda. Quella con la copertina rigida, le pagine spesse, il nastrino segnalibro. L’hai aperta a metà settembre con un gesto quasi cerimoniale e hai scritto, nella prima pagina bianca, l’elenco di chi diventerai: palestra tre volte a settimana, zuccheri ridotti, inglese ripreso, quel corso finalmente iniziato, meno ore sul telefono, più ore con chi conta. Il primo settembre non è successo niente di oggettivo. Eppure ti sei sentito autorizzato. Come se il calendario avesse firmato un condono.

La psicologia delle decisioni ha un nome per questa sensazione, e non è un nome consolatorio: fresh start effect. Nel 2014 Hengchen Dai, Katherine Milkman e Jason Riis hanno documentato su Management Science che in corrispondenza di certe soglie temporali — l’inizio di una settimana, di un mese, di un semestre, un compleanno, il rientro dalle vacanze — le persone avviano con più facilità comportamenti orientati a un obiettivo. Le ricerche sulla dieta aumentano, le palestre si riempiono, gli impegni presi con sé stessi si moltiplicano. Il meccanismo è di contabilità mentale: il marcatore temporale separa un capitolo dal successivo, archivia i fallimenti nel periodo precedente e ci concede uno sguardo dall’alto sulla nostra vita.

In Italia e in Europa settembre funziona meglio di gennaio. Sono decenni di campanelle, di quaderni nuovi, di estati che finiscono: la soglia è incisa nel corpo prima ancora che nella testa. E arriva con un vantaggio che gennaio non ha — una riserva di riposo ancora intatta.

Il calendario può abbassare la soglia per cominciare. Non può accompagnarti fino a novembre.

Il problema è che quella spinta ha una scadenza breve. Dopo dieci giorni settembre smette di essere territorio inesplorato e torna a contenere imprevisti, stanchezza, riunioni, raffreddori, ritardi. L’io nuovo comincia ad assomigliare in modo imbarazzante a quello vecchio, e il progetto sovradimensionato entra in collisione con il tempo realmente disponibile. Lally e colleghi hanno stimato che un comportamento diventa automatico in media dopo sessantasei giorni, con una variabilità che va da diciotto a duecentocinquantaquattro. Sessantasei giorni dal primo settembre significa novembre inoltrato: molto oltre la durata dell’entusiasmo.

C’è poi un dettaglio che la divulgazione dimentica quasi sempre, e che vale da solo il prezzo dell’articolo. In uno studio successivo, pubblicato nel 2018 su Organizational Behavior and Human Decision Processes, la stessa Hengchen Dai ha mostrato che il reset è un’arma a doppio taglio. Azzerare simbolicamente il proprio contatore aumenta autoefficacia e motivazione quando si viene da un periodo andato male. Ma quando il periodo precedente era andato bene, lo stesso azzeramento riduce la fiducia nelle proprie capacità e peggiora la prestazione successiva. Tradotto: se hai passato un’estate in cui qualcosa finalmente si stava muovendo, la retorica del “da settembre cambio tutto” non ti aiuta. Ti smonta.

Qui la Medicina Tradizionale Cinese ha qualcosa da dire, e lo dice con un garbo che spiazza. Il Suwen, nel capitolo dedicato alla regolazione dello spirito secondo i quattro soffi, descrive l’autunno come il tempo del raccogliere. Il movimento della stagione non è espansivo: è discendente e concentrico. Si va a dormire presto e ci si alza con il canto del gallo, si tiene la mente tranquilla e raccolta, si evita di disperdersi. È la stagione del Metallo, del Polmone e dell’Intestino Crasso, e la sua emozione è quella del distacco — la malinconia buona di ciò che si lascia cadere perché ha compiuto il suo ciclo.

La stagione dei progetti nuovi, in questa mappa, è la primavera: Legno, Fegato, germogli, direzione, iniziativa. Il nostro calendario sociale ha spostato la partenza a settembre per ragioni che con il corpo non c’entrano nulla — scuole, bilanci, chiusure estive. E così ci ritroviamo a chiedere al nostro organismo un’espansione proprio nel momento in cui la sua intelligenza più antica sta facendo l’esatto contrario: sta potando.

Se a settembre ti senti volenteroso e insieme stanco, non sei incoerente. Stai obbedendo a due calendari diversi.

Non è un invito all’immobilità, e non è un alibi. È una questione di direzione. L’autunno non nega il cambiamento: gli impone un verso. Il nuovo inizio che funziona in questa stagione è sottrattivo, non additivo. L’Intestino Crasso, nella fisiologia energetica cinese, è l’organo che lascia andare ciò che non serve più; il Polmone governa il Qi e il ritmo del respiro, e insegna che non si può inspirare a fondo senza aver prima espirato fino in fondo. Un settembre ben fatto non comincia con un elenco di cose da aggiungere. Comincia con una cosa da togliere.

C’è infine un livello più scomodo. La contabilità mentale che rende efficace il fresh start effect — mettere il sé fallimentare nel capitolo chiuso — è la stessa operazione che Jung metteva in guardia dal compiere. Ciò che non viene integrato non scompare: ritorna, e lo chiamiamo destino. L’individuazione non è un reset, è un’inclusione. Il sé disordinato di agosto non è un file da archiviare: è materiale. Ha qualcosa da dire sul perché quel progetto, ogni anno, si interrompe allo stesso punto.

Il Tao Te Ching osserva che il viaggio di mille li comincia sotto i piedi. Non dal primo del mese: da dove sei. È un’indicazione tecnica travestita da poesia, e la ricerca contemporanea non fa che confermarla — ciò che sopravvive al calo dell’entusiasmo non è l’ambizione, ma la precisione dell’azione e la qualità dell’ambiente che la sostiene. Un obiettivo solo, abbastanza piccolo da resistere a una giornata storta. Un’ora già scritta nel calendario, non “quando riesco”. Un gesto legato a qualcosa che fai già, perché le abitudini nuove attecchiscono meglio innestate su quelle vecchie.

E soprattutto: una revisione della lista. Non tutto ciò che hai scritto sulla prima pagina dell’agenda è tuo. Una parte di quell’elenco appartiene a chi ti guarda, a un’immagine di te che hai ereditato, a una stagione della tua vita che forse è già finita. Distinguere ciò che desideri da ciò che credi di dover desiderare è, in autunno, l’unico lavoro davvero urgente. Tutto il resto viene dopo, e viene più facile.

Non si diventa qualcun altro il primo di settembre. Si smette, piano, di essere qualcun altro.

Se ti riconosci nel ciclo — l’elenco di settembre, l’entusiasmo che si spegne a ottobre, il senso di colpa che arriva puntuale a novembre — il punto non è trovare più disciplina. È capire quale movimento stai forzando e contro quale ritmo. Nel percorso Origin Program del metodo Formazionezero il cambiamento viene letto come una questione di direzione e di stagione, non di volontà: si guarda a cosa va lasciato andare prima di aggiungere, allo stato del respiro e del Qi, alla differenza fra ciò che desideri davvero e ciò che ti senti in dovere di volere. Medicina Tradizionale Cinese, counseling olistico e mindfulness lavorano insieme su questo, con obiettivi dimensionati sul tempo che hai realmente.

Prenota un colloquio conoscitivo presso lo studio di Lomazzo (CO) o quello di Buttrio (UD), oppure scrivimi per una prima valutazione a distanza. Prima di riempire l’agenda, vale la pena sapere che cosa ti serve davvero togliere.

martedì 22 settembre 2026

Il buio che ci rimette al mondo

  




Sono le tre e quaranta. Nessun rumore, nessun incubo, nessuna ragione apparente. Eppure gli occhi sono aperti, la mente è già in riunione, il corpo è teso come una corda di violino accordata troppo in alto. Fra quattro ore suonerà la sveglia e ci alzeremo più stanchi di quando siamo andati a letto. Poi, con quel gesto automatico che abbiamo imparato tutti, archivieremo la faccenda sotto la voce più comoda del nostro vocabolario: stress. È una parola che spiega tutto e non spiega niente.

Un recente intervento sulla stampa nazionale, firmato dalla neurologa Alessia Lanari dell’Asst Lariana, rimette le cose al loro posto: dietro la maggior parte dei sonni difficili non c’è una notte sbagliata, c’è una desincronizzazione dei ritmi circadiani. Non abbiamo perso il sonno. Abbiamo perso il tempo interno che lo rende possibile.

La fisiologia lo descrive con precisione. Il sonno nasce dall’intreccio di due processi: quello circadiano, governato dal nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo e sincronizzato soprattutto dalla luce ambientale, e quello omeostatico, la pressione di sonno che si accumula man mano che restiamo svegli. La melatonina, prodotta dall’epifisi soprattutto nelle ore buie, è il messaggero che comunica all’organismo che è arrivato il momento di lasciarsi andare. La luce ricca di lunghezze d’onda corte, quella degli schermi tenuti a pochi centimetri dal volto, ne sopprime la secrezione e dice al cervello che è ancora giorno. Quando gli orari sociali ci impongono di dormire in controtempo rispetto al nostro orologio interno, accumuliamo una deprivazione cronica che nessun weekend riesce a restituire.

Qui vale la pena essere onesti: non è colpa della tecnologia. È questione di dose, di ora e di contenuto. Uno schermo acceso alle ventitré non è un nemico morale, è un segnale luminoso mandato all’ipotalamo nel momento sbagliato. Il problema non è il dispositivo: è che abbiamo smesso di distinguere il giorno dalla notte, e con essa abbiamo smesso di distinguere lo yang dallo yin.

Non abbiamo un disturbo del sonno. Abbiamo un disturbo del tempo, e il sonno è solo il luogo dove si vede.

La Medicina Tradizionale Cinese aveva osservato lo stesso fenomeno con un linguaggio diverso e, se possibile, più vivo. Il Lingshu descrive il Wei Qi — l’energia difensiva, la nostra vigilanza incarnata — come un’onda che di giorno percorre i canali yang, alla superficie, dove sta la relazione con il mondo, e di notte rientra negli organi yin, in profondità. Il sonno, in questa lettura, non è una sospensione della vita: è un movimento. È il rientro. È il momento in cui la guardia smette di camminare sulle mura e torna dentro la casa.

Chi si sveglia alle tre e non riesce più a riaddormentarsi sta vivendo, in termini energetici, un Wei Qi che non ha accettato di rientrare, oppure uno Shen — la coscienza luminosa che risiede nel Cuore — che non trova il proprio nido. Il Cuore ospita lo Shen quando è nutrito dal Sangue e rinfrescato dallo Yin; se lo Yin è vuoto, il fuoco sale, e la mente resta accesa come una casa in cui nessuno ha spento le luci. Se il Qi del Fegato ristagna — e ristagna sempre, in chi vive di scadenze e di rancori taciuti — si trasforma in calore e risveglia il corpo nelle ore che alla tradizione cinese appartengono proprio al Fegato, fra l’una e le tre del mattino. L’ora in cui, statisticamente, milioni di persone fissano il soffitto.

Non c’è nulla di magico in questa corrispondenza e nulla che contraddica il nucleo soprachiasmatico. Sono due mappe dello stesso territorio, disegnate da viaggiatori diversi. Una misura la melatonina, l’altra ascolta il movimento. Entrambe dicono che il corpo ha un tempo proprio e che non tollera a lungo di essere contraddetto.

È l’immagine che uso da anni nel lavoro con le persone, e sul sonno funziona meglio che altrove. L’acqua che non scorre imputridisce: non perché sia cattiva, ma perché è ferma. Il letto trasformato in ufficio, in cinema, in sala d’attesa dell’ansia è esattamente questo — un’acqua ferma. Lanari lo dice con una formula che vale la pena ricordare: non trasformare il letto in un luogo di veglia.

Ed è un principio energetico prima ancora che comportamentale. Ogni luogo, nella nostra economia interiore, ha una funzione. Quando le funzioni si mescolano — si lavora dove si dorme, si discute dove si mangia, si scorre dove si dovrebbe tacere — il Qi perde direzione. Non si ammala per eccesso: si intorbida per confusione. Il rimedio della neurologa è sorprendentemente taoista: se il sonno non arriva, alzarsi, fare qualcosa di quieto con luce bassa, tornare a letto quando la sonnolenza si ripresenta. Smettere di forzare. Rimettere l’acqua in movimento perché torni limpida.

Il sonno appartiene alla famiglia delle cose che si guastano quando le si insegue: la fiducia, l’appetito, il desiderio, il perdono.

C’è poi una soglia che nessuna lettura olistica può permettersi di ignorare, e va detta con chiarezza. Un russamento forte, abituale, accompagnato da pause respiratorie non è un fastidio coniugale: può essere il segno di un’apnea ostruttiva del sonno. Micro-risvegli che la persona non percepisce, sonnolenza diurna, cefalea al mattino, difficoltà di concentrazione. Non trattata, questa condizione si associa a un aumento del rischio cardiovascolare e metabolico. Chi lavora nel benessere ha il dovere di riconoscere questo confine e di accompagnare la persona verso una valutazione medica, non di sostituirvisi.

La MTC, del resto, non direbbe nulla di diverso. Il Polmone governa il Qi e regola la discesa; quando il respiro si interrompe, ciò che si interrompe è la comunicazione fra Cielo e Terra dentro di noi. Che si chiami ipossia intermittente o mancata discesa del Qi, il messaggio è identico: qualcosa impedisce all’aria di scendere fino in fondo. E finché non scende l’aria, non scende nemmeno lo Shen.

Le indicazioni di igiene del sonno che la neurologa propone sono note e, proprio per questo, disattese. Mantenere orari regolari, soprattutto per il risveglio, anche nel fine settimana. Usare la camera da letto per dormire, senza schermi e senza orologi sotto gli occhi. Non compensare la notte con sonnellini lunghi o tardivi. Cercare luce naturale e movimento nelle prime ore del giorno. Alleggerire la sera: pasti abbondanti, alcol, caffeina e nicotina spostano in avanti l’addormentamento.

Letti uno per uno sembrano consigli da rivista. Letti insieme sono una cosa sola: restituire al corpo dei segnali coerenti. La luce del mattino è un’informazione, non un piacere estetico. La regolarità dell’orario di sveglia è un’ancora, non una disciplina militare. La sobrietà serale non è rinuncia, è una discesa graduata.

La ricerca contemporanea, va detto, conferma. Le raccomandazioni internazionali sull’illuminazione indoor pubblicate su PLoS Biology nel 2022 stabiliscono soglie diverse per il giorno, la sera e la notte; le revisioni sulla luceterapia mostrano miglioramenti misurabili del tempo totale di sonno e dell’efficienza nei lavoratori turnisti. E una recente network meta-analisi sulle pratiche corporee della tradizione cinese — liuzijue, yijinjing, baduanjin, taijiquan — documenta un effetto consistente sulla qualità del sonno. Non perché contengano una frequenza segreta, ma perché fanno esattamente ciò che serve: riportano il respiro e il movimento dentro un ritmo.

Il Tao Te Ching osserva che ciò che è duro e teso appartiene alla morte, mentre ciò che è morbido e cedevole appartiene alla vita. Non conosco descrizione migliore dell’addormentarsi. Non è un atto di volontà: è una resa intelligente, un wu wei praticato a occhi chiusi. Si dorme quando si smette di fare, e noi abbiamo costruito una civiltà che non sa più smettere di fare nemmeno da sdraiata.

Il buio, in fondo, non ci sottrae otto ore. Ce le restituisce trasformate. È la sola parte della giornata in cui non serviamo a nulla, e proprio per questo torniamo a essere qualcuno. Chi impara di nuovo a dormire non guadagna soltanto energia: si riappropria di un ritmo che non gli è mai stato chiesto di produrre, solo di rispettare.

Riappropriarsi del sonno è riappropriarsi del proprio tempo. Tutto il resto è cronaca del giorno dopo.

Se ti riconosci in questo articolo — risvegli notturni ricorrenti, stanchezza al risveglio, la sensazione che il riposo non ripari più nulla — il primo passo non è una tecnica: è una lettura d’insieme.

Nel percorso Origin Program del metodo Formazionezero il sonno viene osservato come un indicatore, non come un sintomo isolato: si guarda al ritmo, al respiro, allo stato dello Shen, alle abitudini serali, alla qualità della luce che attraversa le tue giornate.

E quando emergono segnali che richiedono una valutazione medica — l’apnea notturna fra tutti — il lavoro olistico si mette al servizio della medicina, mai al suo posto.

Prenota un colloquio conoscitivo presso lo studio di Lomazzo (CO) o quello di Buttrio (UD), oppure scrivimi per una prima valutazione a distanza. Prima di cambiare abitudini, vale la pena capire quale ritmo stai contraddicendo.

 

Bibliografia e fonti

Ammirati R., «Sonno difficile e stanchezza appena svegli, è colpa dell’orologio biologico: ecco 5 regole per resettarlo», intervista ad Alessia Lanari (Asst Lariana), Adnkronos, 20 settembre 2026.

Brown T.M., Brainard G.C., Cajochen C. et al., «Recommendations for daytime, evening, and nighttime indoor light exposure to best support physiology, sleep, and wakefulness in healthy adults», PLoS Biology, 20(3), 2022, e3001571.

Zielinska-Dabkowska K.M., Schernhammer E.S., Hanifin J.P., Brainard G.C., «Reducing nighttime light exposure in the urban environment to benefit human health and society», Science, 380(6650), 2023, pp. 1130-1135.

Gabinet N.M., «Effects mediated by melatonin and cortisol of artificial light and noise, alone and in combination, on sleep and health», Exploration of Neuroscience, 3, 2024, pp. 382-417.

Li L., Liang J., Fan T., «Effect of five traditional Chinese medicine exercises on insomnia: a systematic review and network meta-analysis», Journal of Psychiatric Research, 181, 2025, pp. 312-319.

«A systematic review and meta-analysis on light therapy for sleep disorders in shift workers», Scientific Reports, 15, 2025.

Huangdi Neijing Lingshu, capitoli sul percorso diurno e notturno del Wei Qi e sulla dimora dello Shen (ed. it. di riferimento, Casa Editrice Ambrosiana).

Lao Tzu, Tao Te Ching, cap. LXXVI, sul morbido e sul duro.

Rochat de la Vallée E., scritti sullo Shen e sulle dimore dello spirito nella tradizione medica cinese.

Maciocia G., I fondamenti della medicina cinese, Edra, Milano.

Regimen Sanitatis Salernitanum, Scuola Medica Salernitana, precetti sul riposo e sulla misura serale.


Nota: questo articolo ha finalità informative e formative. Non sostituisce la diagnosi né la terapia medica in senso tradizionale, nè la relativa diagnosi, ma come ogni intervento olistico va considerato a complemento delle stesse.


 

martedì 8 settembre 2026

Il suono che attraversa il corpo. il diapason del benessere

  



Il ruolo dei diapason nel mio ORIGIN PROGRAM: tra percezione, vibrazione e ascolto della persona

Non tutto ciò che attraversa il corpo deve essere visto per essere percepito

C'è una curiosa contraddizione nella nostra epoca.

Abbiamo costruito strumenti sempre più sofisticati per osservare il corpo, ma abbiamo progressivamente perso la capacità di ascoltarlo. Lo fotografiamo, lo misuriamo, lo analizziamo. Conosciamo parametri, valori, immagini, percentuali. Abbiamo trasformato molte delle sue funzioni in numeri e grafici.

Eppure, quando chiediamo a una persona come sta, la risposta più frequente continua a essere sorprendentemente generica: "Sto bene." Oppure: "Non sto bene, ma non so spiegarti esattamente perché."

È proprio in questo spazio, tra ciò che possiamo misurare e ciò che possiamo percepire, che si colloca una parte del lavoro che sto sviluppando all'interno di ORIGIN PROGRAM.

Uno degli strumenti che utilizzo è il diapason: uno strumento antico nella sua semplicità, contemporaneo nelle possibilità di utilizzo, capace di produrre una vibrazione precisa e riconoscibile. Ma sarebbe riduttivo parlare semplicemente di "terapia con i diapason". Perché il punto, almeno nel mio approccio, non è il diapason. Il punto è la persona.

La vibrazione rappresenta uno stimolo. Il corpo rappresenta il campo dell'esperienza. L'attenzione rappresenta il ponte.

E il trattamento diventa un percorso nel quale osservare, ascoltare e integrare.

Uno dei problemi del modo contemporaneo di concepire il benessere è la progressiva frammentazione della persona. Dolore alla schiena, rigidità cervicale, stanchezza, disturbi del sonno, stress, ansia, tensione muscolare, difficoltà di concentrazione: ogni manifestazione tende a diventare una categoria, e ogni categoria sembra richiedere una tecnica specifica.

È una logica comprensibile, soprattutto quando si ha bisogno di intervenire rapidamente. Ma non sempre è sufficiente per comprendere la complessità dell'individuo. Una persona non è la somma dei suoi sintomi. Il corpo non è una serie di compartimenti indipendenti.

Il modo in cui respiriamo può modificare la nostra percezione della tensione. Il modo in cui viviamo una situazione può influenzare il nostro tono muscolare. La qualità del sonno può modificare la nostra percezione della fatica. L'attenzione può amplificare oppure ridurre la percezione di determinati segnali corporei.

Non significa che tutto sia "psicologico". E non significa, soprattutto, che una malattia possa essere spiegata semplicemente attraverso emozioni o pensieri. Significa riconoscere una cosa molto più semplice: l'essere umano è un sistema complesso.

È da questa premessa che nasce l'impostazione di ORIGIN PROGRAM: non partire dal sintomo per cercare immediatamente qualcosa che lo faccia scomparire, ma partire dalla persona. Osservare. Comprendere il contesto. Individuare gli elementi sui quali è possibile lavorare. E soltanto dopo scegliere gli strumenti.

Il diapason qui entra in gioco e ha per me qualcosa di quasi disarmante. Non ha schermi, non ha pulsanti, non produce immagini, non mostra grafici colorati. Quando viene attivato produce una vibrazione sonora precisa. E proprio questa semplicità rappresenta, per me, una delle sue caratteristiche più interessanti.

Il suono è una forma di esperienza. Non lo percepiamo soltanto attraverso l'udito: la vibrazione può essere percepita anche attraverso il corpo, attraverso la conduzione, attraverso la sensazione, attraverso l'attenzione che inevitabilmente si orienta verso ciò che sta accadendo.

Questo non significa che ogni frequenza possieda una proprietà terapeutica specifica e dimostrata. È una distinzione importante. Nel mondo della ricerca sul suono esistono studi sugli effetti di diversi interventi sonori e musicali su rilassamento, stress, percezione del dolore e benessere psicofisico. Ma da questo non deriva automaticamente la conclusione che una determinata frequenza sia in grado di curare una determinata patologia.

È proprio per questo che nel mio metodo preferisco parlare di stimolazione vibro-sonora, di percezione e di integrazione. Il diapason non viene presentato come una bacchetta magica. Viene utilizzato come strumento all'interno di un percorso. Ed è una differenza sostanziale.

Internet ha fatto qualcosa di straordinario: ha reso accessibili informazioni che un tempo erano difficili da trovare. Ma ha anche creato una nuova forma di semplificazione. Basta digitare il nome di una frequenza e compaiono immediatamente decine di promesse: quella per il sonno, quell'altra per l'ansia, un'altra ancora per il dolore, un'altra per il sistema immunitario.

La narrazione è affascinante. Forse troppo. Perché il rischio è quello di sostituire una vecchia semplificazione con una nuova. Prima cercavamo la pillola giusta. Oggi rischiamo di cercare la frequenza giusta. Ma il corpo non funziona secondo una tabella così semplice.

Per questo nel mio lavoro ho scelto un'impostazione differente. Non parto dalla domanda "Quale frequenza cura questo problema?". Parto dalla domanda "Qual è la condizione della persona che ho davanti?".

È una differenza linguistica soltanto apparentemente piccola. In realtà cambia completamente l'approccio.

Uno degli aspetti più interessanti del lavoro che sto sviluppando è la possibilità di utilizzare anche due diapason contemporaneamente. Ma anche qui occorre evitare una lettura semplicistica: due strumenti non significano automaticamente il doppio dell'effetto. Non è una questione di quantità. È una questione di relazione.

Una vibrazione può rappresentare l'apertura di un lavoro. Un'altra può accompagnare una fase successiva. Una può essere utilizzata per richiamare maggiormente l'attenzione alla percezione corporea. L'altra può essere inserita in una fase di centratura e integrazione. La coppia diventa quindi una sorta di dialogo sonoro. Non una somma aritmetica.

Questo principio è molto importante per ORIGIN PROGRAM, perché un metodo non nasce semplicemente dal possesso di molti strumenti. Nasce dalla capacità di sapere quando, come e perché utilizzarli.

Questa è forse la distinzione che considero più importante. Una tecnica è qualcosa che sappiamo fare. Un metodo è qualcosa che sappiamo perché lo stiamo facendo.

Posso possedere dieci strumenti diversi, posso conoscere cento tecniche, posso avere una grande quantità di informazioni. Ma se non so osservare la persona, rischio di trasformare tutto questo in un catalogo.

ORIGIN PROGRAM nasce invece dall'esigenza di mettere in relazione strumenti differenti: la Medicina Tradizionale Cinese, il lavoro manuale, la digitopressione, il Tuina, la respirazione, la consapevolezza corporea, gli strumenti vibro-sonori e, dove appropriato, le tecnologie più moderne come la bio-risonanza o i campi elettromagnetici pulsati. Questo non perché tutto debba essere utilizzato contemporaneamente, al contrario: integrare non significa accumulare. Significa scegliere.

A volte la cosa migliore è fare molto. A volte è fare pochissimo. A volte una seduta richiede una tecnica manuale, a volte richiede ascolto, a volte richiede una stimolazione, a volte richiede semplicemente uno spazio nel quale la persona possa rallentare.

La vera competenza non consiste nell'utilizzare tutto ciò che abbiamo a disposizione. Consiste nel sapere che cosa non utilizzare.

C'è un aspetto del lavoro con i diapason che considero particolarmente interessante: il rapporto tra vibrazione e attenzione. Quando una persona viene invitata a concentrarsi su uno stimolo sonoro o vibrazionale, qualcosa cambia. L'attenzione si sposta. Dal telefono al corpo. Dal rumore esterno alla percezione interna. Dal pensiero alla sensazione.

Non è necessariamente un cambiamento spettacolare. E forse è proprio questo il punto. Il benessere non sempre arriva sotto forma di un grande evento. A volte comincia con una variazione impercettibile: un respiro più lento, una tensione che viene riconosciuta, una parte del corpo della quale ci accorgiamo per la prima volta, un pensiero che, per qualche minuto, smette di occupare tutto lo spazio.

Il diapason può diventare, in questo senso, uno strumento di attenzione. Non deve fare tutto, deve semplicemente contribuire al processo.

Il nome ORIGIN non è stato scelto casualmente. Origin significa origine. E tornare all'origine, nel mio modo di intendere non significa tornare indietro, significa tornare alla domanda fondamentale: chi è la persona che ho davanti?

Prima del disagio, prima dell'etichetta, prima del protocollo, prima della tecnica, prima ancora della domanda "cosa posso utilizzare?", dovrebbe esistere una domanda più importante: "cosa sto osservando?"

È una filosofia di lavoro che richiama, per certi aspetti, anche la visione sistemica della Medicina Tradizionale Cinese. Nella tradizione cinese il corpo non viene concepito semplicemente come una somma di organi isolati. Esiste una rete di relazioni: funzioni che interagiscono, equilibri e squilibri, cicli, ritmi, adattamenti. La salute, in questa prospettiva, non coincide soltanto con l'assenza di un sintomo. È anche capacità di adattamento.

L'equilibrio non è immobilità. È capacità di ritrovare un centro mentre tutto cambia.Parlare seriamente di strumenti vibro-sonori significa anche stabilire dei confini. Il lavoro con i diapason non sostituisce la diagnosi medica. Non sostituisce una terapia prescritta. Non deve essere presentato come trattamento risolutivo di patologie e soprattutto non dovrebbe alimentare la falsa convinzione che esista una frequenza capace di risolvere qualsiasi problema.

Il valore di una pratica complementare non aumenta quando promette l'impossibile. Al contrario: diventa più credibile quando riconosce i propri limiti.

Per questo considero il lavoro con i diapason una possibilità complementare, inserita in un percorso orientato alla percezione, al rilassamento e alla consapevolezza corporea. La persona rimane sempre al centro.

Alla fine, dopo aver parlato di frequenze, vibrazioni, strumenti, sequenze e protocolli, rimane una domanda. Che cosa stiamo veramente cercando? Una risposta? Una tecnica? Un trattamento? Oppure una modalità diversa di entrare in relazione con il corpo?

Per quanto mi riguarda, la risposta è la seconda. Il diapason è uno strumento. La vibrazione è uno stimolo. Il protocollo è una struttura. Ma il vero strumento del metodo rimane l'ascolto: ascoltare ciò che la persona racconta, ascoltare ciò che il corpo manifesta, ascoltare il respiro, ascoltare le variazioni, ascoltare anche ciò che non viene detto.

È da questo ascolto che nasce la scelta. E dalla scelta nasce il trattamento.

In un mercato nel quale ogni giorno nasce una nuova tecnica, una nuova apparecchiatura, un nuovo protocollo e una nuova promessa, forse abbiamo bisogno di qualcosa di meno spettacolare.

Abbiamo bisogno di integrazione, non di accumulare strumenti: metterli in relazione. Non inseguire il sintomo: comprendere la persona. Non cercare la frequenza miracolosa: utilizzare il suono come uno degli strumenti possibili. Non sostituire la medicina: affiancare, quando appropriato, un percorso di consapevolezza e benessere.

È questo il significato che attribuisco al lavoro con i diapason all'interno di ORIGIN PROGRAM: un metodo che nasce dall'incontro tra la visione della Medicina Tradizionale Cinese, le discipline bionaturali e strumenti contemporanei: un metodo nel quale la tecnologia non deve prendere il posto dell'uomo, e la tradizione non deve diventare un alibi per smettere di evolvere.

Perché il vero obiettivo non è trovare lo strumento perfetto. È imparare a scegliere lo strumento giusto, nel momento giusto, per la persona giusta.

E forse, alla fine, torniamo sempre alla stessa domanda dalla quale siamo partiti. Non: "Quale frequenza devo usare?". Ma: "Sono davvero capace di ascoltare la persona che ho davanti?"

Perché è da lì che, almeno per me, comincia ORIGIN.

ORIGIN PROGRAM
Antico sapere. Tecnologie e strumenti contemporanei. Un solo obiettivo: equilibrio.

Vuoi conoscere da vicino il lavoro con i diapason e l'ORIGIN PROGRAM?
Ti aspetto nei miei studi di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD) per un percorso di ascolto, percezione e riequilibrio costruito sulla persona, non sul protocollo.

Paolo G. Bianchi
IPHM – Terapie Olistiche e Bionaturali



 

venerdì 4 settembre 2026

ORIGIN PROGRAM: IL MIO METODO

  




Per anni abbiamo imparato a cercare una risposta nel punto in cui compare il problema.

Fa male la schiena? Guardiamo la schiena.
Non dormiamo? Cerchiamo qualcosa per dormire.
Siamo stanchi? Cerchiamo qualcosa che ci restituisca energia.

È una logica comprensibile.
Ma forse non sempre sufficiente.

Perché il sintomo non è necessariamente l'origine.

A volte è soltanto il modo attraverso cui un sistema ci sta comunicando che qualcosa, da qualche parte, ha perso il proprio equilibrio.

È da questa convinzione che nasce ORIGIN Program, il mio metodo.

Non un protocollo standardizzato.
Non una tecnica miracolosa.
Non la promessa di trovare una soluzione per ogni problema.

Piuttosto, un modo diverso di osservare la persona.

ORIGIN nasce dall'incontro tra la visione della Medicina Tradizionale Cinese, le discipline bionaturali e alcune tecnologie contemporanee di valutazione e trattamento.

Il corpo viene considerato come un sistema.

Un sistema nel quale struttura, funzioni, emozioni, abitudini, respirazione, alimentazione, qualità del riposo e dimensione energetica non sono compartimenti separati, ma parti di una stessa storia.

Per questo il mio lavoro non parte dalla domanda:

«Che cosa posso fare per questo malessere?»

Parte da una domanda diversa:

«Che cosa sta cercando di raccontarmi questa persona attraverso ciò che sta vivendo?»

È una differenza apparentemente sottile.

Ma cambia completamente il modo di lavorare.

ORIGIN significa tornare all'origine.

Non necessariamente per trovare una causa unica — perché spesso non esiste — ma per ricostruire quella trama di fattori che ha contribuito a creare l'attuale condizione di squilibrio.

Osservare.
Ascoltare.
Mettere in relazione.
Intervenire.
Verificare.
Adattare.

E poi ricominciare.

Perché una persona non è una fotografia.

È un processo.

E anche un percorso di riequilibrio dovrebbe esserlo.

Nel metodo ORIGIN possono quindi dialogare strumenti differenti: dall'approccio della Medicina Tradizionale Cinese alle tecniche manuali, dalla riflessologia alla moxibustione, dalla digitopressione alle discipline bionaturali, fino all'impiego di tecnologie avanzate come la biorisonanza e i campi elettromagnetici pulsati che utilizzo come strumenti complementari all'interno del percorso.

La tecnologia non sostituisce l'ascolto.
La tecnica non sostituisce la persona.

Sono strumenti.

Il vero metodo è imparare a scegliere, di volta in volta, ciò che può essere più coerente con quella specifica persona.

Perché due persone con lo stesso sintomo possono avere due storie completamente diverse.

E se le storie sono diverse, forse anche i percorsi dovrebbero esserlo.

ORIGIN Program è questo.

Un metodo che non vuole inseguire il sintomo, ma comprendere il sistema.

Un percorso che cerca connessioni invece di separare.

Un modo di lavorare che mette al centro la persona prima ancora del problema che porta con sé.

Perché, in fondo, riequilibrare non significa aggiustare una parte.

Significa provare a restituire coerenza all'insieme.

ORIGIN Program
Antico sapere. Tecnologie contemporanee. Una visione integrata della persona.

 

 

Paolo G. Bianchi
IPHM – Terapie Olistiche e Bionaturali

Prof. Disc. L. 4/13

Lomazzo (CO) - Buttrio (UD) 

martedì 1 settembre 2026

ABBASTANZA BENE DAI... UN DISASTRO!

 



 

“Abbastanza bene, dai…” Perché quella risposta rivela tutto ciò che non stiamo dicendo al nostro corpo 

C’è un momento della giornata in cui siamo tutti attori consumati. Avviene in ascensore, sul pianerottolo, all’ingresso dell’ufficio, al banco del bar.

Qualcuno ci guarda — spesso senza fermarsi davvero — e chiede: «Come stai?». Noi, con quella disinvoltura che i secoli di civiltà ci hanno insegnato, rispondiamo: «Abbastanza bene, dai». Poi ognuno va per la propria strada.

Eppure, se ci soffermassimo un istante su quelle tre parole — abbastanza bene, dai — scopriremmo che dentro di esse è nascosto un universo di non detto, di segnali ignorati, di energie sospese e non elaborate. Quel dai finale, apparentemente innocuo, è forse la parola più rivelatrice del nostro tempo: un’ammissione velata di qualcosa che non va del tutto, accompagnata però da una rinuncia immediata ad approfondire.

CLICCA QUI PER IL RESTO DEL MIO ARTICOLO PUBBLICATO SULLA RIVISTA SCIENTIFICA BRAINFACTOR 

O QUI SOTTO 

<https://brainfactor.it/abbastanza-bene-dai-perche-quella-risposta-rivela-tutto-cio-che-non-stiamo-dicendo-al-nostro-corpo/>

 

 

 

venerdì 21 agosto 2026

ELOGIO DELLA NOIA


  


Il Vuoto come Spazio di Cura

Viviamo l'epoca che ha dichiarato guerra alla noia con più determinazione di ogni altra nella storia. Basta un istante di silenzio, un'attesa in fila, una sera senza impegni, perché la mano corra automaticamente verso lo schermo più vicino. Abbiamo costruito un'intera economia sulla promessa di riempire ogni interstizio del tempo, come se il vuoto fosse una falla da tappare urgentemente, un difetto di fabbricazione della vita.

Nella mia pratica, tra Lomazzo e Buttrio, incontro sempre più spesso persone che non sanno più annoiarsi. Non intendo dire che riempiono le giornate di impegni: intendo che hanno perso la capacità fisiologica di tollerare uno spazio vuoto senza riempirlo immediatamente di stimolo. È una perdita silenziosa, che non fa notizia, ma che a mio avviso è una delle radici meno indagate del malessere contemporaneo.

La Medicina Tradizionale Cinese non conosce il vuoto come mancanza. Il concetto di xu (虛) indica certo una condizione di insufficienza quando riferito a un organo o a un'energia carente, ma nel pensiero taoista che permea tutta la cultura clinica cinese il vuoto ha anche un'altra faccia, quella dello spazio ricettivo, della cavità che rende possibile il movimento del qi. Non è un caso che lo Shen, lo spirito che risiede nel Cuore secondo la fisiologia energetica cinese, abbia bisogno di momenti di quiete apparente per potersi radicare: un'agitazione continua, uno stimolo che non si interrompe mai, disperde lo Shen invece di nutrirlo.

Lao Tzu affida a un'immagine domestica una delle formulazioni più limpide di questo principio: è il vuoto interno di una ciotola a renderla utile, è lo spazio libero di una stanza a permetterne l'abitabilità. Il pieno definisce la forma, ma è il vuoto a garantire la funzione. Applicato al tempo psichico, questo significa che una giornata compatta di stimoli, per quanto produttiva in apparenza, non lascia alcuno spazio perché qualcosa di nuovo possa formarsi. La noia, in questa lettura, non è l'assenza di vita: è la condizione che la rende possibile.

“Non è il pieno a generare la vita interiore, ma il vuoto che lo rende abitabile.”

È importante distinguere, ed è una distinzione che nella pratica di counseling olistico faccio spesso con chi arriva in studio lamentando un vago senso di vuoto esistenziale: c'è una noia sintomo e una noia cura. La prima è quella cronica, insopportabile, che segnala spesso un blocco energetico più profondo, una stagnazione che il corpo energetico manifesta come assenza di significato. È l'equivalente psichico di quello che nel linguaggio che uso da anni definisco acqua che non corre, fete: quando la vita interiore non trova varchi di espressione, ristagna, e la noia cronica ne è spesso il primo segnale percepibile.

La seconda è tutt'altra cosa: è la noia che si sceglie, lo spazio bianco che si concede deliberatamente, l'attesa non riempita. È la noia della convalescenza, quella che la Scuola Medica Salernitana raccomandava nei suoi regimina sanitatis come parte integrante della cura, ben prima che la medicina moderna riscoprisse il valore clinico del riposo attivo. 

È la noia di Carl Gustav Jung quando descriveva l'immaginazione attiva: un metodo che richiede innanzitutto di sospendere l'attività diretta della mente, di lasciarla vagare senza meta, perché sia proprio in quello spazio apparentemente sterile che i contenuti dell'inconscio trovano finalmente la via per emergere e farsi simbolo.

C'è un'analogia che trovo utile proporre a chi fatica ad accettare l'idea che il non-fare abbia un valore, ed è quella che la fisica quantistica offre con il concetto di vuoto: non uno spazio inerte e privo di eventi, ma un campo di potenzialità dal quale emergono continuamente fluttuazioni, particelle virtuali, possibilità che si attualizzano e si dissolvono. 

Non intendo qui sovrapporre impropriamente linguaggi che appartengono a discipline diverse, ma offrire un'immagine: anche la mente, quando smette di essere occupata da uno stimolo esterno costante, non si spegne. Entra in una modalità diversa, meno visibile, in cui le connessioni si riorganizzano, le intuizioni maturano, le soluzioni ai problemi che di giorno sembravano irrisolvibili trovano improvvisamente la loro forma. 

Non è un caso che le idee migliori arrivino spesso sotto la doccia, durante una passeggiata senza meta, in un'attesa che non abbiamo riempito con altro.

Nel percorso che propongo attraverso Origin Program, uno degli esercizi che chiedo con più frequenza, e che sorprende sempre per la sua apparente semplicità, è quello di concedersi ogni giorno un tempo esplicitamente vuoto: nessun compito, nessuno schermo, nessun obiettivo da raggiungere. 

Non è tempo perso. È tempo che si restituisce al corpo energetico perché possa fare ciò che sa fare meglio quando non è costretto a rincorrere uno stimolo dopo l'altro: integrare, digerire, rigenerare.

La noia, se la accogliamo invece di combatterla, smette di essere il nemico e diventa la soglia. È lo spazio dove lo Shen si radica, dove il vuoto della ciotola diventa funzione, dove l'inconscio trova finalmente il silenzio necessario per parlare. In un tempo che ha fatto della saturazione costante una virtù, forse la scelta più radicale che possiamo compiere per la nostra cura è proprio questa: fermarsi, non riempire, lasciare che il vuoto faccia il suo lavoro.


Paolo G. Bianchi – IPHM, Prof. Disc. L. 4/13

Vieni a scoprire il tuo percorso Origin Program nei nostri studi di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD).

© Paolo G. Bianchi – Tutti i diritti riservati


Bibliografia e fonti

G. Maciocia, I fondamenti della Medicina Cinese, IV edizione, Edra, 2022

É. Rochat de la Vallée, Il pensiero cinese nella medicina tradizionale, Jaca Book, 2020

C.G. Jung, L'uomo e i suoi simboli, nuova edizione critica, Raffaello Cortina, 2021

AA.VV., Regimen Sanitatis Salernitanum, edizione commentata, Edizioni Salerno, 2020

C. Rovelli, L'ordine del tempo, nuova edizione, Adelphi, 2021