Una conduttrice televisiva dichiara di non ricordare quasi nulla dei suoi primi venticinque anni di vita, e lo racconta come una scelta: avrebbe fatto "pruning", potatura, per lasciare spazio a nuove emozioni. La frase ha acceso una domanda che in molti si portano dentro da tempo, anche senza saperlo formulare: si può davvero decidere di dimenticare? E soprattutto — vale la pena provarci?
Lo psichiatra Giovanni Migliaresi, direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell’Asst di Pavia, interpellato sulla vicenda, ha riportato la faccenda entro i suoi confini reali. Il pruning esiste, è reale, è un meccanismo neurobiologico documentato. Ma non cancella venticinque anni. E soprattutto non è una tecnica che si sceglie di attivare: è qualcosa che il cervello fa da solo, da sempre, in silenzio.
Il sistema nervoso, spiega Migliaresi, lavora su due polarità. Una espansiva, che costruisce nuove connessioni sinaptiche a ogni esperienza significativa. Una regressiva, che taglia i collegamenti inutilizzati o poco utili: è questa la potatura, il pruning. Non è un difetto del sistema, è la sua intelligenza. Un cervello che conservasse ogni connessione formata in una vita non diventerebbe più capace: diventerebbe irrecuperabile, sommerso dal proprio stesso rumore.
La ricerca sullo sviluppo cerebrale colloca il momento di massima attività di potatura nell’adolescenza, fra i tredici e i ventidue-venticinque anni: non a caso proprio la fascia d’età di cui la conduttrice diceva di non ricordare nulla. È il periodo in cui la corteccia prefrontale si rimodella più intensamente, eliminando le connessioni sinaptiche in eccesso per rendere i circuiti più efficienti. Non è cancellazione: è selezione. I ricordi ad alto impatto restano incisi; ciò che non ha lasciato traccia significativa, semplicemente, non viene conservato. Dimenticare, in questo senso, non è un fallimento della memoria. Ne è una funzione.
Non ricordiamo tutto non perché la memoria sia debole, ma perché è selettiva per intelligenza, non per difetto.
C’è però un secondo livello della domanda, più utile del primo: come si fa, concretamente, a "fare spazio" nella mente quando ci si sente sommersi? Qui Migliaresi introduce una distinzione che vale la pena tenere a mente. Il cervello alterna un funzionamento di risposta agli stimoli esterni e un funzionamento autonomo, il cosiddetto default mode network, che si attiva quando gli stimoli si riducono — nella noia, nel rilassamento, nel vuoto apparente. È in quello stato, non nell’iperattività produttiva, che la mente riordina, integra, consolida. Viviamo in una società che ha quasi abolito il default mode: ogni pausa viene riempita da uno schermo, ogni silenzio da un contenuto. E la mente, privata del suo tempo di risposta autonoma, non riesce più a fare la sua parte di lavoro interno.
È un’osservazione che la tradizione contemplativa aveva già, con parole diverse. Il vuoto — lo śūnyatā buddhista, il wu taoista — non è assenza, è capacità. Un vaso è utile per lo spazio che non occupa, scrive Lao Tzu: è il vuoto al centro della ruota, non il mozzo, a permetterle di girare. La mente iperstimolata è una ruota piena, un vaso colmo fino all’orlo: non ha più dove accogliere. Il resting state di cui parla la neurobiologia contemporanea e il vuoto della tradizione taoista indicano, con linguaggi lontani duemilacinquecento anni, lo stesso spazio funzionale.
La Medicina Tradizionale Cinese osserva un fenomeno molto simile parlando dello Shen, la coscienza-spirito che risiede nel Cuore. Lo Shen ha bisogno di radicamento per restare lucido e presente; quando è costantemente sollecitato dall’esterno — troppi stimoli, troppe informazioni, troppa scelta — tende a disperdersi verso la periferia, come una fiamma esposta a troppe correnti d’aria. Non si spegne, ma vacilla: ne nascono l’irrequietezza, l’insonnia, la sensazione di non riuscire più a "stare" in un solo pensiero. Radicare lo Shen, nella pratica clinica cinese, significa esattamente ciò che Migliaresi chiama resting state: ridurre lo stimolo, non aggiungere tecnica.
Ed è qui che il pruning neurale e il lavoro energetico si incontrano senza sovrapporsi. Non serve una "tecnica per cancellare i ricordi" — non esiste, e chi la promette mente. Serve un ambiente che permetta al cervello di fare ciò che sa già fare da solo: alternare stimolo e riposo, come lo yin alternato allo yang, come l’inspiro all’espiro. Meditazione, yoga, attività fisica regolare, pause reali dai social — le stesse indicazioni che chiude l’articolo di partenza — non sono discipline aggiuntive da inserire nell’agenda. Sono il permesso, dato al sistema nervoso, di tornare a fare la manutenzione che gli spetta.
Non si svuota la mente aggiungendo un’altra pratica. Si svuota togliendo ciò che la tiene sempre accesa.
Resta un punto che vale la pena dire con chiarezza, perché la narrazione del "pruning volontario" rischia di alimentare un’illusione pericolosa: quella del passato come qualcosa da cancellare invece che da integrare. Jung avrebbe riconosciuto in questa fantasia una vecchia tentazione — separare il sé che si preferisce dal sé che si vorrebbe dimenticare. Non funziona nella psiche più di quanto funzioni nella neurobiologia. Ciò che è stato vissuto profondamente lascia traccia; ciò che si tenta di rimuovere senza attraversarlo tende, semmai, a tornare travestito da sintomo. L’amnesia selettiva che la psichiatria riconosce per eventi traumatici non è una scelta: è una difesa, e ha un costo.
La saggezza, sia neurobiologica sia contemplativa, non sta nel cancellare. Sta nel lasciare che il sistema faccia la sua potatura naturale — quella lenta, involontaria, quotidiana — creando le condizioni perché possa farla: meno rumore, più silenzio scelto, più spazio non riempito. Non un colpo di spugna sui primi venticinque anni. Una manutenzione, ogni giorno, di ciò che serve ancora e di ciò che può lasciarsi andare da solo.
Se ti riconosci nella sensazione di mente satura — troppi pensieri, troppo rumore, la difficoltà di trovare uno spazio realmente vuoto nella giornata — il lavoro non comincia con una tecnica in più. Comincia con l’osservazione di dove lo Shen si sta disperdendo e di quali stimoli, nella tua giornata, non ti stanno lasciando mai davvero fermo. Nel percorso Origin Program il lavoro su mente e sistema nervoso unisce Medicina Tradizionale Cinese, counseling olistico e mindfulness per restituire al corpo i suoi tempi naturali di stimolo e riposo, senza promettere scorciatoie che la neurobiologia non conosce.
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Bibliografia e fonti
Murina E., «Cos’è il pruning, lo psichiatra Migliaresi: “Memoria non si cancella, la mente si libera con meno stimoli”», intervista al dott. Giovanni Migliaresi (Asst Pavia), Fanpage.it, 20 settembre 2026.
Selemon L.D., «A role for synaptic plasticity in the adolescent development of executive function», Translational Psychiatry, 3, 2013, e238 (dati sulla cronologia della potatura sinaptica ripresi nelle review più recenti sul tema).
de Miguel M., «Deficient synaptic pruning could explain mental health disorders during adolescence», Bioworld / studio Università di Cambridge e Fudan University, aprile 2023.
Gonzalez-Burgos G., Miyamae T., Nishihata Y., Krimer O.L., Lewis D.A., «Strength of excitatory inputs to layer 3 pyramidal neurons during synaptic pruning in the monkey prefrontal cortex», Biological Psychiatry, 2023.
Chafee M.V., Averbeck B.B., «Unmasking schizophrenia: synaptic pruning in adolescence reveals a latent physiological vulnerability in prefrontal recurrent networks», Biological Psychiatry, 92(6), 2022, pp. 436-439.
Lao Tzu, Tao Te Ching, cap. XI, sull’utilità del vuoto.
Huangdi Neijing Lingshu, capitoli sullo Shen e sulla sua dimora nel Cuore (ed. it. di riferimento, Casa Editrice Ambrosiana).
Rochat de la Vallée E., scritti sullo Shen e sul radicamento della coscienza nella tradizione medica cinese.
Maciocia G., I fondamenti della medicina cinese, Edra, Milano.
Jung C.G., Opere, vol. IX*, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino, sull’integrazione del passato rispetto alla sua rimozione.
Nota: questo articolo ha finalità informative e formative. Non sostituisce la diagnosi né la terapia medica o psichiatrica. In presenza di amnesie significative, difficoltà persistenti di memoria o sospetto di eventi traumatici non elaborati, è necessario rivolgersi al proprio medico o a un professionista della salute mentale.







