martedì 11 agosto 2026

Ombre. L'altro lato delle cose




 

 

Quando la scienza incontra quell'invisibile che la Medicina Cinese conosce da millenni: il nuovo libro di Massimo Citro Della Riva e il dialogo silenzioso tra fisica dei campi, biologia della luce e la sapienza del Qi.

C'è un momento, nella vita di ogni persona che si occupa di cura, in cui la domanda smette di essere “che cosa vedo” e diventa “che cosa mi sfugge”. È una soglia scomoda, perché ci chiede di ammettere che la parte più governante della realtà è proprio quella che i nostri strumenti non riescono a misurare. 
Non a caso, chi lavora ogni giorno con il corpo, il respiro e l'ascolto sa che la guarigione raramente accade dove la si cerca con il bisturi dello sguardo razionale. Accade altrove, in una zona di penombra che la medicina tradizionale cinese chiama da tremila anni con un solo ideogramma: Qi.

È in questo territorio di confine che si muove “Ombre. L'altro lato delle cose: la realtà oltre i confini dei sensi”, il nuovo libro di Massimo Citro Della Riva, medico, ricercatore e già autore del fortunato “Illusione”.

Dopo aver esplorato nel primo volume il terreno della fisica quantistica e della filosofia, Citro Della Riva sposta qui lo sguardo sulla biologia dell'invisibile: cellule che comunicano attraverso segnali luminosi, organismi che dialogano per vie elettromagnetiche, una rete di relazioni che tiene insieme, senza soluzione di continuità, l'umano, l'animale, il vegetale e perfino ciò che chiamiamo inanimato.

La sua tesi, per quanto vestita di linguaggio contemporaneo, non è nuova: è la stessa intuizione che la Scuola Medica Salernitana custodiva già nel Regimen Sanitatis, quando insegnava che il corpo non è un meccanismo isolato ma un microcosmo in conversazione costante con l'ambiente, gli astri, gli umori, il tempo.

Chi frequenta da anni il pensiero taoista (ispirazione della MTC) riconoscerà in “Ombre” un'eco familiare. Il Tao Te Ching apre con un avvertimento che sembra scritto apposta per i lettori di Citro: il Tao che può essere nominato non è il Tao eterno. Ciò che davvero regge le cose sta, per definizione, oltre la portata del nome e della misura. Lao Tzu non chiedeva di rinunciare alla conoscenza, ma di riconoscerne il limite strutturale: la realtà visibile è la superficie di un oceano più vasto, e chi si ferma alla superficie scambia l'onda per l'acqua. Zhuangzi, con la sua ironia tagliente, avrebbe probabilmente sorriso davanti all'idea di “misurare l'invisibile”: per il vecchio maestro taoista, il tentativo stesso di afferrare con lo strumento ciò che sfugge allo strumento è il segno più chiaro che siamo sulla strada giusta, purché non dimentichiamo di lasciare andare la presa.

Ciò che percepiamo con i sensi non è che la scena visibile di una dimensione più profonda: una frase che potrebbe uscire da un trattato di agopuntura tanto quanto da un laboratorio di biofisica.

È qui che il libro di Citro Della Riva costruisce, involontariamente forse, un ponte diretto con il pensiero della Medicina Tradizionale Cinese. L'Huangdi Neijing descrive il Qi come il soffio-energia che precede e sostiene la forma, la matrice invisibile da cui la materia si condensa e a cui, prima o poi, ritorna.

Giovanni Maciocia, nei suoi testi fondamentali per la clinica occidentale, ha tradotto questa visione in un linguaggio accessibile senza tradirne la profondità: il Qi non è una metafora poetica, è una categoria operativa, qualcosa che si sente nel polso, si legge nella lingua, si modifica con l'ago e con il respiro.

Elisabeth Rochat de la Vallée, dedicando una vita intera allo studio dei caratteri classici, ci ha mostrato quanto ogni ideogramma medico cinese porti dentro di sé una cosmologia: curare non è correggere un guasto meccanico, è ristabilire una circolazione.

Ed è proprio la circolazione, io credo, il vero soggetto nascosto di “Ombre”.

Quando Citro Della Riva parla di campi energetici, vibrazioni e relazioni invisibili che legano ogni forma di vita, sta descrivendo in altre parole ciò che nella clinica cinese chiamiamo stagnazione o libero fluire del Qi.

E qui torna, come sempre nel mio lavoro, la frase che considero un ancoraggio più che uno slogan: acqua che non corre, fete. L'acqua stagnante imputridisce; l'energia che non scorre si ammala, prima nel corpo sottile e poi, inevitabilmente, in quello denso.

Non è un caso che tanto la tradizione taoista quanto quella occidentale, quando si spingono oltre la superficie fenomenica, arrivino alla stessa conclusione pratica: il benessere non è uno stato da difendere ma un movimento da non interrompere.

Anche Carl Gustav Jung, pur muovendosi in un vocabolario del tutto diverso, aveva intuito che sotto la coscienza individuale scorre una rete condivisa, quell'inconscio collettivo fatto di archetipi che attraversano epoche e culture senza rispettare i confini dell'io.

Le “ombre” junghiane, in fondo, non sono lontane dalle “Ombre” di Citro Della Riva: entrambe indicano una parte di realtà psichica o fisica che non vediamo direttamente ma che condiziona, spesso più della parte illuminata, il nostro comportamento e il nostro benessere.

Integrare l'ombra, per Jung, non significava eliminarla ma riconoscerla come parte legittima del Sé; allo stesso modo, la biologia dell'invisibile di cui parla Citro non ci chiede di rinnegare la scienza della misura, ma di ampliarne lo sguardo fino a includere ciò che oggi sfugge allo strumento e che domani, forse, non sfuggirà più.

Otto secoli prima di Jung, Hildegard von Bingen aveva già dato un nome a questa forza invisibile che attraversa ogni essere vivente: viriditas, la verdità-vitalità che scorre nelle piante come nel corpo umano, energia sottile resa visibile nel colore verde della natura ma percepibile, per chi sa ascoltare, ben oltre la vista.

Hildegard non separava la dimensione spirituale da quella fisiologica: la stessa forza che fa germogliare il seme è quella che sostiene il benessere dell'organismo, ed è compito del terapeuta riconoscerne il flusso più che intervenire sulla forma. È una visione che la Scuola Medica Salernitana, nel suo pragmatismo mediterraneo, tradusse in regole di vita quotidiana: il cibo, il sonno, il movimento, l'equilibrio degli umori come strumenti per non ostacolare quella stessa vitalità sottile.

Nulla è davvero separato: esseri umani, animali, piante e perfino ciò che consideriamo inanimato partecipano a una rete di comunicazione ininterrotta — è la biologia che oggi conferma ciò che l'agopuntura pratica da millenni sul corpo del paziente.

Leggendo “Ombre” viene naturale chiedersi perché la scienza contemporanea, dopo aver a lungo deriso queste intuizioni come residui pre-razionali, cominci ora a incontrarle di nuovo, questa volta armata di strumenti di misura più sottili. La risposta, credo, non sta in una improvvisa resa della razionalità, ma nella maturazione di una scienza che comincia a occuparsi non solo di ciò che può misurare oggi, ma di ciò che potrà misurare domani, quando avrà affinato i propri strumenti teorici e sperimentali.

È lo stesso movimento che, in ambito clinico, porta sempre più professionisti della salute convenzionale a sedersi allo stesso tavolo di chi pratica agopuntura medica, mindfulness o counseling olistico: non per abolire le rispettive competenze, ma per riconoscere che la persona è una sola, e che la sua ombra — la sua parte invisibile — merita la stessa cura dedicata alla parte misurabile.

È questa la prospettiva che continuo a portare nel lavoro quotidiano dell'Origin Program, nei percorsi che integrano Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness: non tecniche giustapposte, ma sguardi diversi sulla stessa acqua, che ha bisogno di scorrere per non imputridire.

Se il tema dell'invisibile che governa il visibile vi incuriosisce quanto ha incuriosito me, vi aspetto nei percorsi degli studi di Lomazzo e Buttrio, dove proviamo ogni giorno, con strumenti antichi e sguardo contemporaneo, a rimettere in circolo ciò che si era fermato.

RINGRAZIO: PAOLA, mia moglie, per il regalo di questo libro illuminante


Bibliografia

Citro Della Riva, M. (2026). Ombre. L'altro lato delle cose: la realtà oltre i confini dei sensi. Milano: Sperling & Kupfer.

Citro Della Riva, M. (2025). Illusione. Viaggio nell'invisibile tra scienza e spiritualità. Milano: Sperling & Kupfer.

Citro Della Riva, M. (2024). Diversamente sani. Manuale per meglio sopravvivere ai medici e alle malattie. Milano: Byoblu Edizioni.

Citro Della Riva, M. (2022). Apocalisse. Li hanno lasciati morire. Milano: Byoblu Edizioni.

Citro Della Riva, M. (2021). Eresia. Milano: Byoblu Edizioni.

Maciocia, G. (2021). I fondamenti della Medicina Cinese. Milano: Edra.

Rochat de la Vallée, E. (2021). Il grande libro della medicina cinese. Torino: Jaca Book.

Kaptchuk, T. J. (2023). Medicina cinese: la tela senza tessitore. Roma: Casa Editrice Astrolabio.

Jung, C. G. (2021). L'uomo e i suoi simboli. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Bingen, H. von (2020). Il libro delle opere divine. Milano: San Paolo Edizioni.

venerdì 7 agosto 2026

ANSIA DA BAGAGLI?

  


LA VALIGIA DELL'ANIMA: perché preparare i bagagli ci mette in ansia, e cosa ha da dirci in merito la saggezza del corpo

C'è una scena che si ripete ogni estate in milioni di case, sempre uguale a se stessa: il letto ricoperto di vestiti, la valigia aperta come una bocca che non si sazia mai, e una domanda che torna a bussare, insistente, alla porta della mente. Ho dimenticato qualcosa?

Un'inchiesta pubblicata da iodonna.it il 23 luglio 2026, firmata dalla psicoterapeuta e sessuologa clinica Marinella Cozzolino, mette a fuoco un disagio tanto diffuso quanto sottovalutato: fare la valigia, per molte persone, non è un gesto neutro ma un piccolo rito ansiogeno, alimentato dal bisogno di controllo e dalla paura di lasciare fuori qualcosa di essenziale. Una preoccupazione capace di trasformare l'attesa gioiosa di una partenza in un'anticamera di frustrazione.

Da educatore del benessere, prima ancora che da lettore, questa notizia mi ha fermato per un motivo preciso: quello che i media chiamano packing anxiety non è, in fondo, che l'ennesima variazione su un tema antico quanto l'essere umano. Il tema del controllo, della paura di perdere qualcosa di sé, e di come il corpo trasformi un pensiero in un nodo, in una tensione, in un fiato corto sopra una valigia semivuota.

Nella lettura della Medicina Tradizionale Cinese, il pensiero ossessivo, il rimuginio, la difficoltà a lasciare andare una decisione già presa appartengono al dominio dell'elemento Terra, e in particolare alla coppia Milza-Stomaco. È la Milza, secondo il Huangdi Neijing, a presiedere al pensiero (Si) e alla trasformazione: trasforma il cibo in energia, ma trasforma anche le informazioni in decisioni. Quando questa funzione si inceppa, il pensiero smette di trasformarsi in azione e comincia a girare su se stesso, proprio come accade davanti a una valigia aperta, quando ogni oggetto sollevato genera una nuova domanda invece di una risposta.

Giovanni Maciocia, nei suoi scritti sulla psiche in Medicina Cinese, osserva come l'eccesso di pensiero (Si) esaurisca il Qi della Milza, generando quella sensazione di stanchezza mentale, quasi fisica, che chi soffre di ansia da valigia conosce bene: la testa piena, le gambe pesanti, la voglia di rimandare. Non è pigrizia. È un sistema che, sovraccaricato di micro-decisioni, si difende rallentando.

Il pensiero che non si trasforma in gesto ristagna, e ciò che ristagna, prima o poi, comincia a pesare come acqua che non corre, fete.

Il Tao Te Ching insegna, nel suo linguaggio sobrio e spiazzante, che la saggezza non consiste nell'aggiungere ma nel togliere: chi persegue il Tao diminuisce ogni giorno qualcosa, fino a raggiungere il non-agire, il Wu Wei. È un principio che sembra scritto apposta per la valigia: il vero problema, come nota giustamente l'articolo di iodonna.it, non è tanto cosa portare quanto cosa avere il coraggio di lasciare a casa.

Ogni oggetto in più promette sicurezza, ma la sicurezza autentica, quella che il Taoismo indica, nasce dalla fiducia di poter affrontare l'imprevisto senza aver previsto tutto.

Anche Zhuangzi, con il suo linguaggio fatto di paradossi e animali parlanti, ci ricorda che l'uomo saggio naviga il mondo con leggerezza, come una barca vuota che nessuno urta con rabbia, perché non c'è nulla, in essa, contro cui prendersela. Una valigia troppo piena, al contrario, è una barca colma: rigida, appesantita da tutte le vite possibili che vorremmo vivere in vacanza, e che sappiamo, in fondo, di non vivere mai per intero.

È qui che il pensiero di Carl Gustav Jung offre una chiave di lettura preziosa. Ogni oggetto che infiliamo nella valigia all'ultimo momento, quello di cui non useremo mai, racconta spesso non un bisogno reale ma una vita immaginata: il libro che non leggeremo, l'abito elegante per la cena che non faremo, la crema per la pelle abbronzata che forse non avremo. Sono frammenti di Ombra e di Persona che si affacciano nel bagaglio, proiezioni di chi vorremmo essere in vacanza più che di chi realmente siamo. Preparare la valigia, letto in questa luce, diventa un piccolo esercizio di individuazione: un confronto silenzioso tra l'immagine ideale di sé e la persona che, con le sue reali necessità, sta per partire.

Non stupisce allora che, come segnala l'articolo, la fatica più grande non sia decidere cosa portare, ma decidere cosa lasciare. Lasciare è sempre, in piccolo, un lutto: la rinuncia a una possibilità, la scelta di una sola vita fra le tante che avremmo potuto impacchettare.

Hildegard von Bingen, nella sua Physica e nelle sue riflessioni sulla viriditas, la forza vitale verdeggiante che anima corpo e anima, insegnava che l'equilibrio interiore non si raggiunge accumulando ma armonizzando: la salute, per lei, era già allora una questione di misura, di giusto rapporto fra ciò che si prende e ciò che si lascia scorrere. Un principio che la Scuola Medica Salernitana avrebbe poi tradotto, secoli dopo, nei suoi celebri versetti dedicati alla moderazione come fondamento del benessere: non l'eccesso di previdenza, ma la giusta misura, è ciò che protegge davvero chi viaggia.

Non è la valigia perfetta a proteggerci dall'imprevisto, ma la fiducia di saperlo attraversare.

La psicoterapeuta interpellata da iodonna.it invita a riconoscere che dietro la fatica di fare i bagagli si nasconde spesso il bisogno più ampio di sentirsi preparati, al riparo da ogni imprevisto. È un bisogno legittimo, ma che merita di essere accolto senza esserne dominati.

In questo, la pratica della mindfulness può offrire uno strumento semplice e concreto: fermarsi un istante prima di aprire l'armadio, tre respiri lenti, e la domanda che riporta la Milza al suo compito naturale, quello di distinguere il necessario dal superfluo, non con l'ansia ma con chiarezza.

Fare la valigia, in fondo, è una piccola liturgia laica della partenza: ci obbliga a chiederci di cosa abbiamo davvero bisogno per stare bene, non per apparire pronti a tutto. È un allenamento minuscolo, ma non banale, a quella fiducia più grande che il Taoismo chiama Wu Wei e che la Medicina Tradizionale Cinese chiama, semplicemente, radicamento: la capacità di restare centrati anche quando il terreno sotto i piedi cambia, come accade sempre, quando si parte.

Se anche a te capita di sentire il corpo irrigidirsi davanti a una decisione che dovrebbe essere semplice, se il pensiero gira e non si trasforma in gesto, potremmo parlarne insieme.

Nei percorsi di Origin Program, negli studi di Lomazzo e di Buttrio, lavoriamo proprio su questo: restituire al pensiero la sua naturale capacità di trasformarsi in azione, e al corpo la sua capacità di sentirsi, prima ancora che di controllare. Un percorso che integra Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness può essere il primo passo per imparare a partire, nella vita come in valigia, portando con sé solo ciò che serve davvero.


Bibliografia

Cozzolino M., intervista in "La psicologa risponde: perché fare la valigia crea ansia e come gestire il problema", iodonna.it, 23 luglio 2026.

Maciocia G., La psiche in Medicina Cinese, Edra, Milano, 2021.

Rochat de la Vallée E., Il grande libro dello Huangdi Neijing, Jaca Book, Milano, 2021.

Jung C.G., L'Io e l'inconscio, nuova edizione commentata, Bollati Boringhieri, Torino, 2021.

Hildegard von Bingen, Physica. Le proprietà delle cose create, nuova traduzione e cura, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2022.

AA.VV., Regimen Sanitatis Salernitanum. La Scuola Medica Salernitana e la cultura della moderazione, nuova edizione critica, Edizioni Studium, Roma, 2023.

Laozi, Tao Te Ching, nuova traduzione e commento, Adelphi, Milano, 2022.

sabato 1 agosto 2026

TU SEI SUPERBO?

 



Vi sono vizi che la tradizione ha imparato a temere non per la violenza con cui si manifestano, ma per la silenziosa efficacia con cui corrompono. La superbia appartiene a questa categoria sottile: non urla, non ferisce apertamente, ma si insinua nel modo in cui un essere umano si rappresenta a se stesso, fino a fargli credere di essere l'origine e non il tramite della propria forza. Le tradizioni sapienziali d'Oriente e d'Occidente, pur partendo da presupposti cosmologici diversi, convergono su un punto: la superbia non è soltanto un difetto morale da correggere con la volontà, ma uno squilibrio energetico e psichico che si riflette nel corpo, nella qualità della relazione e, in ultima analisi, nel benessere complessivo della persona.

Affrontare oggi il tema della superbia significa allora uscire dal recinto della predicazione etica per entrare in un territorio più ampio, quello in cui la filosofia taoista, la Medicina Tradizionale Cinese, la psicologia junghiana e la sapienza medievale europea si offrono come lenti complementari per comprendere come un eccesso di affermazione di sé possa trasformarsi in un ostacolo alla salute, alla lucidità e alla capacità di stare in relazione con gli altri e con il mondo.

Nel Tao Te Ching di Lao Tzu, l'immagine dell'acqua ricorre come metafora privilegiata della potenza che non ha bisogno di ostentarsi. L'acqua nutre tutte le cose senza contendere, e proprio per questo si avvicina al Tao: essa cerca sempre il luogo più basso, quello che gli uomini disdegnano, e in quella bassezza volontaria trova la sua forza inesauribile. Il saggio taoista non si vanta dei propri successi, non si erge a giudice delle proprie virtù, non rivendica il merito delle proprie opere: proprio per questo, insegna il testo, la sua opera perdura, mentre chi si innalza sulle proprie punte non riesce a stare in piedi a lungo, e chi si mostra a tutti i costi non risplende davvero.

Chi si erge sulle punte dei piedi non sta saldo; chi avanza a grandi passi non cammina lontano.

Questa immagine, tratta dal Tao Te Ching, condensa in poche parole l'intera fisiologia della superbia secondo la sensibilità taoista: l'eccesso di slancio verso l'alto, il bisogno di mostrarsi più grandi di quanto si è, produce instabilità, non stabilità; consuma energia, non la conserva. La superbia, in questa lettura, non è tanto una colpa quanto un cattivo uso della forza vitale, un investimento energetico che si rivolge verso l'esteriorità dell'immagine di sé anziché verso la coltivazione silenziosa della propria autenticità.

Il wu wei, l'agire senza forzare, si pone come antidoto naturale: non rinuncia all'azione, ma la libera dal bisogno di essere vista, misurata, applaudita.

Se si trasferisce questa riflessione nel linguaggio della Medicina Tradizionale Cinese, la superbia trova una corrispondenza precisa nelle dinamiche dello Yang che sale senza essere trattenuto dallo Yin, e in particolare in un eccesso di Fuoco di Cuore che agita lo Shen, la coscienza spirituale che secondo lo Huangdi Neijing risiede proprio nel Cuore come sovrano degli altri organi. Uno Shen agitato da un Fuoco eccessivo produce euforia instabile, bisogno compulsivo di riconoscimento, difficoltà ad ascoltare, insonnia e un'attenzione costantemente rivolta verso l'esterno, verso lo sguardo altrui, più che verso la propria interiorità.

A questo quadro si affianca spesso un coinvolgimento del Fegato, l'organo che secondo la fisiologia energetica cinese governa il libero fluire del Qi e si esprime, quando squilibrato in eccesso, attraverso irritabilità, rigidità di giudizio, difficoltà a piegarsi e ad ammettere l'errore.

Un Fegato che non lascia scorrere il Qi, ma lo accumula in una tensione ascendente, alimenta quella che la lingua comune chiama testardaggine orgogliosa: la persona non cede, non si adatta, interpreta ogni correzione come un attacco alla propria identità. Come ha osservato Giovanni Maciocia nei suoi fondamentali studi sulla fisiologia energetica cinese, il legame tra Fegato e Cuore, quando il Qi non fluisce armonicamente, può trasformare la naturale spinta all'azione e all'autoaffermazione in un eccesso che brucia le riserve più profonde dell'organismo, quelle custodite dal Rene e dall'Essenza.

È qui che la Medicina Tradizionale Cinese offre una chiave preziosa per comprendere perché la superbia, oltre a essere un tema morale, sia anche un problema di benessere concreto: un Fuoco che sale senza radicamento nello Yin consuma i liquidi organici, dissecca, agita, mentre un Legno che si irrigidisce nella propria ragione impedisce la naturale flessibilità che permette all'essere umano di adattarsi ai cambiamenti della vita.

Come ricorda Élisabeth Rochat de la Vallée nei suoi studi dedicati alla via del cuore nella tradizione cinese, la vera sovranità del Cuore non consiste nel dominio sugli altri organi, ma nella capacità di accogliere, discernere e restare in comunicazione con l'insieme, qualità che la superbia, chiudendo la persona in un'immagine fissa di sé, tende progressivamente a erodere.

Carl Gustav Jung ha dedicato ampio spazio, nei suoi scritti sull'Io e sull'inconscio, al fenomeno che egli definiva inflazione dell'Io: quella condizione psichica in cui l'Io, invece di riconoscersi come una delle molte funzioni della totalità psichica, si identifica con contenuti che appartengono in realtà al Sé, alla dimensione più ampia e transpersonale della psiche, gonfiandosi al punto da perdere il contatto con la propria misura reale.

La superbia, letta in questa chiave, non è semplice vanità, ma un sintomo di uno squilibrio più profondo: l'incapacità di distinguere tra ciò che appartiene all'Io personale e ciò che appartiene a una dimensione più vasta, di cui l'Io è custode temporaneo e non proprietario.

Jung osservava come questa inflazione sia spesso accompagnata da una proiezione dell'ombra sull'altro: chi non tollera i propri limiti tende a collocarli fuori di sé, giudicando severamente negli altri ciò che non riesce a riconoscere in se stesso. La superbia, in questo senso, funziona come una difesa: protegge l'Io dal contatto doloroso con la propria vulnerabilità, ma lo fa al prezzo di un progressivo isolamento, perché chi si crede sempre nel giusto smette di poter essere corretto, aiutato, accompagnato.

Il percorso di individuazione che Jung propone come via di maturazione psichica passa proprio attraverso il disgonfiamento di questa inflazione: non un abbassamento umiliante, ma un ritorno a una misura autentica, in cui la persona può riconoscere sia i propri doni sia i propri limiti senza che l'uno cancelli l'altro.

Nella visione medievale di Hildegard von Bingen, la salute dell'essere umano è strettamente legata al concetto di viriditas, la forza verdeggiante che anima il creato e che scorre, quando l'anima è in equilibrio, attraverso il corpo come una linfa vitale capace di rigenerare, nutrire e mantenere fresca la persona nel corpo e nello spirito.

Nei suoi trattati Causae et Curae e Physica, Hildegard descrive con precisione clinica come le passioni disordinate dell'anima possano seccare questa linfa, producendo un corpo che invecchia precocemente, si irrigidisce, perde la sua naturale capacità di adattamento.

La superbia, in questa cosmologia, agisce come un calore secco che consuma la viriditas dall'interno: l'anima superba si allontana dall'umiltà che, per Hildegard, è la condizione stessa attraverso cui la grazia può fluire e mantenere fresco l'essere umano. Non è un caso che la santa e medica renana associ spesso l'orgoglio a immagini di aridità, di terra screpolata, di radici che non trovano più acqua: la superbia interrompe la circolazione vitale proprio perché pretende di essere fonte a se stessa, mentre la viriditas, per definizione, è un dono che scorre e che richiede apertura, non autosufficienza, per essere ricevuto e rinnovato.

Il Regimen Sanitatis della Scuola Medica Salernitana, pur muovendosi in un registro più pratico e meno visionario di quello di Hildegard, giunge a conclusioni convergenti quando insegna che la salute si conserva attraverso la moderazione in ogni ambito della vita: nel cibo, nel sonno, nelle passioni, nei rapporti con gli altri. La temperanza che i maestri salernitani raccomandano non è un ideale ascetico astratto, ma una vera e propria igiene quotidiana, una pratica che previene l'eccesso prima che questo si traduca in malattia.

Applicata al tema della superbia, questa saggezza suggerisce che l'umiltà non sia soltanto una virtù spirituale, ma un vero e proprio regime di vita, una forma di temperanza psichica che protegge l'organismo dagli eccessi di tensione, di aspettativa, di autoaffermazione competitiva.

In questo senso, la Scuola Salernitana anticipa, con il linguaggio della medicina pratica medievale, un'intuizione che ritroviamo tanto nella Medicina Tradizionale Cinese quanto nella psicologia del profondo: la misura, il limite accettato consapevolmente, non è una rinuncia alla propria forza, ma la condizione stessa che permette a quella forza di durare nel tempo senza consumarsi in un eccesso che, presto o tardi, il corpo e la mente sono chiamati a pagare.

Mettendo in dialogo queste tradizioni così diverse per epoca e linguaggio, emerge un quadro coerente: la superbia, lungi dall'essere soltanto un'etichetta morale, si presenta come un pattern energetico e psichico riconoscibile, fatto di ascesa senza radicamento, di rigidità che non lascia fluire, di un Io che si sostituisce a una totalità più ampia, di un calore che secca la linfa vitale, di un eccesso che la temperanza quotidiana potrebbe prevenire. 

Il benessere, in questa luce, non consiste nell'abolizione dell'affermazione di sé, che resta necessaria e sana, ma nel suo radicamento: un'affermazione che nasce dallo Yin quanto dallo Yang, che riconosce la propria forza senza dimenticarne l'origine condivisa, che sa piegarsi come l'acqua del Tao Te Ching senza perdere la propria direzione.

Coltivare questa qualità di presenza richiede un lavoro paziente su più livelli, che intreccia l'ascolto del corpo, la consapevolezza dei propri automatismi psichici e la disponibilità a lasciarsi correggere dalla realtà, dagli altri, dal tempo. È un lavoro che la mindfulness, il counseling olistico e le pratiche energetiche della tradizione cinese possono accompagnare in modo complementare, ciascuna offrendo strumenti diversi per lo stesso obiettivo: restituire alla persona una relazione più autentica e meno difensiva con la propria forza, affinché questa possa essere abitata senza bisogno di essere esibita.

Chi desidera approfondire il tema qui trattato, e più in generale il percorso di riequilibrio tra corpo, mente e spirito, può farlo attraverso l'Origin Program, il mio programma integrativo che intreccia Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness in un unico cammino personalizzato di crescita e cura di sé.


Il percorso è attivo nei due studi di riferimento, a Lomazzo, in provincia di Como, e a Buttrio, in provincia di Udine, dove è possibile richiedere colloqui conoscitivi e percorsi su misura per il proprio benessere.



Bibliografia

Lao Tzu, Tao Te Ching,

Huangdi Neijing (黄帝内

G. Maciocia, I fondamenti della Medicina Cinese, 3ª ed. italiana aggiornata, Elsevier, edizioni successive al 2020.

É. Rochat de la Vallée, Piccolo trattato di Medicina Cinese: la via del cuore, edizione italiana aggiornata post-2020, Jaca Book.

C.G. Jung, L'Io e l'inconscio, in Opere, vol. 7, nuova edizione italiana con apparati critici aggiornati, Bollati Boringhieri.

Hildegard von Bingen, Causae et Curae e Physica,

Scuola Medica Salernitana, Regimen Sanitatis Salernitanum,

© Paolo G. Bianchi — Formazionezero. Tutti i diritti riservati.

 

 

 

venerdì 31 luglio 2026

HAI PAURA DI CASA TUA?

 

 


 

Le tue radici sono in armonia con la tua identità?  

Esiste un disagio sottile, spesso non nominato, che si insinua nella vita di molte persone in un'epoca di mobilità globale, disconnessione tecnologica e accelerazione incessante: la paura del proprio luogo d'origine, del proprio nucleo familiare, della propria cultura di appartenenza.

Questo disturbo prende il nome di oicofobia — dal greco οἶκος (oikos), casa, dimora, e φόβος (phobos), paura — e si manifesta come un rifiuto, più o meno consapevole, di tutto ciò che rappresenta le radici, la tradizione, l'identità profonda.

OICOFOBIA Quando la casa — quella interiore — diventa il luogo più temuto 

Non si tratta soltanto di una difficoltà psicologica individuale. L'oicofobia è, in senso più ampio, un sintomo culturale della nostra epoca: la civiltà occidentale contemporanea ha progressivamente svalutato il concetto di appartenenza, sostituendo il radicamento con l'ideologia del nomadismo identitario, la trasmissione intergenerazionale con la rottura sistematica del passato, la cura del luogo con il consumo del territorio. Ne emergono individui disorientati, privi di un centro gravitazionale interiore, incapaci di riconoscere nel proprio retaggio non un peso ma una fonte di nutrimento.

In questo articolo esploriamo il fenomeno dell'oicofobia attraverso la lente integrata della psicologia olistica, della filosofia taoista e degli insegnamenti della Medicina Tradizionale Cinese (MTC), con l'obiettivo di recuperare il valore terapeutico delle radici culturali e della memoria ancestrale come fondamento del benessere autentico.

Il termine «oicofobia» non è di coniazione recente: il critico letterario inglese Roger Scruton lo utilizzò nel 2004 per descrivere un atteggiamento intellettuale diffuso nelle élite occidentali, caratterizzato da ostilità sistematica verso la propria cultura di appartenenza, vergogna delle proprie origini, idealizzazione dell'estraneo e svalutazione del familiare.

Nella clinica olistica il fenomeno si presenta ben prima che esista un nome per definirlo: si incontra in chi non riesce a stare in pace nella propria casa, in chi avverte il contatto con i genitori come opprimente, in chi si sente «nato nel posto sbagliato» e cerca nell'altrove un'identità che non riesce a costruire dall'interno.

L'oicofobia, nella sua forma psicoemotiva, genera una scissione profonda tra il sé che abita il presente e le radici che lo precedono. È una forma di orfanità volontaria: l'individuo si recide dalla linfa del proprio albero genealogico e culturale, convinto di guadagnare così la libertà, mentre in realtà si condanna alla deriva.

Come scriveva Carl Gustav Jung, «chi non comprende la storia è destinato a riviverla inconsciamente» — e il rifiuto delle proprie radici non annulla il loro potere, lo rende semplicemente inconscio e pertanto più difficile da governare (Jung, C.G., Ricordi, sogni, riflessioni, 1961).

«Conoscere gli altri è saggezza. Conoscere se stessi è illuminazione.» — Lao Tzu, Tao Te Ching, cap. 33

La tradizione taoista, cui il pensiero della MTC è organicamente intrecciato, fa del riconoscimento di sé il primo atto di saggezza. Il Tao Te Ching di Lao Tzu (VI sec. a.C.) insegna che la radice precede il fiore: nessuna manifestazione vitale è possibile senza un radicamento profondo nel substrato originario. Rifiutare le proprie radici equivale, in questa prospettiva, a recidere il nutrimento che alimenta ogni processo di crescita e trasformazione.

La Medicina Tradizionale Cinese non separa il corpo dal territorio, il benessere dall'identità, la fisiologia dalla storia dell'individuo. Il corpus canonico dell'Huangdi Neijing (Il Classico Interno dell'Imperatore Giallo, II sec. a.C.) descrive l'essere umano come un sistema di corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo, tra interno ed esterno, tra radici ancestrali e manifestazione presente.

Nella teoria dei Cinque Movimenti (Wuxing), il Rene governa l'Elemento Acqua ed è considerato il depositario del Jing (精) — l'essenza vitale ancestrale, il patrimonio biologico ed energetico trasmesso dai genitori e dagli antenati. Il Jing è, in senso pieno, la nostra «casa biologica»: ciò che eravamo prima di nascere, ciò che portiamo come dotazione originaria attraverso tutte le fasi della vita.

Quando l'individuo rifiuta le proprie radici culturali e familiari, quando si vergogna della propria origine o prova ostilità verso il luogo che lo ha generato, la MTC legge questo stato come una disarmonia energetica profonda a carico del sistema Rene. Il Rene ferito o bloccato si manifesta con paura cronica (la sua emozione correlata), mancanza di ancoraggio nella vita, incapacità di progettare il futuro, fragilità ossea e riproduttiva, perdita di vitalità profonda. Non è casuale che la MTC associ al Rene anche la memoria ancestrale e l'istinto di sopravvivenza: sono le stesse facoltà che l'oicofobia intacca.

«Il Rene governa l'acqua, conserva il Jing, radica la volontà (Zhi) e custodisce il legame tra generazioni.» — Huangdi Neijing, Suwen, cap. 9

Accanto al Jing, la MTC identifica nello Shen (神) — lo spirito, la coscienza, la presenza mentale ed emotiva — la luminosità che anima l'essere umano. Lo Shen risiede nel Cuore e si nutre di radicamento: quando le radici sono recise o rifiutate, lo Shen perde il suo ancoraggio e fluttua senza orientamento. La tradizione cinese descrive questo stato con l'immagine di una lanterna priva di piedistallo: la fiamma brucia, ma non può illuminare il cammino perché non ha dove stare.

L'oicofobia produce precisamente questa condizione: una luminosità interiore dispersa, un'intelligenza emotiva e spirituale che non trova dimora. Il lavoro terapeutico, in ottica di MTC, consiste nel ristabilire il filo che collega lo Shen al Jing, la presenza consapevole alla memoria ancestrale.

La MTC insegna anche che ogni essere umano nasce in un luogo, in una stagione, in un contesto energetico specifico che ne modella la costituzione. Il luogo d'origine non è un accidente biografico ma un orientamento energetico: il clima, gli alimenti, i ritmi stagionali del territorio natio hanno forgiato la nostra fisiologia profonda. Rifiutare la propria cultura significa, in questa lettura, rifiutare parte della propria costituzione energetica originaria — un atto che non porta libertà ma impoverimento vitale.

La tradizione medica occidentale medievale, lungi dall'essere estranea a questa comprensione, condivideva una visione profondamente ecologica e radicata dell'essere umano. Ildegarda di Bingen (1098–1179), badessa benedettina e visionaria della medicina naturale, elaborò una concezione del benessere fondata sull'armonia tra l'individuo, il suo luogo di vita e la viriditas — la forza verde vitale che pervade la Creazione. Per Ildegarda, l'essere umano sano è colui che mantiene un rapporto di ascolto e rispetto con l'ambiente in cui è radicato: allontanarsi da questo rapporto equivale a smarrire la viriditas e lasciarsi sopraffare dalla siccità interiore (Ildegarda di Bingen, Causae et Curae, XII sec.).

Analogamente, la Scuola Medica Salernitana (IX-XIII sec.) — primo esempio di medicina universitaria in Occidente — fece del Regimen Sanitatis un pilastro della propria dottrina: la salute dipende dall'armonia tra il soggetto e il suo contesto di vita, dalla qualità dell'aria, dell'acqua, degli alimenti locali, dei ritmi del luogo. Il benessere non è astratto: è sempre incarnato in un territorio, in una cultura, in un modo di vivere tramandato.

«L'uomo è come un albero: se le radici sono sane, i rami fioriscono; se sono marce, anche il fiore più bello cade.» — Ildegarda di Bingen, Causae et Curae

Questi saperi, apparentemente distanti, convergono tutti in un'intuizione comune: il benessere autentico non nasce dal rifiuto del proprio passato, ma dall'integrazione creativa e consapevole di esso nel presente.

È fondamentale precisare che valorizzare le proprie radici culturali non significa immobilismo, nostalgia acritica o chiusura identitaria. La MTC stessa insegna che il Jing non è un'eredità da subire passivamente: è un capitale energetico da riconoscere, integrare e trasformare creativamente. Le radici non sono catene — sono la linfa che nutre la crescita verso l'alto e l'apertura verso l'altro.

Il vero problema dell'oicofobia, nella pratica olistica, non è l'attaccamento alle radici ma la loro negazione: è l'individuo che non sa da dove viene che non riesce a costruire dove sta andando. La conoscenza amorevole del proprio retaggio — familiare, culturale, territoriale — diventa così un atto terapeutico: non di conservazione museale, ma di integrazione vivente. Come insegna il principio taoista del wu wei, non si tratta di forzare né di resistere, ma di fluire dalla propria natura autentica, che include necessariamente la propria storia.

In ambito familiare, questo lavoro di recupero delle radici si allinea con le intuizioni della psicologia sistemica e transgenerazionale (Hellinger, Bert, Ordini dell'amore, 2001): riconoscere il proprio posto nella catena generazionale, onorare chi ci ha preceduto anche nelle loro ombre, sciogliere i debiti emotivi e culturali non elaborati — tutto questo libera energie bloccate che si manifestavano come paura, vergogna,

Nel lavoro integrativo che svolgo presso i miei studi, l'oicofobia emerge spesso come un filo nascosto dietro sintomi apparentemente distanti: ansia cronica, insonnia, senso di non appartenenza, difficoltà relazionali, ricerca compulsiva di novità. Il percorso terapeutico proposto non mira a reintrodurre l'individuo in una cultura o in una famiglia di cui si sente prigioniero, ma a trasformare il suo rapporto con l'origine: da luogo di paura a fonte di nutrimento.

Il primo passo è sempre nominare. Dare un nome a ciò che si prova — «mi vergogno di dove vengo», «mi sento a disagio in famiglia», «non riconosco la mia cultura» — è già un atto trasformativo. La narrazione della propria storia familiare e culturale, guidata in un setting di counseling olistico, permette di portare alla luce le dinamiche inconsce che alimentano l'oicofobia.

Il protocollo bioenergetico e riflessologico legato al Rene — lavorare sui meridiani di Rene e Vescica, utilizzare la riflessologia plantare nei punti di ancoraggio energetico, introdurre pratiche di Qi Gong radicate e respirazione addominale profonda — permette di ristabilire il contatto con il Jing e con la dimensione ancestrale. Alimenti caldi, scuri e densi come il miso, i legumi, le noci e i semi di sesamo nutrono l'Elemento Acqua e sostengono il processo di radicamento.

La mindfulness delle radici non è una tecnica di meditazione generica: è una pratica guidata di ascolto consapevole del proprio corpo come archivio della storia familiare e culturale. Sentire il peso dei piedi sulla terra, riconoscere i propri tratti fisici come trasmissione ancestrale, respirare il proprio luogo di vita con presenza e gratitudine — sono esercizi che, praticati con regolarità, riducono progressivamente l'ansia oicofobica e ricostruiscono il senso di appartenenza.

Nei percorsi dell’Origin Program, la biorisonanza viene impiegata per rilevare e armonizzare i pattern di stress legati alle memorie cellulari e alle eredità energetiche transgenerazionali. Questo approccio non sostituisce il lavoro psicologico, ma lo affianca a livello del campo energetico sottile, agendo là dove le parole non arrivano ancora.

Viviamo in un'epoca che ha sacralizzato l'autocreazione: siamo ciò che scegliamo di essere, indipendentemente da dove veniamo. Questa narrazione ha una sua parte di verità — la libertà individuale è un valore da custodire — ma diventa patologica quando implica il rifiuto sistematico di tutto ciò che non si è scelto. La cultura d'origine, la lingua madre, i rituali familiari, la cucina tradizionale, i ritmi del luogo: tutto questo non è un'imposizione da cui liberarsi, ma un patrimonio da conoscere, discernere e integrare selettivamente.

Il rispetto per la propria cultura non è conservatorismo: è igiene psichica. È la capacità di stare in un luogo e riconoscerlo come proprio, di abitare il presente radicato nel passato, di trasmettere qualcosa ai propri figli e nipoti. È, in senso pieno, la condizione dello Shen sereno che la MTC descrive: una presenza luminosa, stabile, capace di relazionarsi con l'estraneo senza smarrire se stessa.

«Torna alla radice: questo si chiama quiete. Quiete è il ritorno al proprio destino.» — Lao Tzu, Tao Te Ching, cap. 16

La paura della propria casa interiore — l'oicofobia — è in definitiva la paura di sé stessi. Guarirla significa tornare a casa: non alla casa idealizzata o idealizzabile, ma alla casa reale, imperfetta, viva, che ci ha generati e che ci nutre ancora, se scegliamo di ascoltarla.

Hai riconosciuto qualcosa di te in queste parole?

Se avverti un senso di distanza dal tuo luogo d'origine, disagio nel contatto con la tua famiglia o con la tua cultura, oppure una difficoltà a «stare in casa» con te stesso, potrebbe essere il momento di iniziare un percorso di riconnessione profonda. Nei miei studi di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD) accompagno le persone in un lavoro integrato che unisce la Medicina Tradizionale Cinese, la consulenza olistica, la mindfulness e la biorisonanza per ristabilire il contatto con la propria essenza ancestrale e recuperare il benessere autentico.
 
 
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Riferimenti Bibliografici

·      Hildegardis Bingensis, Causae et Curae (ed. critica a cura di L. Moulinier-Brogi), Akademie Verlag, Berlin, 2003.

·      Jung, C.G., Ricordi, sogni, riflessioni (ed. it. a cura di A. Jaffé), Il Saggiatore, Milano, 2023 [1961].

·      Larre, C., Rochat de la Vallée, E., Il cuore nel Neijing. La psicologia della medicina cinese, Jaca Book, Milano, 2021.

·      Lao Tzu, Tao Te Ching (trad. e commento di M. Pajer), Ubaldini Editore, Roma, 2022.

·      Maciocia, G., La pratica della Medicina Cinese, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2021.

·      Mayer, M., Body Mind Psychotherapy. Principles, Techniques and Practical Applications, W.W. Norton, New York, 2007.

·      Scuola Medica Salernitana, Regimen Sanitatis Salernitanum (a cura di P. Morpurgo), Edizioni Magi, Roma, 2021.

·      Aavv, Huangdi Neijing Suwen. The Yellow Emperor's Classic of Medicine,(trad. M. Ni), Shambhala, Boston, 1995.

·      Hellinger, B., Ordini dell'amore. Cicli familiari e sintomi, Casa Editrice Herder, Roma, 2001.

·      Scruton, R., England and the Need for Nations, Civitas, London, 2004.

·      Simoneton, A., Radiations des aliments, ondes humaines et santé, Le Courrier du Livre, Paris, 2021 [orig. 1971].

·      Van der Kolk, B., Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell'elaborazione delle memorie traumatiche, Cortina Editore, Milano, 2022.

 

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