C'è un momento, nella relazione
tra chi cura e chi si affida, in cui la fiducia smette di essere un atto
gratuito e diventa merce di scambio. Non se ne vede la traccia: nessun
paziente, seduto nello studio del proprio medico o davanti al bancone della farmacia,
potrebbe mai sospettare che quella prescrizione, quel consiglio, quella scelta
apparentemente neutra, sia il frutto di un accordo stretto altrove, tra un
rappresentante e un professionista, tra un'azienda e chi dovrebbe rispondere
solo al bene di chi ha davanti.
Questo accordo ha un nome
giuridico preciso, quasi dimenticato nel linguaggio comune: comparaggio.
Introdotto nell'ordinamento
italiano fin dal 1934 e oggi disciplinato dal Testo Unico delle Leggi Sanitarie
e dal Codice del farmaco, il comparaggio punisce il medico, il farmacista o il
veterinario che riceva denaro o altra utilità per favorire, con le proprie
prescrizioni, la diffusione di un prodotto invece di un altro. Una fattispecie
di reato affine alla corruzione, ma più insidiosa, perché si insinua nell'atto
stesso della cura, nel gesto che dovrebbe essere il più disinteressato tra
tutti.
Ridurre il comparaggio a una
questione di farmacologia e di codici penali significherebbe non vederne la
radice più profonda, quella che come sempre, in questo spazio, ci interessa
indagare con lo sguardo della Medicina Tradizionale Cinese e delle grandi
tradizioni di saggezza: che cosa accade, dentro un professionista, quando
l'interesse economico si sostituisce silenziosamente all'intenzione di curare?
E soprattutto: il comparaggio, nella sua essenza di accordo occulto che scambia
la fiducia altrui in vantaggio proprio, è davvero un fenomeno confinato agli
ambulatori e alle farmacie, o lo ritroviamo, sotto altre spoglie, in molte
delle professioni che oggi orientano le nostre scelte quotidiane?
«Il comparaggio non nasce
nella legge che lo punisce, ma nell'istante in cui l'interesse privato si
traveste da consiglio disinteressato.»
Nella Scuola Medica Salernitana,
il più antico polo di insegnamento medico d'Occidente, l'arte di curare non era
mai concepita come separata da un giuramento etico che vincolava il sapere alla
responsabilità verso chi si curava. I maestri salernitani, nel tramandare i
propri precetti in versi affinché fossero più facilmente memorizzati e
interiorizzati, insistevano su un principio che oggi suona quasi
controcorrente: il medico deve essere prima di tutto un uomo di virtù, perché
la conoscenza priva di rettitudine morale diventa uno strumento pericoloso,
capace di volgersi contro chi dovrebbe proteggere.
Non è un caso che negli stessi
secoli in cui si sviluppava questa tradizione, in Oriente l'Huangdi Neijing, il
Classico Interno dell'Imperatore Giallo, ammonisse il medico a non lasciarsi
guidare da bramosia o da interesse personale, perché chi cura mossosi da
tornaconto perde la capacità di percepire lo squilibrio reale del paziente,
offuscato dal proprio stesso desiderio.
In questa luce, il comparaggio
non è un'invenzione della farmacologia moderna, ma la manifestazione
contemporanea di una tensione antica quanto la medicina stessa: quella tra il
sapere come servizio e il sapere come potere di mercato.
Hildegard von Bingen, la badessa
e visionaria che nella sua Physica intrecciava botanica, teologia e cura del
corpo, scriveva che la vera guarigione nasce da un ordine armonico tra l'uomo e
il creato, un ordine che si spezza ogni volta che l'atto terapeutico viene
piegato a fini estranei alla salute di chi lo riceve.
Quando un medico o un farmacista
accettano denaro per orientare una prescrizione, non commettono soltanto un
reato penale: rompono quell'ordine armonico, introducendo nel gesto di cura un
elemento di Terra viziata, di Fuoco che brucia per il proprio interesse invece
di scaldare l'altro.
«Curare per interesse è come
accendere un fuoco che riscalda solo chi lo alimenta, lasciando al buio chi
dovrebbe riceverne luce.»
Lao Tzu, nel Tao Te Ching,
osserva che quando si privilegia il guadagno, nascono i ladri, e quando si
esalta la scarsità dei beni, si moltiplicano i furti: non perché la ricchezza
sia in sé colpevole, ma perché ogni volta che un sistema costruisce incentivi
distorti, genera comportamenti che rispondono a quegli incentivi più che ai
princìpi che dovrebbero guidarli. Il comparaggio funziona esattamente così: non
nasce necessariamente da medici o farmacisti moralmente corrotti, ma da un
ecosistema — quello della promozione farmaceutica aggressiva, delle case
produttrici in competizione per quote di mercato, dei margini di profitto
legati al volume di prescrizioni — che rende conveniente, quasi naturale,
scivolare in un accordo che nessuno chiamerebbe mai con il proprio nome.
È qui che il pensiero taoista
offre una chiave di lettura preziosa: il wu wei, l'agire senza forzare, senza
inseguire il risultato con avidità, non è passività, ma la capacità di lasciare
che l'azione scaturisca dal bisogno reale della situazione, non dal calcolo di
ciò che se ne può ricavare.
Un professionista che agisce
secondo il Tao della propria arte prescrive, consiglia, orienta perché quella è
la risposta più adatta alla persona che ha davanti, non perché qualcuno,
altrove, ha reso quella risposta più remunerativa.
Il comparaggio è, in questo
senso, l'esatto opposto del wu wei: è un agire forzato dall'esterno, mascherato
da scelta professionale autonoma.
«Chi cura secondo il Tao della
propria arte risponde al bisogno di chi ha davanti, non al calcolo di chi trae
profitto altrove.»
Se restringiamo il comparaggio al
solo ambito farmaceutico, rischiamo di non riconoscerlo quando si presenta,
identico nella struttura ma diverso nell'abito, in molti altri contesti
professionali contemporanei.
Il meccanismo di fondo è sempre
lo stesso: un soggetto che dovrebbe fornire un consiglio indipendente riceve,
invece, un incentivo occulto a orientare quel consiglio verso un interesse
economico terzo, senza che chi riceve l'indicazione ne sia consapevole.
Pensiamo al consulente
finanziario che colloca ai propri clienti prodotti di risparmio non perché
siano i più adatti al loro profilo, ma perché generano commissioni di
retrocessione più elevate per chi li propone: la sostanza dell'accordo non è
diversa da quella tra un'azienda farmaceutica e un medico, cambia solo il
prodotto scambiato.
Pensiamo all'agente immobiliare
che indirizza sistematicamente i propri clienti verso un istituto di credito
specifico per la richiesta di mutuo, in virtù di accordi commerciali che il
cliente finale non conoscerà mai, o al personal trainer che prescrive un
determinato integratore alimentare non per averne verificato l'efficacia sul
singolo caso, ma per una percentuale sulle vendite che l'azienda produttrice
gli riconosce.
Il fenomeno si è ulteriormente
ramificato nell'ecosistema digitale, dove l'influencer che raccomanda un
prodotto di benessere senza dichiarare la propria natura di contenuto
sponsorizzato riproduce, in scala amplificata dai social media, la stessa
dinamica di occultamento che la legge del 1934 intendeva colpire nei rapporti
tra case farmaceutiche e medici: la differenza è che oggi la prescrizione non
avviene più in un ambulatorio, ma in un video di pochi secondi, e il paziente-spettatore
non ha nemmeno la possibilità teorica di chiedere trasparenza.
Anche il mondo accademico non è
esente: quando un docente universitario adotta come testo obbligatorio per il
proprio corso un manuale di cui percepisce diritti d'autore, senza che gli
studenti possano valutare alternative più economiche o più adeguate, si
ripropone la medesima tensione tra interesse privato e responsabilità verso chi
si affida al suo giudizio.
E lo stesso vale, occorre dirlo
con onestà, anche nel mondo delle discipline complementari e del benessere
integrato in cui operiamo: ogni volta che un operatore consiglia un determinato
percorso di certificazione, un determinato integratore, un determinato
strumento diagnostico non perché ne abbia verificato realmente il valore per la
persona che ha davanti, ma perché ne riceve una commissione o un vantaggio non
dichiarato, quel consulente sta praticando, nella sostanza se non nella lettera
della legge, una forma di comparaggio.
Riconoscere questa parentela tra
fenomeni apparentemente lontani non serve a diluire la gravità specifica del
comparaggio farmaceutico, che tocca la salute pubblica e resta un reato
disciplinato con precisione dal nostro ordinamento, ma a comprendere che la
vera prevenzione non passa soltanto dalla sanzione penale — la giurisprudenza
stessa segnala quanto sia difficile, in concreto, dimostrare il nesso tra
vantaggio ricevuto e prescrizione orientata — quanto dalla ricostruzione di una
cultura professionale in cui la trasparenza dell'interesse economico diventi la
norma, non l'eccezione da scovare.
«Cambia il prodotto, cambia il
canale, ma la struttura del comparaggio resta identica ovunque il consiglio si
vende senza dirlo.»
Se il comparaggio è, nella sua
essenza più profonda, un tradimento della fiducia che rende possibile ogni
relazione di cura, la sua cura — se ci si permette il gioco di parole — non può
che passare dalla ricostruzione consapevole di quella fiducia. Questo significa,
per chi opera nel campo del benessere integrato, assumersi la responsabilità di
dichiarare sempre, con chiarezza, ogni interesse economico che possa orientare
un consiglio, e di formarsi non solo tecnicamente ma eticamente, riscoprendo
quella unità tra sapere e virtù che i maestri salernitani consideravano
inseparabile.
Significa anche, per chi si
affida a un professionista — che sia un medico, un consulente finanziario o un
formatore — imparare a chiedere, senza timore, se dietro un consiglio ci sia un
interesse che meriterebbe di essere conosciuto. La trasparenza, in fondo, non è
un vincolo imposto dall'esterno: è la forma più alta di rispetto verso chi si
mette nelle nostre mani.
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tra saperi diversi, ti aspettiamo nei nostri studi di Lomazzo (CO) e Buttrio
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Bibliografia
Informatori.it, "Il reato di
comparaggio", 2022.
La Legge per Tutti, "Il
reato di comparaggio", 2020.
Gazzetta Forense, "Il
delitto di corruzione in concorso con il reato di comparaggio",
giurisprudenza di Cassazione.
Studio Legale Oppedisano,
"Il comparaggio e gli integratori alimentari", analisi
giurisprudenziale, 2020.
G. Maciocia, The Foundations of
Chinese Medicine, 3ª ed., Elsevier, 2015.
Huangdi Neijing (Classico Interno
dell'Imperatore Giallo), trad. it. a cura di studi sinologici.
Lao Tzu, Tao Te Ching, trad. it.,
varie edizioni.
Hildegard von Bingen, Physica,
trad. it., varie edizioni.
É. Rochat de la Vallée, Il
piccolo classico dell'agopuntura, Jaca Book.
Regesta della Scuola Medica
Salernitana, Regimen Sanitatis Salernitanum.
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Bianchi. Tutti i diritti riservati.

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