Il Vuoto come Spazio di Cura
Viviamo l'epoca che ha dichiarato guerra alla noia con più determinazione di ogni altra nella storia. Basta un istante di silenzio, un'attesa in fila, una sera senza impegni, perché la mano corra automaticamente verso lo schermo più vicino. Abbiamo costruito un'intera economia sulla promessa di riempire ogni interstizio del tempo, come se il vuoto fosse una falla da tappare urgentemente, un difetto di fabbricazione della vita.
Nella mia pratica, tra Lomazzo e Buttrio, incontro sempre più spesso persone che non sanno più annoiarsi. Non intendo dire che riempiono le giornate di impegni: intendo che hanno perso la capacità fisiologica di tollerare uno spazio vuoto senza riempirlo immediatamente di stimolo. È una perdita silenziosa, che non fa notizia, ma che a mio avviso è una delle radici meno indagate del malessere contemporaneo.
La Medicina Tradizionale Cinese non conosce il vuoto come mancanza. Il concetto di xu (虛) indica certo una condizione di insufficienza quando riferito a un organo o a un'energia carente, ma nel pensiero taoista che permea tutta la cultura clinica cinese il vuoto ha anche un'altra faccia, quella dello spazio ricettivo, della cavità che rende possibile il movimento del qi. Non è un caso che lo Shen, lo spirito che risiede nel Cuore secondo la fisiologia energetica cinese, abbia bisogno di momenti di quiete apparente per potersi radicare: un'agitazione continua, uno stimolo che non si interrompe mai, disperde lo Shen invece di nutrirlo.
Lao Tzu affida a un'immagine domestica una delle formulazioni più limpide di questo principio: è il vuoto interno di una ciotola a renderla utile, è lo spazio libero di una stanza a permetterne l'abitabilità. Il pieno definisce la forma, ma è il vuoto a garantire la funzione. Applicato al tempo psichico, questo significa che una giornata compatta di stimoli, per quanto produttiva in apparenza, non lascia alcuno spazio perché qualcosa di nuovo possa formarsi. La noia, in questa lettura, non è l'assenza di vita: è la condizione che la rende possibile.
“Non è il pieno a generare la vita interiore, ma il vuoto che lo rende abitabile.”
È importante distinguere, ed è una distinzione che nella pratica di counseling olistico faccio spesso con chi arriva in studio lamentando un vago senso di vuoto esistenziale: c'è una noia sintomo e una noia cura. La prima è quella cronica, insopportabile, che segnala spesso un blocco energetico più profondo, una stagnazione che il corpo energetico manifesta come assenza di significato. È l'equivalente psichico di quello che nel linguaggio che uso da anni definisco acqua che non corre, fete: quando la vita interiore non trova varchi di espressione, ristagna, e la noia cronica ne è spesso il primo segnale percepibile.
La seconda è tutt'altra cosa: è la noia che si sceglie, lo spazio bianco che si concede deliberatamente, l'attesa non riempita. È la noia della convalescenza, quella che la Scuola Medica Salernitana raccomandava nei suoi regimina sanitatis come parte integrante della cura, ben prima che la medicina moderna riscoprisse il valore clinico del riposo attivo.
È la noia di Carl Gustav Jung quando descriveva l'immaginazione attiva: un metodo che richiede innanzitutto di sospendere l'attività diretta della mente, di lasciarla vagare senza meta, perché sia proprio in quello spazio apparentemente sterile che i contenuti dell'inconscio trovano finalmente la via per emergere e farsi simbolo.
C'è un'analogia che trovo utile proporre a chi fatica ad accettare l'idea che il non-fare abbia un valore, ed è quella che la fisica quantistica offre con il concetto di vuoto: non uno spazio inerte e privo di eventi, ma un campo di potenzialità dal quale emergono continuamente fluttuazioni, particelle virtuali, possibilità che si attualizzano e si dissolvono.
Non intendo qui sovrapporre impropriamente linguaggi che appartengono a discipline diverse, ma offrire un'immagine: anche la mente, quando smette di essere occupata da uno stimolo esterno costante, non si spegne. Entra in una modalità diversa, meno visibile, in cui le connessioni si riorganizzano, le intuizioni maturano, le soluzioni ai problemi che di giorno sembravano irrisolvibili trovano improvvisamente la loro forma.
Non è un caso che le idee migliori arrivino spesso sotto la doccia, durante una passeggiata senza meta, in un'attesa che non abbiamo riempito con altro.
Nel percorso che propongo attraverso Origin Program, uno degli esercizi che chiedo con più frequenza, e che sorprende sempre per la sua apparente semplicità, è quello di concedersi ogni giorno un tempo esplicitamente vuoto: nessun compito, nessuno schermo, nessun obiettivo da raggiungere.
Non è tempo perso. È tempo che si restituisce al corpo energetico perché possa fare ciò che sa fare meglio quando non è costretto a rincorrere uno stimolo dopo l'altro: integrare, digerire, rigenerare.
La noia, se la accogliamo invece di combatterla, smette di essere il nemico e diventa la soglia. È lo spazio dove lo Shen si radica, dove il vuoto della ciotola diventa funzione, dove l'inconscio trova finalmente il silenzio necessario per parlare. In un tempo che ha fatto della saturazione costante una virtù, forse la scelta più radicale che possiamo compiere per la nostra cura è proprio questa: fermarsi, non riempire, lasciare che il vuoto faccia il suo lavoro.
Paolo G. Bianchi – IPHM, Prof. Disc. L. 4/13 Vieni a scoprire il tuo percorso Origin Program nei nostri studi di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD). © Paolo G. Bianchi – Tutti i diritti riservati |
Bibliografia e fonti
G. Maciocia, I fondamenti della Medicina Cinese, IV edizione, Edra, 2022
É. Rochat de la Vallée, Il pensiero cinese nella medicina tradizionale, Jaca Book, 2020
C.G. Jung, L'uomo e i suoi simboli, nuova edizione critica, Raffaello Cortina, 2021
AA.VV., Regimen Sanitatis Salernitanum, edizione commentata, Edizioni Salerno, 2020
C. Rovelli, L'ordine del tempo, nuova edizione, Adelphi, 2021

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