Il ruolo dei diapason nel mio ORIGIN PROGRAM: tra percezione, vibrazione e ascolto della persona
Non tutto ciò che attraversa il corpo deve essere visto per essere percepito
C'è una curiosa contraddizione nella nostra epoca.
Abbiamo costruito strumenti sempre più sofisticati per osservare il corpo, ma abbiamo progressivamente perso la capacità di ascoltarlo. Lo fotografiamo, lo misuriamo, lo analizziamo. Conosciamo parametri, valori, immagini, percentuali. Abbiamo trasformato molte delle sue funzioni in numeri e grafici.
Eppure, quando chiediamo a una persona come sta, la risposta più frequente continua a essere sorprendentemente generica: "Sto bene." Oppure: "Non sto bene, ma non so spiegarti esattamente perché."
È proprio in questo spazio, tra ciò che possiamo misurare e ciò che possiamo percepire, che si colloca una parte del lavoro che sto sviluppando all'interno di ORIGIN PROGRAM.
Uno degli strumenti che utilizzo è il diapason: uno strumento antico nella sua semplicità, contemporaneo nelle possibilità di utilizzo, capace di produrre una vibrazione precisa e riconoscibile. Ma sarebbe riduttivo parlare semplicemente di "terapia con i diapason". Perché il punto, almeno nel mio approccio, non è il diapason. Il punto è la persona.
La vibrazione rappresenta uno stimolo. Il corpo rappresenta il campo dell'esperienza. L'attenzione rappresenta il ponte.
E il trattamento diventa un percorso nel quale osservare, ascoltare e integrare.
Uno dei problemi del modo contemporaneo di concepire il benessere è la progressiva frammentazione della persona. Dolore alla schiena, rigidità cervicale, stanchezza, disturbi del sonno, stress, ansia, tensione muscolare, difficoltà di concentrazione: ogni manifestazione tende a diventare una categoria, e ogni categoria sembra richiedere una tecnica specifica.
È una logica comprensibile, soprattutto quando si ha bisogno di intervenire rapidamente. Ma non sempre è sufficiente per comprendere la complessità dell'individuo. Una persona non è la somma dei suoi sintomi. Il corpo non è una serie di compartimenti indipendenti.
Il modo in cui respiriamo può modificare la nostra percezione della tensione. Il modo in cui viviamo una situazione può influenzare il nostro tono muscolare. La qualità del sonno può modificare la nostra percezione della fatica. L'attenzione può amplificare oppure ridurre la percezione di determinati segnali corporei.
Non significa che tutto sia "psicologico". E non significa, soprattutto, che una malattia possa essere spiegata semplicemente attraverso emozioni o pensieri. Significa riconoscere una cosa molto più semplice: l'essere umano è un sistema complesso.
È da questa premessa che nasce l'impostazione di ORIGIN PROGRAM: non partire dal sintomo per cercare immediatamente qualcosa che lo faccia scomparire, ma partire dalla persona. Osservare. Comprendere il contesto. Individuare gli elementi sui quali è possibile lavorare. E soltanto dopo scegliere gli strumenti.
Il diapason qui entra in gioco e ha per me qualcosa di quasi disarmante. Non ha schermi, non ha pulsanti, non produce immagini, non mostra grafici colorati. Quando viene attivato produce una vibrazione sonora precisa. E proprio questa semplicità rappresenta, per me, una delle sue caratteristiche più interessanti.
Il suono è una forma di esperienza. Non lo percepiamo soltanto attraverso l'udito: la vibrazione può essere percepita anche attraverso il corpo, attraverso la conduzione, attraverso la sensazione, attraverso l'attenzione che inevitabilmente si orienta verso ciò che sta accadendo.
Questo non significa che ogni frequenza possieda una proprietà terapeutica specifica e dimostrata. È una distinzione importante. Nel mondo della ricerca sul suono esistono studi sugli effetti di diversi interventi sonori e musicali su rilassamento, stress, percezione del dolore e benessere psicofisico. Ma da questo non deriva automaticamente la conclusione che una determinata frequenza sia in grado di curare una determinata patologia.
È proprio per questo che nel mio metodo preferisco parlare di stimolazione vibro-sonora, di percezione e di integrazione. Il diapason non viene presentato come una bacchetta magica. Viene utilizzato come strumento all'interno di un percorso. Ed è una differenza sostanziale.
Internet ha fatto qualcosa di straordinario: ha reso accessibili informazioni che un tempo erano difficili da trovare. Ma ha anche creato una nuova forma di semplificazione. Basta digitare il nome di una frequenza e compaiono immediatamente decine di promesse: quella per il sonno, quell'altra per l'ansia, un'altra ancora per il dolore, un'altra per il sistema immunitario.
La narrazione è affascinante. Forse troppo. Perché il rischio è quello di sostituire una vecchia semplificazione con una nuova. Prima cercavamo la pillola giusta. Oggi rischiamo di cercare la frequenza giusta. Ma il corpo non funziona secondo una tabella così semplice.
Per questo nel mio lavoro ho scelto un'impostazione differente. Non parto dalla domanda "Quale frequenza cura questo problema?". Parto dalla domanda "Qual è la condizione della persona che ho davanti?".
È una differenza linguistica soltanto apparentemente piccola. In realtà cambia completamente l'approccio.
Uno degli aspetti più interessanti del lavoro che sto sviluppando è la possibilità di utilizzare anche due diapason contemporaneamente. Ma anche qui occorre evitare una lettura semplicistica: due strumenti non significano automaticamente il doppio dell'effetto. Non è una questione di quantità. È una questione di relazione.
Una vibrazione può rappresentare l'apertura di un lavoro. Un'altra può accompagnare una fase successiva. Una può essere utilizzata per richiamare maggiormente l'attenzione alla percezione corporea. L'altra può essere inserita in una fase di centratura e integrazione. La coppia diventa quindi una sorta di dialogo sonoro. Non una somma aritmetica.
Questo principio è molto importante per ORIGIN PROGRAM, perché un metodo non nasce semplicemente dal possesso di molti strumenti. Nasce dalla capacità di sapere quando, come e perché utilizzarli.
Questa è forse la distinzione che considero più importante. Una tecnica è qualcosa che sappiamo fare. Un metodo è qualcosa che sappiamo perché lo stiamo facendo.
Posso possedere dieci strumenti diversi, posso conoscere cento tecniche, posso avere una grande quantità di informazioni. Ma se non so osservare la persona, rischio di trasformare tutto questo in un catalogo.
ORIGIN PROGRAM nasce invece dall'esigenza di mettere in relazione strumenti differenti: la Medicina Tradizionale Cinese, il lavoro manuale, la digitopressione, il Tuina, la respirazione, la consapevolezza corporea, gli strumenti vibro-sonori e, dove appropriato, le tecnologie più moderne come la bio-risonanza o i campi elettromagnetici pulsati. Questo non perché tutto debba essere utilizzato contemporaneamente, al contrario: integrare non significa accumulare. Significa scegliere.
A volte la cosa migliore è fare molto. A volte è fare pochissimo. A volte una seduta richiede una tecnica manuale, a volte richiede ascolto, a volte richiede una stimolazione, a volte richiede semplicemente uno spazio nel quale la persona possa rallentare.
La vera competenza non consiste nell'utilizzare tutto ciò che abbiamo a disposizione. Consiste nel sapere che cosa non utilizzare.
C'è un aspetto del lavoro con i diapason che considero particolarmente interessante: il rapporto tra vibrazione e attenzione. Quando una persona viene invitata a concentrarsi su uno stimolo sonoro o vibrazionale, qualcosa cambia. L'attenzione si sposta. Dal telefono al corpo. Dal rumore esterno alla percezione interna. Dal pensiero alla sensazione.
Non è necessariamente un cambiamento spettacolare. E forse è proprio questo il punto. Il benessere non sempre arriva sotto forma di un grande evento. A volte comincia con una variazione impercettibile: un respiro più lento, una tensione che viene riconosciuta, una parte del corpo della quale ci accorgiamo per la prima volta, un pensiero che, per qualche minuto, smette di occupare tutto lo spazio.
Il diapason può diventare, in questo senso, uno strumento di attenzione. Non deve fare tutto, deve semplicemente contribuire al processo.
Il nome ORIGIN non è stato scelto casualmente. Origin significa origine. E tornare all'origine, nel mio modo di intendere non significa tornare indietro, significa tornare alla domanda fondamentale: chi è la persona che ho davanti?
Prima del disagio, prima dell'etichetta, prima del protocollo, prima della tecnica, prima ancora della domanda "cosa posso utilizzare?", dovrebbe esistere una domanda più importante: "cosa sto osservando?"
È una filosofia di lavoro che richiama, per certi aspetti, anche la visione sistemica della Medicina Tradizionale Cinese. Nella tradizione cinese il corpo non viene concepito semplicemente come una somma di organi isolati. Esiste una rete di relazioni: funzioni che interagiscono, equilibri e squilibri, cicli, ritmi, adattamenti. La salute, in questa prospettiva, non coincide soltanto con l'assenza di un sintomo. È anche capacità di adattamento.
L'equilibrio non è immobilità. È capacità di ritrovare un centro mentre tutto cambia.Parlare seriamente di strumenti vibro-sonori significa anche stabilire dei confini. Il lavoro con i diapason non sostituisce la diagnosi medica. Non sostituisce una terapia prescritta. Non deve essere presentato come trattamento risolutivo di patologie e soprattutto non dovrebbe alimentare la falsa convinzione che esista una frequenza capace di risolvere qualsiasi problema.
Il valore di una pratica complementare non aumenta quando promette l'impossibile. Al contrario: diventa più credibile quando riconosce i propri limiti.
Per questo considero il lavoro con i diapason una possibilità complementare, inserita in un percorso orientato alla percezione, al rilassamento e alla consapevolezza corporea. La persona rimane sempre al centro.
Alla fine, dopo aver parlato di frequenze, vibrazioni, strumenti, sequenze e protocolli, rimane una domanda. Che cosa stiamo veramente cercando? Una risposta? Una tecnica? Un trattamento? Oppure una modalità diversa di entrare in relazione con il corpo?
Per quanto mi riguarda, la risposta è la seconda. Il diapason è uno strumento. La vibrazione è uno stimolo. Il protocollo è una struttura. Ma il vero strumento del metodo rimane l'ascolto: ascoltare ciò che la persona racconta, ascoltare ciò che il corpo manifesta, ascoltare il respiro, ascoltare le variazioni, ascoltare anche ciò che non viene detto.
È da questo ascolto che nasce la scelta. E dalla scelta nasce il trattamento.
In un mercato nel quale ogni giorno nasce una nuova tecnica, una nuova apparecchiatura, un nuovo protocollo e una nuova promessa, forse abbiamo bisogno di qualcosa di meno spettacolare.
Abbiamo bisogno di integrazione, non di accumulare strumenti: metterli in relazione. Non inseguire il sintomo: comprendere la persona. Non cercare la frequenza miracolosa: utilizzare il suono come uno degli strumenti possibili. Non sostituire la medicina: affiancare, quando appropriato, un percorso di consapevolezza e benessere.
È questo il significato che attribuisco al lavoro con i diapason all'interno di ORIGIN PROGRAM: un metodo che nasce dall'incontro tra la visione della Medicina Tradizionale Cinese, le discipline bionaturali e strumenti contemporanei: un metodo nel quale la tecnologia non deve prendere il posto dell'uomo, e la tradizione non deve diventare un alibi per smettere di evolvere.
Perché il vero obiettivo non è trovare lo strumento perfetto. È imparare a scegliere lo strumento giusto, nel momento giusto, per la persona giusta.
E forse, alla fine, torniamo sempre alla stessa domanda dalla quale siamo partiti. Non: "Quale frequenza devo usare?". Ma: "Sono davvero capace di ascoltare la persona che ho davanti?"
Perché è da lì che, almeno per me, comincia ORIGIN.
ORIGIN PROGRAM
Antico sapere. Tecnologie e strumenti contemporanei. Un solo obiettivo: equilibrio.
Vuoi
conoscere da vicino il lavoro con i diapason e l'ORIGIN PROGRAM?
Ti aspetto nei miei studi di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD) per un percorso di
ascolto, percezione e riequilibrio costruito sulla persona, non sul protocollo.
Paolo G.
Bianchi
IPHM – Terapie Olistiche e Bionaturali

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