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martedì 13 ottobre 2026

La lenta anestesia: quando smettiamo di sentire la mancanza

 



 

Quando è stata l’ultima volta che qualcosa ti ha davvero scandalizzato? Non irritato, non infastidito: scandalizzato, nel senso antico di inciampare in una pietra e fermarsi. Se fai fatica a ricordarlo, forse il problema non è che il mondo sia peggiorato di colpo. Forse è che, goccia dopo goccia, ci siamo abituati.

Federico Quaranta ha scritto sulla sua pagina facebook un pezzo bellissimo (che condivido appieno)  su quella che chiama la normalizzazione dell’inaccettabile, e questo post nasce come eco di quella riflessione, a cui va riconosciuta la fonte di ispirazione.

La sua tesi è semplice e scomoda: la normalizzazione non rende normale ciò che è aberrante, lo rende soltanto familiare. L’arroganza scambiata per carattere, la volgarità per sincerità, la prepotenza per determinazione. Non è la scomparsa improvvisa dei valori, ma la loro lenta anestesia. Una civiltà, scrive, decade quando smette di sentire la mancanza di ciò che ha perso.

Il contrario della barbarie non è il progresso tecnologico. È la coscienza.

Da chi come me lavora ogni giorno sul benessere della persona, questa diagnosi suona dolorosamente familiare.

Nella medicina tradizionale cinese l’anestesia non è un concetto astratto: è un quadro clinico. Quando il Shen, la coscienza che dimora nel Cuore, non è più radicato, la percezione si ottunde. Il Huangdi Neijing descrive il Cuore come il sovrano che governa le funzioni di tutto l’organismo: se il sovrano è offuscato, i ministri smettono di distinguere: non si perde il senso del giusto per una scelta, lo si perde per un annebbiamento graduale, che dall’interno sembra quiete.

C’è poi l’immagine che accompagna il nostro lavoro da anni: acqua che non corre, fete. Un’abitudine che non viene più messa in questione è acqua ferma. Ciò che un tempo ci faceva sobbalzare, e che la ripetizione ha reso paesaggio, smette di circolare nella coscienza e vi ristagna. Il Qi stagnante genera tensione, irritabilità, rigidità; la coscienza stagnante genera cinismo, la forma sociale della stasi. Non a caso l’indifferenza, che Quaranta indica come sostituta dell’indignazione, è il sintomo di una circolazione interrotta, non di una forza ritrovata.

Il Tao Te Ching avverte che quando il grande Tao viene abbandonato, compaiono la benevolenza e la rettitudine: le virtù si invocano quando il fondamento si è già perso. E Zhuangzi, con la sua ironia, ricorda che chi segue la corrente senza interrogarla non si accorge più di essere bagnato. L’abitudine, in questa lettura, non è neutra: è un’acqua in cui si impara a respirare finché non si dimentica che si poteva stare all’asciutto.

Jung chiamava ombra ciò che rifiutiamo di guardare in noi stessi, e avvertiva che ciò che non viene reso cosciente si manifesta come destino. Una collettività che applaude la sopraffazione, banalizza l’insulto e consuma la sofferenza altrui come intrattenimento sta proiettando fuori la propria ombra, per poi chiamarla “realtà dei fatti”. Il percorso di individuazione comincia esattamente dove la normalizzazione finisce: nel momento in cui torniamo a sentire che questo non va bene, anche se tutti intorno a noi dicono il contrario. 

Eppure la medicina antica non si limita alla diagnosi. Il Regimen Sanitatis Salernitanum prescriveva il benessere come regola quotidiana, fatta di misura, sobrietà e gesti ripetuti con consapevolezza: non grandi rivoluzioni, ma disciplina gentile. E Hildegard von Bingen parlava di viriditas, la forza verde che rinnova ciò che sembra inaridito. La coscienza, come un corpo, si cura con piccole pratiche: scegliere di non ridere alla battuta crudele, di non condividere l’insulto, di dire ad alta voce “questo non è normale”. Riconoscere la differenza tra ciò che è lecito e ciò che è giusto, tra ciò che è popolare e ciò che è degno, è un esercizio che si allena come un muscolo. 

La domanda con cui Quaranta chiude il suo testo, quanto ancora siamo disposti ad accettare prima di non riconoscere più ciò che siamo diventati, merita di restare aperta. Lo stupido è chi lo stupido fa, ricordava Forrest Gump con una semplicità che non è ingenuità: il giudizio non è nelle apparenze, ma nelle azioni di ciascuno.

Se senti che l’abitudine ha intorpidito qualcosa in te, se vuoi tornare a distinguere il rumore dal segnale e a radicare il tuo Shen riflettici: a volte basta un piccolo gesto di attenzione per far ricircolare ciò che l’abitudine aveva fermato.



Bibliografia

Quaranta, F., La normalizzazione dell’inaccettabile, testo di riflessione (fonte di ispirazione del presente articolo) facebook, pagina di Federico Quaranta

Han, B.-C., Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete, Einaudi, 2023.

Han, B.-C., Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, Einaudi, 2022.

Unschuld, P. U., Tessenow, H., Huang Di Nei Jing Su Wen, University of California Press, 2011.

Jung, C. G., Aion. Ricerche sul simbolismo del Sé (Opere, vol. 9/II), Bollati Boringhieri.

Nota: i testi classici (Tao Te Ching, Zhuangzi, Neijing, Regimen Sanitatis, Hildegard) precedono per natura il 2020.