venerdì 13 febbraio 2026

Pregare fa bene?

 



 

Un attimo, spesso breve e silenzioso e quasi impercettibile si materializza e in quell'istante l’essere umano sospende l’urgenza del fare e si concede il lusso dell’ascolto. 

Può accadere all’alba, quando il mondo sembra ancora in attesa di essere nominato, oppure alla fine di una giornata densa, quando il corpo chiede tregua e la mente cerca un senso. In quello spazio, che molte culture hanno chiamato preghiera, accade qualcosa che da secoli interroga filosofi, medici, pedagogisti e ricercatori: pregare fa bene? E, se sì, a quale livello dell’esperienza umana si manifesta questo beneficio?

La preghiera, prima ancora di essere un atto religioso, è una postura interiore.

Platone, nel Fedro, suggeriva che “l’anima ricorda ciò che è affine alla sua origine”, indicando un movimento di ritorno, di riallineamento, che oggi potremmo definire regolazione interna. In questa prospettiva, pregare non significa necessariamente rivolgersi a una divinità personalizzata, ma entrare in una relazione intenzionale con qualcosa che trascende l’io immediato.

William James, padre della psicologia moderna, osservava che “la preghiera è il cuore stesso della religione vissuta”, sottolineando come l’esperienza soggettiva abbia effetti reali sul vissuto psico-emotivo dell’individuo.

Dal punto di vista neuropsicologico, studi recenti mostrano che pratiche contemplative e oranti attivano aree cerebrali legate all’attenzione, alla regolazione emotiva e alla percezione del sé.

Andrew Newberg parla di neuroteologia, descrivendo come stati di raccoglimento profondo favoriscano coerenza neurofisiologica e una sensazione di unità.

Anche Jon Kabat-Zinn, pur muovendosi in un contesto laico, riconosce che l’intenzionalità consapevole modifica il modo in cui l’organismo risponde allo stress, favorendo un benessere globale.

Se spostiamo lo sguardo verso Oriente, la Medicina Tradizionale Cinese offre una chiave di lettura particolarmente interessante. Nei testi classici si afferma che “lo Shen risiede nel Cuore e si manifesta nella chiarezza dello spirito” (Huangdi Neijing).

La preghiera, intesa come atto di centratura e connessione, può essere vista come una pratica che armonizza lo Shen, favorendo la libera circolazione del Qi. Non è un caso che molte formule oranti orientali siano accompagnate dal respiro lento e ritmico: come ricorda Liu Ming, studioso contemporaneo di taoismo, “quando il respiro si calma, il Qi si ordina e la mente ritrova la sua dimora”.

Anche nella tradizione cristiana la preghiera è descritta come un processo trasformativo. Nel Vangelo di Matteo si legge: “Entra nella tua camera, chiudi la porta e prega nel segreto”. Questo invito all’interiorità risuona con le intuizioni di Teresa d’Avila, per la quale la preghiera era “un intimo rapporto di amicizia”.

Hildegarda di Bingen, mistica e studiosa medievale, parlava di viriditas, una forza vitale che anima l’essere umano quando è in sintonia con il creato e con il divino. La preghiera, per lei, nutriva questa verdezza interiore, sostenendo equilibrio e vitalità.

La Schola Medica Salernitana, ponte tra sapere antico e nascente medicina occidentale, già suggeriva che l’armonia dell’animo fosse un fattore determinante per il benessere complessivo. Nei suoi aforismi si legge che la moderazione delle passioni e la serenità dello spirito contribuiscono alla buona disposizione dell’intero organismo. È sorprendente notare come queste intuizioni trovino oggi eco nelle ricerche sulla psiconeuroendocrinoimmunologia, che evidenziano l’interconnessione tra stati emotivi, sistema nervoso e risposte corporee.

Dal punto di vista pedagogico, la preghiera può essere letta come uno strumento di educazione all’interiorità. Maria Montessori parlava dell’importanza del silenzio come spazio di crescita e integrazione.

Più recentemente, Howard Gardner ha riconosciuto l’intelligenza esistenziale come una dimensione fondamentale dello sviluppo umano.

Pregare, in questa chiave, diventa un esercizio di consapevolezza che rafforza la capacità di dare senso all’esperienza.

Anche la psicologia umanistica ha esplorato questi territori. Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, affermava che “chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come”. La preghiera, offrendo un orizzonte di significato, può sostenere la resilienza e favorire un riequilibrio profondo. Carl Gustav Jung vedeva nell’atto religioso un dialogo con l’inconscio collettivo, capace di integrare parti scisse della personalità.

Nelle tradizioni non teistiche, come il buddhismo, la recitazione dei sutra o dei mantra svolge una funzione analoga. Thich Nhat Hanh ricordava che “pregare non è chiedere, ma ascoltare profondamente”. La ripetizione consapevole diventa un’onda che pacifica la mente e stabilizza l’energia. In termini di MTC, potremmo dire che favorisce l’armonia tra Cielo Anteriore e Cielo Posteriore, tra ciò che è innato e ciò che viene coltivato.

Un elemento comune a tutte queste prospettive è l’intenzionalità. La preghiera non è un atto meccanico, ma un orientamento.

Come scriveva Paul Ricoeur, “il simbolo dà da pensare”: le parole, i gesti, le immagini interiori attivano processi profondi di risonanza.

Questo spiega perché, anche in assenza di una fede definita, molte persone sperimentano benefici quando si concedono uno spazio di raccoglimento intenzionale.

Nel linguaggio contemporaneo del benessere integrato, potremmo dire che la preghiera agisce come un dispositivo di riequilibrio energetico. Regola il ritmo interno, favorisce coerenza tra mente, emozioni e corpo, e crea un senso di connessione che riduce la frammentazione. Non si tratta di magia, ma di una pratica incarnata che coinvolge sistemi complessi.

Come osserva Lisa Feldman Barrett nelle sue ricerche sulle emozioni, il cervello è un organo predittivo: pratiche che inducono calma e significato modificano le previsioni interne, con effetti tangibili sull’esperienza quotidiana.

In questa luce, la domanda iniziale “pregare fa bene?” si trasforma. Non è più una questione di credo, ma di esperienza.

Fa bene ciò che riconnette, che restituisce continuità, che permette all’energia di fluire senza ostacoli. La preghiera, nelle sue molte forme, sembra rispondere a questa esigenza antropologica profonda.

Se senti il desiderio di esplorare questi spazi di riequilibrio in modo esperienziale e personalizzato, nei miei studi di Lomazzo e Buttrio accompagno percorsi orientati all’armonizzazione energetica e al benessere globale della persona. 

Un invito a rallentare, ascoltare e ritrovare una qualità di presenza che nutre la vita quotidiana.

 

Bibliografia essenziale

  • Newberg A., Neurotheology and the Brain, 2021.
  • Kabat-Zinn J., Mindfulness for All, 2021.
  • Barrett L.F., Seven and a Half Lessons About the Brain, 2020.
  • Gardner H., A Synthesizing Mind, ed. aggiornata 2020.
  • Ricoeur P., Vivere fino alla morte, ed. critica 2021.
  • Ming L., Daoist Internal Cultivation, 2022.
  • Frankl V., Man’s Search for Meaning, ed. aggiornata 2021.
  • Nhat Hanh T., Zen and the Art of Saving the Planet, 2021.


NOTA: condividi pure queste informazioni mantenendone l'originalità, mi fa solo piacere

 

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