C’è una scena che si ripete ogni giorno, quasi invisibile nella sua ordinarietà: una persona che si specchia al mattino e distoglie lo sguardo: non lo fa per vanità, ma per disabitudine all’ascolto di sé. In quell’istante silenzioso si gioca una delle questioni antropologiche più profonde della nostra epoca: la difficoltà di amarsi.
Eppure, proprio da questo nodo interiore prende avvio uno dei precetti più noti e al contempo meno compresi della tradizione cristiana: “Diliges proximum tuum sicut te ipsum” (Mt 22,39; cf. Mc 12,31).
La formulazione latina, che riecheggia il Levitico 19,18, non è soltanto un comando morale, ma una vera e propria architettura relazionale che presuppone una base imprescindibile: l’amore per sè.
Ne parlo nel mio ultimo articolo sulla rivista scientifica RIGENERAINFORMA.
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