Lo
spazio sacro sotto i piedi: tappeto, rito e presenza
In quasi tutte le tradizioni spirituali del
mondo, prima di entrare in uno spazio sacro ci si toglie le scarpe. Il gesto è
universale — dalle moschee alle pagode buddhiste, dai templi indù alle cappelle
di molti monasteri cristiani. Non è soltanto un atto di rispetto: è una
transizione somatica. Il piede nudo tocca una superficie diversa. Il sistema
nervoso riceve un segnale: sei entrato in un altro regime di attenzione.
Il tappeto di preghiera islamico — il sajjāda
— non è decorativo. È lo spazio sacro personale e portatile del fedele: un
altare che si arrotola. Su di esso si compiono le cinque preghiere quotidiane;
su di esso la fronte tocca il suolo nel gesto del sujūd, la prostrazione. La
superficie su cui il corpo si abbassa non è indifferente: deve essere pulita,
deve essere propria, deve creare quel confine simbolico tra il mondo ordinario
e il tempo della preghiera. È un'ancora sensoriale verso la presenza.
La
danza e il tappeto: corpi che abitano il suolo
La danza, tra le arti terapeutiche, è forse
quella che più ha riconosciuto l'importanza del rapporto tra il corpo e la
superficie su cui si muove. Il pavimento è il partner silenzioso di ogni
danzatore: lo spinge, lo sostiene, lo resiste. Le pratiche di danza terapeutica
— dalla Danza Movimento Terapia alle forme somatiche come la Continuum Movement
— lavorano deliberatamente con la qualità del contatto tra corpo e suolo.
Un pavimento coperto da un tappeto crea una
condizione di movimento diversa: più soffice, più silenzioso, più 'perdonante'.
Il rischio di caduta percepita diminuisce. Il sistema nervoso si rilassa. I
gesti diventano più morbidi, più esplorativi, meno difensivi. Nei contesti di
terapia con bambini neurodiversi o con anziani fragili, la presenza di
superfici tessute nel setting terapeutico non è mai casuale: è un intervento
clinico deliberato.
Siamo arrivati alla fine di questo viaggio in
cinque tappe attraverso una forma d'arte che abitiamo ogni giorno senza quasi
accorgercene. Il tappeto non è un oggetto. È un interlocutore. È una superficie
che risponde, che ricorda, che cura — silenziosamente, pazientemente, a ogni
passo. Come le migliori presenze nella nostra vita.
Portare consapevolezza in ciò che già ci
circonda è il primo atto di cura verso sé stessi. Non occorre cercare lontano
ciò che è già lì, sotto i piedi.
BIBLIOGRAFIA
Il tappeto islamico e
lo spazio sacro
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sui riti di transizione]
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Eliade, M. (2008).
Il sacro e il profano. Bollati Boringhieri [trad. it. — spazio sacro e soglie
rituali]
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