C'è un momento, nella storia di
ogni cambiamento culturale, in cui il vecchio e il nuovo si incontrano — e il
fragore di quello scontro è tale da rendere difficile sentire la domanda che
sta sotto. Così è accaduto nelle scorse settimane, quando la notizia
dell'assunzione con bando pubblico di una naturopata presso il Policlinico
«Gaspare Rodolico - San Marco» di Catania ha attraversato il paese come un
temporale estivo: veloce, rumoroso, e subito dimenticato nella nebbia delle
polemiche successive.
Da un lato il coro dei virologi e degli immunologi più noti — Burioni, Bassetti, Mautino, il CICAP con la sua lettera al ministro Schillaci — a invocare il primato della scienza basata sull'evidenza e a chiedere la sospensione immediata del contratto. Dall'altro, una storia più sfumata: una professionista che collaborava con l'ospedale catanese dal 2021, docente in master universitari, coinvolta in attività di supporto per pazienti trapiantati e minori reumatologici. Un contratto circoscritto, si affrettano a precisare i direttori generali. Un fraintendimento. Una comunicazione autonoma e non autorizzata sui social che ha innescato la miccia.
L'epilogo, per ora, è noto:
risoluzione del contratto, richiesta di risarcimento danni. La polemica si
chiude come si era aperta — nel rumore. Ma la domanda che stava sotto, quella
domanda silenziosa e cruciale, rimane senza risposta. Ed è la domanda che mi
interessa esplorare qui, in questo spazio che da anni si occupa di formazione,
di relazione, di cura nel senso più ampio del termine.
La domanda è semplice: è
possibile — e auspicabile — che culture del benessere diverse da quella
allopatica occidentale trovino un posto, riconosciuto e regolamentato,
all'interno dei sistemi sanitari pubblici? E se sì, a quali condizioni, con
quale rigore, con quale rispetto reciproco?
Il problema non è la naturopatia. È la soglia.
Vorrei essere preciso, per rispetto a chi legge. Nessun professionista del benessere onesto sostiene che un massaggio craniosacrale possa sostituire la chemioterapia, o che la riflessologia plantare guarisca un'insufficienza renale cronica. Questo sarebbe non solo scorretto, ma pericoloso. La cura ha i suoi strumenti, e la medicina allopatica ne ha sviluppati di straordinariamente efficaci nei secoli — strumenti che nessun approccio olistico degno di questo nome può o vuole ignorare, ma bisogna considerare anche l'altra parte...
Il dibattito, spesso, si
inceppa proprio qui: nell'assumere che «complementare» significhi
«alternativo», e che ogni pratica non iscritta nei protocolli della medicina
convenzionale sia automaticamente pseudoscienza. È un'equazione che non regge
alla lettura della realtà — né a quella della letteratura scientifica più
aggiornata.
Il vero nodo è la soglia. Chi stabilisce dove finisce il supporto lecito e dove inizia l'interferenza? Chi valida i criteri di inserimento di un professionista del benessere in un contesto ospedaliero? La risposta non può essere semplicemente «nessuno», né può essere «il medico primario e basta». Richiede regolamentazione, formazione seria, supervisione, e — parola rara in questo dibattito — dialogo.
Duecento centri e una regione apripista: ciò che già accade in Italia
Al di là del caso catanese, c'è
un'Italia della medicina integrata che esiste, funziona, e produce dati.
Un'Italia che il dibattito mediatico delle ultime settimane ha completamente
ignorato, forse perché i dati non fanno rumore.
La Regione Toscana è stata la prima, con la legge regionale del 2007 e il Piano sanitario 2005-2007, a inserire le medicine complementari nei Livelli Essenziali di Assistenza — le prestazioni passate dal Servizio Sanitario Nazionale. Non per buonismo ideologico, ma per rispondere a una domanda reale: il 50% dei pazienti oncologici in Italia ricorre a pratiche complementari, e il 70% di loro preferisce non dirlo al proprio medico per timore di essere rimproverato. Questo silenzio è il vero problema. Non la naturopatia in sé.
«Da prove d'efficacia condotte su 273 malati di tumore curati anche con omeopatia, fitoterapia e agopuntura è risultato che il 70% ha ottenuto miglioramenti significativi nella riduzione degli effetti collaterali e nella qualità della vita.» — Dott. Elio Rossi, responsabile dell'ambulatorio di omeopatia, Ospedale Campo di Marte, Lucca
Sono circa duecento, oggi, i centri pubblici italiani che offrono prestazioni di medicina complementare. Una sessantina si trovano soltanto in Toscana. Non sono operatori improvvisati che agiscono in solitaria: lavorano insieme a medici specialisti, in protocolli condivisi, con cartelle cliniche integrate. L'Ospedale di Pitigliano, primo centro ospedaliero pubblico di medicina integrata in Italia, ha aperto la strada. Bologna, Firenze, Milano hanno seguito.
In Toscana, l'agopuntura (medica) è diventata parte del protocollo di anestesia integrata: una seduta la sera prima dell'intervento, una al mattino dell'operazione — perché l'agopuntura alza la soglia del dolore e stimola la produzione endogena di oppioidi naturali. Non un atto di fede. Un protocollo.
Il Gemelli, Harvard e il Memorial
Sloan-Kettering: quando l'integrazione è eccellenza
Chi obietta che la medicina integrata sia appannaggio delle frange alternative dovrebbe confrontarsi con i nomi che seguono.
Il Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York — tra i più prestigiosi centri oncologici del mondo — e il Dana-Farber Cancer Institute della Harvard University hanno attivato, dalla fine degli anni Novanta, servizi strutturati di medicina integrata per i pazienti in trattamento. Medici esperti in agopuntura, fitoterapia e omeopatia vi lavorano accanto a psicologi, dietisti, musicoterapeuti, esperti in massaggio orientale tuina e shiatsu, e maestri di qigong. Non sono appendici decorative: sono parte dell'équipe terapeutica.
Negli Stati Uniti il National Center for Complementary and Integrative Health — istituto federale dei National Institutes of Health — finanzia da anni la ricerca su mindfulness, fitoterapia, nutrizione funzionale, agopuntura e osteopatia. I risultati, pubblicati sulle principali riviste scientifiche internazionali, mostrano miglioramenti documentati nella qualità della vita, nella riduzione degli effetti collaterali farmacologici e nell'aderenza dei pazienti ai piani terapeutici.
In Italia, la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS — uno degli ospedali di riferimento nazionale — ospita il Centro Komen Italia per i Trattamenti Integrati in Oncologia. La sua missione è esplicita: praticare una medicina centrata sulla persona piuttosto che sulla malattia, con piani terapeutici personalizzati che rispondano ai bisogni meno ascoltati delle pazienti. Il reparto oncologico Gradenigo di Torino ha integrato percorsi di mindfulness certificati — pratiche che negli studi clinici hanno dimostrato di ridurre lo stress percepito, i sintomi depressivi, l'espressione genica pro-infiammatoria, la fatigue e i disturbi del sonno nelle donne con tumore mammario.
Il NCCIH e la Harvard Medical
School raccomandano la mindfulness come intervento sanitario complementare
anche nella gestione del morbo di Parkinson — con impatti misurabili sui
sintomi motori, sull'ansia, sulla qualità della vita correlata alla salute — e
nella broncopneumopatia cronica ostruttiva, dove aiuta a ridurre la
sintomatologia e migliorare la qualità della vita. Dati, non narrazioni.
Il Tao Te Ching e l'Huangdi
Neijing: antiche radici di una visione integrale
C'è una domanda più profonda, filosoficamente più onesta, che nessuno dei commentatori dell'affaire catanese ha posto: da dove viene questa idea — così moderna, così occidentale — che la medicina debba essere un sistema chiuso, con confini impermeabili tra il corpo e la mente, tra la patologia e il vissuto, tra il paziente e il suo contesto di vita?
Il Tao Te Ching insegna che il saggio agisce senza sforzo, che la cura vera non è intervento violento sul naturale ma accompagnamento verso il flusso.
L'Huangdi Neijing — il Classico di Medicina Interna dell'Imperatore Giallo, redatto nel III secolo a.C. e ancora oggi fondamento della Medicina Tradizionale Cinese — descrive la salute come equilibrio dinamico tra Yin e Yang, come circolazione libera del Qi attraverso i meridiani, come armonia tra il Cielo, la Terra e l'Uomo.
Non è superstizione: è una fenomenologia della vita che la scienza moderna ha iniziato ad approcciare con strumenti propri — dalla neuroscienza alla psiconeuroimmunologia e che rivela millenni di pratica sul campo.
Hildegard von Bingen, nel XII secolo, intendeva la salute come viriditas — forza vitale verde, germinante — e descriveva una medicina in cui il corpo, l'anima e il cosmo erano un sistema unico. La Scuola Medica Salernitana raccomandava «mens sana, cibus sanus, requies» come trinità della guarigione. Carl Jung, nel Novecento, riportava al centro dell'attenzione clinica quella dimensione psichica che la medicina aveva espunto con il positivismo — e che i migliori oncologi contemporanei hanno riscoperto nel concetto di carico allostatico e di psiconeuroimmunologia.
Nessuno di questi pensatori era un nemico della scienza. Erano precursori di un'idea di cura che oggi si chiama integrata, e che si basa su un presupposto semplicissimo: la persona non è la sua malattia. La persona è un sistema complesso, e va incontrata come tale.
Tornando a Catania: il caso ha sollevato, in modo rumoroso e spesso impreciso, una questione reale. Non era una questione di principio — se una naturopata possa o non possa collaborare con un ospedale — ma una questione di metodo. Chi ha firmato il bando? Con quale supervisione? Con quali protocolli di integrazione? Con quale trasparenza verso i pazienti? Queste domande non le ha poste quasi nessuno.
Il CICAP ha fatto la sua parte, con il rigore che le compete. Ma il rigore scientifico, da solo, non costruisce una cultura della cura. Ci vuole anche la capacità di distinguere tra l'improvvisazione e la competenza, tra il ciarlatano e il professionista formato, tra la promessa miracolistica e l'accompagnamento onesto. E per fare questa distinzione, servono regole chiare, formazione seria, e — ancora — dialogo.
La Legge 4/2013 ha riconosciuto in Italia le professioni non organizzate in ordini, includendo le discipline del benessere. Non ha equiparato un naturopata a un medico: ha riconosciuto che esistono figure professionali che operano in uno spazio distinto, complementare, che risponde a bisogni reali delle persone. Il problema non è quella legge. Il problema è che, senza una regolamentazione più puntuale degli ambiti di intervento e dei protocolli di integrazione con la medicina convenzionale, si aprono spazi di ambiguità che nessuno dei soggetti in campo — né i professionisti del benessere né i medici né i pazienti — ha interesse a mantenere.
Ciò che emerge da questa vicenda,
al di là del frastuono, è un invito. Un invito a costruire — finalmente,
seriamente, con l'umiltà che la complessità richiede — un quadro di riferimento
condiviso in cui la medicina allopatica e le culture del benessere possano
dialogare senza che nessuna prevarica sull'altra.
Non si tratta di cedere al primo venuto che voglia curarsi con le cristalloterapie invece della chemioterapia. Si tratta di riconoscere che un paziente oncologico che pratica mindfulness, che riceve trattamenti di MTC tra un ciclo e l'altro di chemioterapia, che è seguito da un counselor olistico per la dimensione emotiva del percorso di cura, non è un paziente che rifiuta la scienza. È un paziente che chiede di essere curato nella sua integralità. E questa richiesta è legittima, umana, e sempre più documentata scientificamente.
L'Origin Program che porto avanti nei miei studi di Lomazzo e Buttrio nasce esattamente da questa visione: mai e poi mai in contrapposizione alla medicina tradizionale, ma in dialogo con essa. La Medicina Tradizionale Cinese, la Medicina Quantistica, il Counseling Olistico e la Mindfulness non sono rimedi magici: sono strumenti di lettura del benessere della persona — del suo Qi, del suo Shen, della sua capacità di rigenerazione — che si affiancano, con rispetto e rigore, a tutto ciò che la scienza medica ha conquistato in secoli di ricerca.
Il rumore di questi giorni passerà.
La domanda che stava sotto quel rumore, invece, è destinata a restare. E merita risposte più coraggiose di quelle che abbiamo sentito finora. Provare per credere.
www.paologbianchi.com | formazionezero.blogspot.com
© IPHM Paolo G. Bianchi

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