C’è un momento della notte in cui il silenzio non è più
riposo, ma diventa interrogazione. È quell’istante sospeso in cui molte donne,
soprattutto nella maturità biologica ed emotiva, aprono gli occhi senza sapere
perché. Non è un rumore a svegliarle, né un pensiero preciso: è come se il
corpo parlasse prima della mente.
“Il corpo non mente mai”, scriveva Wilhelm Reich, e forse mai come nel disturbo del sonno questa affermazione trova una risonanza così attuale.
Negli ultimi anni l’insonnia femminile è diventata una vera e propria soglia esistenziale più che un semplice disturbo funzionale.
Le neuroscienze parlano di alterazioni del ritmo circadiano,
la cronobiologia chiama in causa la secrezione irregolare di melatonina e
cortisolo, mentre la psicologia del profondo osserva come il sonno sia uno
spazio simbolico in cui l’inconscio cerca di riequilibrarsi, ma ridurre tutto a
una questione neurochimica sarebbe un errore epistemologico.
Come ricordava Gregory Bateson, “il problema non è mai in una singola parte del sistema, ma nelle relazioni tra le parti”.
La donna contemporanea vive una complessità di ruoli che
spesso si riflette in una frammentazione dei ritmi interni.
La Medicina Tradizionale Cinese descrive da millenni questo fenomeno attraverso il disequilibrio dello Shen, la dimensione psico-spirituale che risiede nel Cuore e che governa il sonno. Quando lo Shen non è ancorato, la mente vaga e il corpo resta in uno stato di veglia sottile. Nei testi classici si legge che “quando il Sangue è carente, lo Shen non ha dimora”, un’immagine potente che parla di radicamento, nutrimento e presenza.
Non è un caso che molte donne riferiscano risvegli notturni tra l’una e le tre, fascia oraria associata al Fegato secondo l’orologio energetico cinese. Il Fegato, organo della progettualità e della libera circolazione del Qi, risente profondamente delle emozioni trattenute. Confucio già osservava che “ciò che non viene espresso si imprime nel corpo”, anticipando di secoli le attuali ricerche sulla somatizzazione emotiva.
Anche la tradizione occidentale non è estranea a questa visione integrata. Hildegarda di Bingen descriveva il sonno come uno stato di armonia tra viriditas, la forza vitale, e l’anima razionale. Nei suoi scritti sottolineava come l’eccesso di pensiero e di calore interno potesse “asciugare” il riposo notturno, un’intuizione sorprendentemente vicina ai concetti moderni di iperarousal neurovegetativo.
La Scuola Medica Salernitana, nel Regimen Sanitatis, ammoniva: “Chi vuol dormire bene, viva con misura”, richiamando l’importanza dei ritmi, dell’alimentazione e dell’equilibrio emozionale.
Dal punto di vista endocrino, la fase peri- e post-menopausale rappresenta una transizione delicata. Il calo estrogenico influisce sulla termoregolazione, sull’umore e sulla qualità del sonno profondo.
Tuttavia, come ricorda la psicologa Carol Gilligan, “le transizioni non sono patologie, ma passaggi di identità”. Interpretare questi cambiamenti come segnali di riorganizzazione interna permette di accompagnarli invece di contrastarli.
La filosofia orientale offre una chiave ulteriore. Nel Dao
De Jing si legge che “il Tao agisce senza forzare”, suggerendo un approccio
non interventista ma regolativo. Forzare il sonno con strategie esclusivamente
sintomatiche rischia di aumentare la tensione interna.
È invece il riequilibrio globale dei sistemi a creare le condizioni perché il riposo emerga spontaneamente. Carl Gustav Jung affermava che “ciò a cui resistiamo persiste”, un monito prezioso anche in ambito clinico-energetico.
La pedagogia del corpo ci insegna che il sonno si educa. Maria Montessori parlava di “ritmi interiori” da rispettare fin dall’infanzia, e questa educazione ritmica diventa cruciale nell’età adulta, quando le richieste esterne tendono a colonizzare il tempo interno. Nella donna, questa colonizzazione spesso si accompagna a un eccesso di responsabilità emotiva, che si manifesta proprio nelle ore notturne, quando le difese coscienti si abbassano.
Dal punto di vista energetico, lavorare sul riequilibrio significa intervenire sui livelli profondi: sistema nervoso autonomo, campo bioenergetico, qualità del respiro e percezione corporea.
La MTC parlerebbe di tonificazione del Sangue e del Rene,
custode dell’energia ancestrale, mentre le moderne neuroscienze confermano come
pratiche di regolazione parasimpatica favoriscano l’accesso alle onde delta del
sonno profondo. “Il riposo non è inattività, ma rigenerazione”, scriveva Viktor
Frankl, ricordandoci che il recupero è un atto di senso.
Anche i testi spirituali cristiani offrono spunti rilevanti.
Nei Salmi si legge: “In pace mi corico e subito mi
addormento”, indicando una qualità di affidamento che oggi potremmo tradurre
come sicurezza interna. Sant’Agostino, nelle Confessioni, osservava che
l’inquietudine dell’anima precede quella del corpo, un’affermazione che dialoga
perfettamente con le attuali teorie psicosomatiche.
Negli ultimi studi post-2020 si parla sempre più di approccio integrato al benessere notturno, in cui la dimensione energetica, emotiva e relazionale viene considerata centrale. La donna non è un insieme di sintomi, ma un sistema complesso in trasformazione.
Come scrive Byung-Chul Han, “la stanchezza cronica è il
segno di un eccesso di prestazione”, e il sonno disturbato ne è spesso la prima
manifestazione.
Accompagnare queste donne significa offrire uno spazio di riascolto, in cui il corpo possa riappropriarsi dei propri tempi e la mente possa deporre il controllo. Il riequilibrio energetico, inteso come armonizzazione globale, diventa allora uno strumento privilegiato per sostenere il benessere generale, favorendo una qualità del riposo che non sia solo quantità di ore, ma profondità di rigenerazione.
Se senti che il tuo corpo ti sta parlando nelle ore notturne, forse è il momento di ascoltarlo davvero. Nei miei studi di Lomazzo e Buttrio accompagno percorsi di riequilibrio energetico personalizzati, pensati per sostenere le grandi transizioni della vita e ritrovare un benessere diffuso e duraturo. Il sonno, spesso, torna quando smettiamo di inseguirlo e iniziamo a prenderci cura di ciò che lo precede.

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