martedì 7 luglio 2026

IL DIALOGO NECESSARIO TRA PROFESSIONISTI: IL DONO DELLA RECIPROCITA'

 



C’è un momento, nella storia di ogni relazione di cura, in cui due voci si trovano davanti senza sapere ancora se parleranno la stessa lingua. Accade tra il professionista e il paziente, certo, ma accade anche, e forse più spesso di quanto si racconti, tra professionisti diversi: tra chi opera secondo i protocolli della medicina convenzionale e chi accompagna la persona attraverso percorsi di benessere complementari. Il rischio, in questi incontri, è sempre lo stesso: che il silenzio prenda il posto del dialogo, e che la diffidenza si travesta da rigore.

Lao Tzu, nel Tao Te Ching, scriveva che chi conosce non parla e chi parla non conosce — un monito alla prudenza, certo, ma non un invito al mutismo tra chi ha responsabilità di cura. La vera prudenza, semmai, sta nel parlare con misura, nel cercare la parola giusta prima del silenzio difensivo. Ed è proprio questa misura che oggi sembra mancare nel confronto pubblico tra approcci diversi al benessere della persona: da una parte chi rivendica l’esclusività del metodo scientifico, dall’altra chi si sente bollato come ciarlatano per il solo fatto di muoversi in territori meno cartografati dalla ricerca clinica standard nonostante, come in molti casi, vi abbia dedicato anni di studi e ricerche approfondite.

Se guardiamo alla storia della cura in Occidente, scopriamo che l’ integrazione tra saperi non è una moda contemporanea, ma una costante. La Scuola Medica Salernitana, già nel Medioevo, metteva in dialogo la tradizione greca, quella araba ed ebraica, in un crogiolo che oggi definiremmo multidisciplinare.

Hildegard von Bingen (che spesso cito anche per la mia personale affiliazione al mondo monastico benedettino), monaca e medico, scriveva di viriditas — la forza vitale verdeggiante che attraversa il corpo e la natura — unendo osservazione clinica, simbolismo spirituale e conoscenza delle piante in un sapere che non separava mai il corpo dall’anima. Erano epoche in cui la cura non temeva di essere plurale.

Anche la Medicina Tradizionale Cinese, nello Huangdi Neijing, non chiede al medico di scegliere un unico registro di lettura del corpo, ma di saper riconoscere il movimento dello Shen, lo spirito, insieme a quello del Qi, l’energia vitale, e del sangue. Il bravo medico, recita il testo, osserva ciò che non è ancora malattia: previene, accompagna, dialoga con il paziente prima ancora di intervenire. Questa attenzione preventiva e relazionale è precisamente ciò che le discipline bionaturali, quando esercitate con competenza e rispetto dei propri limiti, possono offrire in affiancamento, non in opposizione, ai percorsi della medicina convenzionale.

Carl Jung osservava che ciò che non viene reso cosciente si manifesta come destino esterno, come se l’inconscio, negato, trovasse comunque la via per emergere. Trasponendo questa intuizione al confronto tra approcci di cura, si potrebbe dire che ciò che non viene dialogato apertamente tra professionisti diversi non scompare: si trasforma in conflitto pubblico, in polarizzazione, in titoli di giornale che semplificano fino a deformare. Quando il confronto tra medicina convenzionale e discipline complementari si consuma solo nello spazio della polemica, perdono tutti: perde la persona che cerca un percorso di benessere autentico, perde la credibilità di chi lavora con serietà in entrambi i campi, perde la possibilità stessa di costruire un sapere condiviso.

Il dialogo richiede però due condizioni che raramente vengono nominate insieme: l’umiltà di chi opera nelle discipline bionaturali nel riconoscere i confini della propria competenza, e l’apertura di chi opera nella medicina convenzionale nel non liquidare come superstizione tutto ciò che non rientra nei propri protocolli abituali. Non si tratta di equiparare ogni pratica, né di abbassare il livello di rigore richiesto a chi si occupa della salute altrui: la formazione certificata, la trasparenza sui propri limiti operativi, il rispetto delle competenze mediche restano principi non negoziabili. Si tratta, piuttosto, di costruire ponti dove oggi esistono trincee.

Nella mia esperienza quotidiana presso i due studi di Lomazzo e Buttrio, il percorso Origin Program nasce proprio dal tentativo di tenere insieme registri diversi: la lettura energetica della Medicina Tradizionale Cinese, l’ascolto della Medicina Quantistica, l’accompagnamento del counseling olistico, la pratica della mindfulness. Nessuno di questi linguaggi pretende di sostituirsi alla diagnosi medica; ciascuno, semmai, prova ad abitare lo spazio che la sola diagnosi spesso non riesce a colmare: il vissuto della persona, la sua narrazione interiore, il bisogno di essere ascoltata oltre il sintomo.

È questo, in fondo, il senso più profondo del dialogo tra chi opera nel benessere: non la sovrapposizione confusa di competenze diverse, ma la capacità di riconoscere che la persona davanti a noi non è mai solo un corpo da trattare secondo un unico protocollo, né solo un’energia da riequilibrare secondo un’unica tradizione. È un intreccio, e come tale richiede più voci, capaci di parlarsi invece di sovrastarsi.

Lao Tzu insegnava che l’acqua, pur essendo la cosa più morbida, riesce a scavare la pietra più dura. Forse il dialogo tra discipline diverse funziona allo stesso modo: non con la forza dell’imposizione, ma con la costanza paziente dell’ascolto reciproco, capace nel tempo di erodere le rigidità che oggi sembrano incrinabili. È un lavoro lento, che non promette rivoluzioni immediate, ma che resta, a mio avviso, l’unica via realmente sostenibile per restituire al benessere della persona la complessità che merita.

Se desideri approfondire come un percorso integrato possa accompagnare il tuo personale cammino di benessere, ti aspetto presso i miei studi di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD) per un primo colloquio conoscitivo dedicato al percorso Origin Program.

IPHM Paolo G. Bianchi – tutti i diritti riservati


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