Il 7 luglio scorso Rai3 ha dedicato l'ultima puntata stagionale di «Che ci faccio qui» a Simona Atzori.
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Domenico Iannacone, con il garbo discreto che gli è proprio, ha intitolato l'episodio «La forma perfetta»: un titolo che è già, di per sé, una provocazione filosofica, perché applicato a una donna nata senza braccia rovescia immediatamente la domanda che il pubblico si aspetterebbe. Non «come si convive con un limite», ma «che cosa significa, davvero, essere completi». È da questa inversione di sguardo che vorrei ripartire, portando la vicenda di Simona Atzori dentro le categorie che da sempre orientano il mio lavoro: quelle della Medicina Tradizionale Cinese, della filosofia taoista, della psicologia junghiana e di quella sapienza medievale — monastica e salernitana — che ha saputo pensare il corpo come luogo di cura integrale prima ancora che come oggetto di misura clinica.
Milanese, nata nel 1974 da famiglia di origini sarde, Simona Atzori si avvicina alla pittura a quattro anni e alla danza classica a sei, sviluppando entrambe le discipline attraverso l'uso dei piedi. Si laurea in Arti Visive alla University of Western Ontario nel 2001, danza alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Torino 2006, si esibisce a Sanremo nel 2012 accanto al violinista David Garrett in una coreografia firmata Daniel Ezralow, e negli anni dona ritratti eseguiti di propria mano — anzi, di proprio piede — a più pontefici, gesto che i cronisti amano raccontare ma che, letto con altri occhi, dice qualcosa di più preciso: che l'arte, per lei, non è mai stata surrogato di un arto mancante, bensì linguaggio primario, scelto e non subìto. È lei stessa, in una recente intervista legata all'uscita della nuova edizione del suo libro Il sentiero della gioia, a ribadire che danza e pittura «non le ho scelte io: mi hanno scelto loro».
In Medicina Tradizionale Cinese la pianta del piede non è periferia del corpo, ma origine. È lì, nel punto Yongquan — la «Sorgente Zampillante», primo punto del meridiano del Rene — che secondo lo Huangdi Neijing il Qi del Cielo penetra e si radica nell'essere umano, incontrando il Jing, l'essenza ereditaria, e lo Zhi, la volontà, entrambi custoditi dal Rene. Rochat de la Vallée insiste su questo punto: il Rene è l'organo della radice, del sostegno strutturale, del fondamento su cui ogni altro movimento energetico può poggiare; e Maciocia, nei suoi Fondamenti, ricorda come uno Zhi ben radicato sia ciò che permette a una persona di attraversare l'avversità senza disperdersi.
Vista da questa prospettiva, la scelta — perché di scelta, appunto, si tratta — di Simona Atzori di fare dei piedi lo strumento primario della propria espressione non è compensazione di un vuoto, ma manifestazione insolitamente nitida di una verità fisiologica che la Medicina Cinese conosce da millenni: la forza vitale non nasce nelle mani, nasce nel radicamento a terra. Le braccia, in questa lettura, restano ciò che permettono di afferrare il mondo esterno; i piedi restano ciò che permette di reggersi nel mondo, di non cadere. Simona Atzori ha semplicemente fatto della radice anche la mano.
«I veri limiti sono negli occhi di chi guarda.»
Il capitolo quinto dello Zhuangzi, intitolato De Chong Fu — «Il sigillo della virtù completa» — raccoglie una serie di ritratti di uomini menomati o deformi: Wang Tai, mutilato di un piede, che pure raccoglie intorno a sé tanti discepoli quanti Confucio; Shushan Senza-Dita, che insegna al Maestro stesso qualcosa sulla vera pienezza. Il filo che li unisce è sempre lo stesso: la loro forma esteriore, giudicata incompleta dal mondo, non intacca minimamente la loro Te, la virtù interiore, che anzi risulta più visibile proprio perché non distratta da un involucro convenzionale. Zhuangzi non chiede al lettore di ammirare questi uomini nonostante la loro forma; chiede di riconoscere che la forma, quando è attraversata da un centro integro, smette semplicemente di essere il criterio con cui misurare una vita.
È difficile non pensare a questo passaggio guardando Simona Atzori raccontare, nell'intervista che ha accompagnato la nuova edizione del suo libro, come il proprio corpo non sia mai stato percepito come mancanza, ma come «ricchezza» — parola che userebbe volentieri anche un taoista del IV secolo a.C.
Il Tao Te Ching, nel suo undicesimo capitolo, offre un'immagine che vale la pena riportare qui nella sua struttura, prima ancora che nelle sue parole: trenta raggi condividono un solo mozzo, ma è il vuoto al centro a rendere utile la ruota; l'argilla viene plasmata in un vaso, ma è il vuoto interno a renderlo capace di contenere; si aprono porte e finestre in una casa, ma è il vuoto degli spazi vuoti a renderla abitabile. Laozi conclude che l'essere genera il vantaggio apparente, ma è il non-essere a generare l'utilità reale.
È una logica che ribalta il senso comune, ed è la stessa logica che, applicata a una biografia come quella di Simona Atzori, permette di leggere l'assenza delle braccia non come sottrazione ma come spazio generativo: il vuoto da cui, storicamente, sono nate una grammatica del movimento e una grafia pittorica che altrimenti non sarebbero mai esistite. Non si tratta di estetizzare la disabilità — Simona Atzori stessa, nelle interviste, rifiuta con chiarezza ogni retorica consolatoria — quanto di riconoscere che la forma di un'esistenza, in Oriente come in Occidente, non coincide mai perfettamente con la sua anatomia.
Carl Gustav Jung ha dedicato l'intera seconda metà della propria opera al processo di individuazione: il cammino attraverso cui una persona integra ciò che il mondo esterno giudicherebbe ombra, mancanza o ferita, trasformandolo in materiale costitutivo del Sé. Nella prospettiva junghiana la ferita non è mai soltanto un danno da rimarginare; è, potenzialmente, il punto esatto in cui la coscienza individuale entra in contatto con qualcosa di più ampio di sé. Simona Atzori — che nelle sue conferenze motivazionali parla apertamente di come i genitori abbiano scelto, fin dal primo giorno, di insegnarle a vivere «con» il proprio corpo e non «nonostante» esso — incarna con rara evidenza questo processo: non la negazione della ferita, ma la sua piena assunzione come principio organizzatore di un'identità coerente.
È un movimento che trova un'eco sorprendente anche in Hildegard von Bingen, la badessa e medico del XII secolo che ha fatto della viriditas — la forza verdeggiante, la spinta vitale che fiorisce indipendentemente dalle condizioni esterne — il cardine della propria visione dell'essere umano sano. Per Hildegard, come per la Scuola Medica Salernitana che le è pressoché contemporanea, il benessere non coincide con l'assenza di limite, ma con la capacità dell'organismo — e dell'anima che lo abita — di mantenere il proprio equilibrio, il proprio giusto moto, qualunque sia la forma di partenza.
«Senza braccia non hai equilibrio», ha detto una volta Simona Atzori, «ma ne ho trovato uno mio: ho spostato il baricentro». È, in una frase, l'intera dottrina salernitana dell'equilibrio applicata a un corpo che ha dovuto reinventarne i punti d'appoggio.
Amo ripetere, nei miei articoli e nei miei studi, che l'acqua che non corre, fete. È un proverbio napoletano che uso per parlare del Qi che ristagna, del Fegato che si blocca, delle emozioni trattenute che finiscono per intossicare l'organismo intero.
La vicenda di Simona Atzori ne è, in un certo senso, l'illustrazione più luminosa: un'energia vitale che, invece di arrestarsi davanti alla forma che il corpo le ha imposto alla nascita, ha trovato — nei piedi, nella pianta che tocca terra e da lì risale — un canale alternativo attraverso cui continuare a scorrere. Non stagnazione, ma deviazione feconda. È esattamente ciò che, nella pratica clinica e di counseling, cerco di restituire alle persone che incontro nei miei studi: non la promessa di eliminare il limite, ma la possibilità di trovare — o ritrovare — il punto da cui la propria acqua può tornare a scorrere.
Nella pratica dell'Origin Program — l'offerta integrativa che porto avanti nei miei studi di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD), tra Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness — incontro spesso persone convinte che il proprio benessere dipenda dal colmare una mancanza. La vicenda di Simona Atzori insegna il contrario: il radicamento non nasce da ciò che si possiede, ma dal modo in cui si abita ciò che si è.
Bibliografia
I libri di Simona:
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