Visualizzazione post con etichetta formazionezero. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta formazionezero. Mostra tutti i post

venerdì 16 ottobre 2026

L' orecchio del Rene: un vinile vi soccorrerà!

  



Il vinile come porta d'ascolto profondo, tra soglia domestica e radicamento dello Shen

C'è un momento, in autunno, in cui la casa smette di essere solo riparo e torna a essere rifugio. Le giornate si accorciano, i ritmi rallentano, e in molti sentono il bisogno di un gesto che li riporti dentro il corpo: estrarre un disco dalla custodia, posarlo sul piatto, accompagnare la puntina nel solco con la mano che trema appena. Non è nostalgia. È la ricerca, spesso inconsapevole, di un ascolto che non scorra via come le mille schede di uno schermo, ma resti, si depositi, faccia sedimento.

In Medicina Tradizionale Cinese l'orecchio non è un organo isolato: il Suwen insegna che il Rene “si apre” nell'orecchio, e che la qualità dell'udito riflette la ricchezza del Jing, l'essenza profonda che ci portiamo dalla nascita. Ascoltare bene, dunque, non è solo funzione sensoriale: è segno di radicamento, di un'energia ancestrale che non si è dispersa negli anni. Un orecchio che sa fermarsi su un suono, senza saltare al successivo, racconta una persona che ha ancora accesso alla propria profondità.

Il filosofo taoista Zhuangzi, nel capitolo sul “digiuno del cuore” (xin zhai), distingue tre livelli di ascolto. Il primo è l'ascolto dell'orecchio, che raccoglie suoni ma non li trattiene. Il secondo è l'ascolto della mente, che interpreta, giudica, confronta: è già un passo più vicino alla presenza, ma resta legato al pensiero. Il terzo è l'ascolto del Qi, uno stato di vuoto ricettivo in cui non si cerca più di capire il suono, ma ci si lascia attraversare da esso. È a questo terzo livello che allude, senza saperlo, chi si siede davanti al giradischi e lascia che il rumore di fondo, il fruscio, l'imperfezione del vinile diventino parte dell'esperienza invece che disturbo da eliminare.

Ascoltare, nel senso più antico del termine, non è funzione dell'orecchio soltanto: è la mente che si fa vuota per lasciarsi attraversare.

Il mobile che isola il giradischi dalle vibrazioni del pavimento, la poltrona con lo schienale basso pensata per non deviare il suono, la lampada che ritaglia un cono di luce calda lasciando il resto della stanza in penombra: ogni elemento di questa composizione domestica funziona, in termini energetici, come un confine vivo. È lo stesso principio che regola il Wei Qi, l'energia difensiva che in Medicina Tradizionale Cinese veglia sulla superficie del corpo e ne filtra gli scambi con l'esterno. Un angolo d'ascolto ben costruito replica in scala minore questa funzione: filtra il rumore del mondo, protegge il corpo che ascolta, e permette allo Shen — lo spirito, la mente cosciente che secondo la tradizione risiede nel Cuore — di posarsi invece di restare in superficie, disperso tra mille stimoli.

Non è un caso che la conservazione verticale dei dischi, la disposizione ordinata delle copertine, il gesto ripetuto di sfogliare una collezione richiamino un altro principio caro alla Scuola Medica Salernitana: la cura del proprio ambiente come parte della cura di sé. Il Regimen Sanitatis Salernitanum, secoli prima della neuroscienza contemporanea, ricordava che l'ordine intorno al corpo sostiene l'ordine dentro il corpo. Un archivio di vinili curato non è dunque un vezzo estetico, ma un piccolo esercizio quotidiano di manutenzione interiore.

Il paradosso della fruizione digitale è che promette infinita disponibilità e produce, spesso, il suo opposto: un ascolto che scivola via senza lasciare traccia, una playlist che scorre mentre la mente è altrove, occupata a fare tre cose insieme. È l'immagine, cara a questa rubrica, dell'acqua che non corre e fete: un flusso che sembra continuo ma che, privo di direzione e di sosta, ristagna invece di nutrire. Il rito del vinile inverte la logica: rallenta il flusso apposta, lo rende scarso e prezioso — un lato per volta, venti minuti per volta — e proprio in questa scarsità restituisce all'ascolto la capacità di nutrire, di lasciare deposito, di far crescere quella che Ildegarda di Bingen chiamava viriditas, la forza verde e vitale che anima ciò che è curato con attenzione.

Carl Gustav Jung avrebbe forse riconosciuto in questo gesto un piccolo atto di individuazione: non l'accumulo compulsivo di stimoli, ma la scelta consapevole di un oggetto, di un tempo, di un rito che appartiene solo a chi lo compie. In un'epoca che spinge verso la dispersione, ritagliarsi un angolo della casa dedicato all'ascolto profondo è una forma di resistenza gentile — e, in fondo, di cura.

Un lato per volta, venti minuti per volta: nella scarsità del rito, l'ascolto torna a nutrire invece di scorrere via.

Se anche a te capita di sentire che il rumore del mondo entra in casa senza filtro, che l'attenzione scivola prima ancora di posarsi, il percorso Origin Program nasce proprio per ricostruire — con strumenti di Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness — quella capacità di ascolto profondo che ogni giorno rischiamo di perdere.

Ti aspettiamo negli studi di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD) per un primo colloquio conoscitivo: a volte basta un'ora di ascolto vero per ricordare come si fa.

Bibliografia

G. Maciocia, The Foundations of Chinese Medicine, Elsevier.

Zhuangzi, Nan Hua Jing, cap. IV (“Il mondo degli uomini”), trad. it. varie.

C.G. Jung, Opere, in particolare i volumi dedicati al processo di individuazione.

Hildegard von Bingen, Physica e Scivias, sul concetto di viriditas.

Scuola Medica Salernitana, Regimen Sanitatis Salernitanum.

Recording Industry Association of America (RIAA), Year-End Music Industry Revenue Report 2023: il vinile supera per il secondo anno consecutivo le vendite di CD negli Stati Uniti.

Tesi di laurea, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2024-2025: progettazione di un sistema per la ritualità dell'ascolto in vinile, tra gesto, materia e memoria.

Atelier Article, “The Return of Physical Media: Books, Records & Rituals”, su rituali quotidiani e ritorno al fisico nella cultura digitale contemporanea.

venerdì 17 luglio 2026

Simona Atzori e la radice che sale dai piedi: LA FORMA PERFETTA

 

 
Il 7 luglio scorso Rai3 ha dedicato l'ultima puntata stagionale di «Che ci faccio qui» a Simona Atzori. 
 
<https://www.raiplay.it/video/2026/07/Che-ci-faccio-qui---La-forma-perfetta---Puntata-del-07072026-f16b49d6-1166-4ff5-b469-10b4469d2cde.html>
 
Domenico Iannacone, con il garbo discreto che gli è proprio, ha intitolato l'episodio «La forma perfetta»: un titolo che è già, di per sé, una provocazione filosofica, perché applicato a una donna nata senza braccia rovescia immediatamente la domanda che il pubblico si aspetterebbe. Non «come si convive con un limite», ma «che cosa significa, davvero, essere completi». È da questa inversione di sguardo che vorrei ripartire, portando la vicenda di Simona Atzori dentro le categorie che da sempre orientano il mio lavoro: quelle della Medicina Tradizionale Cinese, della filosofia taoista, della psicologia junghiana e di quella sapienza medievale — monastica e salernitana — che ha saputo pensare il corpo come luogo di cura integrale prima ancora che come oggetto di misura clinica.
 
 
Milanese, nata nel 1974 da famiglia di origini sarde, Simona Atzori si avvicina alla pittura a quattro anni e alla danza classica a sei, sviluppando entrambe le discipline attraverso l'uso dei piedi. Si laurea in Arti Visive alla University of Western Ontario nel 2001, danza alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Torino 2006, si esibisce a Sanremo nel 2012 accanto al violinista David Garrett in una coreografia firmata Daniel Ezralow, e negli anni dona ritratti eseguiti di propria mano — anzi, di proprio piede — a più pontefici, gesto che i cronisti amano raccontare ma che, letto con altri occhi, dice qualcosa di più preciso: che l'arte, per lei, non è mai stata surrogato di un arto mancante, bensì linguaggio primario, scelto e non subìto. È lei stessa, in una recente intervista legata all'uscita della nuova edizione del suo libro Il sentiero della gioia, a ribadire che danza e pittura «non le ho scelte io: mi hanno scelto loro». 
 
In Medicina Tradizionale Cinese la pianta del piede non è periferia del corpo, ma origine. È lì, nel punto Yongquan — la «Sorgente Zampillante», primo punto del meridiano del Rene — che secondo lo Huangdi Neijing il Qi del Cielo penetra e si radica nell'essere umano, incontrando il Jing, l'essenza ereditaria, e lo Zhi, la volontà, entrambi custoditi dal Rene. Rochat de la Vallée insiste su questo punto: il Rene è l'organo della radice, del sostegno strutturale, del fondamento su cui ogni altro movimento energetico può poggiare; e Maciocia, nei suoi Fondamenti, ricorda come uno Zhi ben radicato sia ciò che permette a una persona di attraversare l'avversità senza disperdersi. 
 
Vista da questa prospettiva, la scelta — perché di scelta, appunto, si tratta — di Simona Atzori di fare dei piedi lo strumento primario della propria espressione non è compensazione di un vuoto, ma manifestazione insolitamente nitida di una verità fisiologica che la Medicina Cinese conosce da millenni: la forza vitale non nasce nelle mani, nasce nel radicamento a terra. Le braccia, in questa lettura, restano ciò che permettono di afferrare il mondo esterno; i piedi restano ciò che permette di reggersi nel mondo, di non cadere. Simona Atzori ha semplicemente fatto della radice anche la mano. «I veri limiti sono negli occhi di chi guarda.» 
 
Il capitolo quinto dello Zhuangzi, intitolato De Chong Fu — «Il sigillo della virtù completa» — raccoglie una serie di ritratti di uomini menomati o deformi: Wang Tai, mutilato di un piede, che pure raccoglie intorno a sé tanti discepoli quanti Confucio; Shushan Senza-Dita, che insegna al Maestro stesso qualcosa sulla vera pienezza. Il filo che li unisce è sempre lo stesso: la loro forma esteriore, giudicata incompleta dal mondo, non intacca minimamente la loro Te, la virtù interiore, che anzi risulta più visibile proprio perché non distratta da un involucro convenzionale. Zhuangzi non chiede al lettore di ammirare questi uomini nonostante la loro forma; chiede di riconoscere che la forma, quando è attraversata da un centro integro, smette semplicemente di essere il criterio con cui misurare una vita. 
 
È difficile non pensare a questo passaggio guardando Simona Atzori raccontare, nell'intervista che ha accompagnato la nuova edizione del suo libro, come il proprio corpo non sia mai stato percepito come mancanza, ma come «ricchezza» — parola che userebbe volentieri anche un taoista del IV secolo a.C. Il Tao Te Ching, nel suo undicesimo capitolo, offre un'immagine che vale la pena riportare qui nella sua struttura, prima ancora che nelle sue parole: trenta raggi condividono un solo mozzo, ma è il vuoto al centro a rendere utile la ruota; l'argilla viene plasmata in un vaso, ma è il vuoto interno a renderlo capace di contenere; si aprono porte e finestre in una casa, ma è il vuoto degli spazi vuoti a renderla abitabile. Laozi conclude che l'essere genera il vantaggio apparente, ma è il non-essere a generare l'utilità reale. 
 
È una logica che ribalta il senso comune, ed è la stessa logica che, applicata a una biografia come quella di Simona Atzori, permette di leggere l'assenza delle braccia non come sottrazione ma come spazio generativo: il vuoto da cui, storicamente, sono nate una grammatica del movimento e una grafia pittorica che altrimenti non sarebbero mai esistite. Non si tratta di estetizzare la disabilità — Simona Atzori stessa, nelle interviste, rifiuta con chiarezza ogni retorica consolatoria — quanto di riconoscere che la forma di un'esistenza, in Oriente come in Occidente, non coincide mai perfettamente con la sua anatomia. 
 
Carl Gustav Jung ha dedicato l'intera seconda metà della propria opera al processo di individuazione: il cammino attraverso cui una persona integra ciò che il mondo esterno giudicherebbe ombra, mancanza o ferita, trasformandolo in materiale costitutivo del Sé. Nella prospettiva junghiana la ferita non è mai soltanto un danno da rimarginare; è, potenzialmente, il punto esatto in cui la coscienza individuale entra in contatto con qualcosa di più ampio di sé. Simona Atzori — che nelle sue conferenze motivazionali parla apertamente di come i genitori abbiano scelto, fin dal primo giorno, di insegnarle a vivere «con» il proprio corpo e non «nonostante» esso — incarna con rara evidenza questo processo: non la negazione della ferita, ma la sua piena assunzione come principio organizzatore di un'identità coerente. 
 
È un movimento che trova un'eco sorprendente anche in Hildegard von Bingen, la badessa e medico del XII secolo che ha fatto della viriditas — la forza verdeggiante, la spinta vitale che fiorisce indipendentemente dalle condizioni esterne — il cardine della propria visione dell'essere umano sano. Per Hildegard, come per la Scuola Medica Salernitana che le è pressoché contemporanea, il benessere non coincide con l'assenza di limite, ma con la capacità dell'organismo — e dell'anima che lo abita — di mantenere il proprio equilibrio, il proprio giusto moto, qualunque sia la forma di partenza. 
 
«Senza braccia non hai equilibrio», ha detto una volta Simona Atzori, «ma ne ho trovato uno mio: ho spostato il baricentro». È, in una frase, l'intera dottrina salernitana dell'equilibrio applicata a un corpo che ha dovuto reinventarne i punti d'appoggio. Amo ripetere, nei miei articoli e nei miei studi, che l'acqua che non corre, fete. È un proverbio napoletano che uso per parlare del Qi che ristagna, del Fegato che si blocca, delle emozioni trattenute che finiscono per intossicare l'organismo intero. 
 
La vicenda di Simona Atzori ne è, in un certo senso, l'illustrazione più luminosa: un'energia vitale che, invece di arrestarsi davanti alla forma che il corpo le ha imposto alla nascita, ha trovato — nei piedi, nella pianta che tocca terra e da lì risale — un canale alternativo attraverso cui continuare a scorrere. Non stagnazione, ma deviazione feconda. È esattamente ciò che, nella pratica clinica e di counseling, cerco di restituire alle persone che incontro nei miei studi: non la promessa di eliminare il limite, ma la possibilità di trovare — o ritrovare — il punto da cui la propria acqua può tornare a scorrere. 
 
Nella pratica dell'Origin Program — l'offerta integrativa che porto avanti nei miei studi di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD), tra Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness — incontro spesso persone convinte che il proprio benessere dipenda dal colmare una mancanza. La vicenda di Simona Atzori insegna il contrario: il radicamento non nasce da ciò che si possiede, ma dal modo in cui si abita ciò che si è. 
 
Bibliografia 
 
I libri di Simona: 
  • Cosa ti manca per essere felice? (Edito da Mondadori): 
  •  Dopo di te (Edito da Mondadori) 
  • La strada nuova. Diventare protagonisti della propria vita
  •  

     

  •  D. Iannacone, «Che ci faccio qui – La forma perfetta», Rai3, puntata del 7 luglio 2026, prod. Indigo Stories. 
  • S. Atzori, Il sentiero della gioia, nuova edizione ampliata 2012–2026. — Intervista a S. Atzori, in Quotidiano Nazionale Luce, 29 maggio 2026. 
  •  E. Rochat de la Vallée, Il corpo dell'uomo. Fisiologia e Medicina Cinese secondo lo Huangdi Neijing, Jaca Book, rist. 2021
  • G. Maciocia, I fondamenti della Medicina Cinese, III ed., Edra, 2021. 
  •  Zhuangzi, Il vero libro di Nan-hua (Zhuangzi), cap. V «De Chong Fu — Il sigillo della virtù completa», trad. it., Adelphi, rist. 2021. 
  •  Laozi, Tao Te Ching, cap. XI, ed. it. a cura di vari curatori, 2020. 
  •  C.G. Jung, L'uomo e i suoi simboli, ed. it. 2021. 
  •  Hildegard von Bingen, Physica. Il libro delle creature, ed. it. 2022. 
  •  Scuola Medica Salernitana, Regimen sanitatis Salernitanum, ed. commentata 2020. 
  •  
    © 2026 IPHM Paolo G. Bianchi — Formazionezero. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione, anche parziale, senza citazione della fonte e link all'articolo originale su formazionezero.blogspot.com.

    venerdì 20 marzo 2026

    19 ANNI DI FORMAZIONEZERO, IL BLOG DEL TUO BEN-ESSERE



    E se ripartire da zero fosse stata la scelta più giusta di tutte?

    Il 4 marzo 2007 nasceva Formazionezero. Non come un semplice blog, ma come un atto di rottura. Un piccolo esperimento, quasi una provocazione: mettere in discussione il modo tradizionale di fare formazione e crescita personale e riportarlo a ciò che davvero conta — le persone.

    Allora scrivevo di dialogo, di autenticità, di relazioni che venivano prima dei contenuti. Scrivevo della necessità di uscire da aule sterili, da modelli preconfezionati, da una formazione che troppo spesso parlava alle persone invece che con le persone.

    Oggi, guardandomi indietro, posso dire che quella non era solo un’idea. Era una direzione.

    In questi anni il percorso si è ampliato, approfondito, strutturato. Sono nati metodi, approcci, strumenti. Sono arrivate certificazioni, esperienze sul campo, collaborazioni. La formazione si è intrecciata con il lavoro sul corpo, con la consapevolezza, con le discipline olistiche e con una visione sempre più integrata della persona.

    Nel tempo, questo cammino si è arricchito anche grazie all’incontro con la Medicina Tradizionale Cinese, che mi ha offerto una chiave di lettura profonda dei processi energetici, delle dinamiche tra equilibrio e disequilibrio, e del legame inscindibile tra corpo, mente ed emozioni.

    Accanto a questo, l’esplorazione della medicina quantistica ha aperto nuovi spazi di riflessione: un modo diverso di osservare l’essere umano, non più solo come struttura fisica, ma come sistema complesso di informazioni, frequenze e possibilità. Un terreno di ricerca che ha influenzato profondamente il mio modo di intendere la formazione, portandola oltre il livello cognitivo e rendendola sempre più esperienziale e trasformativa.

    Ma soprattutto, non si è mai fermato il lavoro di divulgazione.

    Dalle pagine di questo blog alle riviste scientifiche e di settore. Dalle aule alle conferenze. Dagli incontri individuali ai percorsi di gruppo. Un filo rosso ha sempre tenuto insieme tutto: il desiderio di creare consapevolezza, di stimolare riflessione, di generare cambiamento reale.

    Formazionezero è rimasto un laboratorio. Forse oggi più di prima.

    Un luogo dove le idee non sono mai definitive. Dove ogni esperienza diventa materiale vivo. Dove la formazione non è un prodotto, ma un processo in continua evoluzione.

    Ripartire da zero, oggi, non significa cancellare ciò che è stato. Significa avere il coraggio di rimetterlo in gioco. Di aggiornarlo. Di metterlo in discussione ancora una volta.

    Perché la crescita non è mai lineare. È fatta di cicli. E ogni nuovo ciclo, in fondo, è un nuovo “zero”.

    Se sei arrivato qui, forse anche tu stai cercando un modo diverso di guardare al tuo lavoro, alle relazioni, alla tua evoluzione personale.

    Ti invito a non restare spettatore.

    Leggi, commenta, condividi il tuo punto di vista. Porta la tua esperienza. Partecipa agli incontri, agli eventi, ai percorsi che continuo a creare e proporre.

    Perché Formazionezero non è mai stato “mio”.

    È sempre stato — e continua ad essere — uno spazio di confronto.

    E le idee migliori nascono sempre da lì:
    da uno zero condiviso.

     

    qui puoi leggere il primo post

    https://formazionezero.blogspot.com/2007/03/