Perché il burnout non si scioglie sotto l'ombrellone
Riflessioni tra Medicina Tradizionale Cinese, ascolto di sé e vita quotidiana
Ogni anno, verso la fine dell'estate, sento ripetere la stessa frase, con sfumature diverse ma identica speranza: «Tornerò riposato, vedrai, sarà tutta un'altra vita». E ogni anno, verso metà settembre, arriva puntuale la disillusione: la stanchezza che sembrava sciolta dal sole e dal mare si ripresenta, spesso in pochi giorni, a volte nel giro di poche ore dal rientro in ufficio. Non è un caso, e non è nemmeno una questione di «vacanza sbagliata» o di destinazione poco rilassante. È che il burnout, per come lo intendiamo oggi, non è una condizione che si risolve con un cambio di scenario. È un esaurimento profondo, strutturale, che riguarda il modo in cui una persona abita la propria vita — e nessun ombrellone, per quanto ben piazzato, può riscrivere quell'abitare in due settimane.
Ci tengo a essere chiaro fin da subito: non sto dicendo che la vacanza sia inutile. Fermarsi, cambiare ritmo, sottrarsi per un periodo alle richieste quotidiane sono gesti preziosi, e li sostengo sempre nel mio lavoro di accompagnamento. Il punto è un altro: la vacanza agisce sui sintomi superficiali dell'esaurimento, non sulla sua radice. È come annaffiare le foglie di una pianta che soffre per le radici: per qualche giorno sembra rinvigorita, poi l'appassimento riprende, spesso più rapido di prima, perché nel frattempo la persona ha anche costruito l'illusione di essere guarita, e questo la rende meno vigile verso i segnali che il corpo continuava a mandare.
Nella lettura della Medicina Tradizionale Cinese, ciò che in Occidente chiamiamo burnout trova una descrizione più antica e, a mio avviso, più precisa: un progressivo esaurimento dello Yin di Rene, l'energia profonda che sostiene la resistenza dell'organismo nel tempo, unito a un affaticamento dello Shen, lo Spirito che risiede nel Cuore e che governa la lucidità, la presenza mentale, la capacità di sentirsi radicati nella propria vita.
Quando lo Yin di Rene si assottiglia, la persona non è semplicemente stanca: è esaurita in un modo che il sonno non ripara del tutto. E quando lo Shen è disturbato, compaiono irrequietezza, difficoltà a concentrarsi, un senso di distacco da se stessi che spesso la persona fatica persino a raccontare, perché non lo riconosce come malattia — lo scambia per un difetto di carattere, per pigrizia, per mancanza di motivazione.
Un organismo che accumula tensione senza mai trovare un vero canale di scarico — non un'interruzione, ma un cambiamento reale nel modo di scorrere — ristagna, e ciò che ristagna, prima o poi, comincia a corrompersi. La vacanza, in questo senso, è spesso vissuta come una diga temporanea: blocca il flusso delle richieste esterne, ma non modifica il modo in cui l'acqua interna continua a muoversi, o a non muoversi, una volta riaperta la diga.
Il burnout non si cura fermando la vita per due settimane: si cura imparando ad abitarla in modo diverso.
Molte persone che seguo mi raccontano un fenomeno che, a un primo sguardo, sembra paradossale: il rientro dalle vacanze è più duro della partenza. La spiegazione, dal punto di vista energetico, è piuttosto lineare.
Durante la pausa, il sistema nervoso si concede una tregua parziale, l'attenzione si allenta, il Fegato — che nella lettura della MTC governa lo scorrere fluido del Qi e la gestione delle emozioni — trova un momentaneo respiro.
Se però le condizioni che avevano generato il ristagno restano identiche — gli stessi ritmi, le stesse aspettative, la stessa assenza di confini tra sé e le richieste altrui — il corpo si ritrova a dover richiudere in pochi giorni un varco che si era appena aperto. Questo richiudersi brusco è spesso più faticoso dell'apertura stessa, ed è la ragione per cui tanti si sentono, contro-intuitivamente, più svuotati al rientro che prima di partire.
Il vero lavoro sul burnout, quindi, non riguarda il calendario delle ferie: riguarda la qualità della relazione quotidiana che una persona intrattiene con il proprio tempo, il proprio corpo, i propri limiti.
È un lavoro che nel mio percorso Origin affronto integrando counseling olistico, ascolto energetico secondo i principi della MTC e pratiche di mindfulness, perché nessuno di questi strumenti, da solo, è sufficiente: il counseling apre lo spazio della consapevolezza, la MTC lavora sulla radice energetica del ristagno, la mindfulness insegna a sostenere nel tempo quotidiano ciò che si è compreso nello spazio protetto della seduta.
Se dovessi sintetizzare in una sola indicazione il lavoro che propongo a chi arriva da me esausto, sarebbe questa: non si tratta di riposare di più, ma di costruire diversamente. Riposare è necessario ma non basta, perché il riposo, da solo, non modifica la struttura delle abitudini, delle richieste, dei confini che hanno generato lo squilibrio.
Costruire, invece, significa individuare — spesso con pazienza, spesso per piccoli passi — dove il Qi ristagna nella vita quotidiana, e cominciare a far scorrere di nuovo quell'acqua, non per due settimane a Ferragosto, ma nel tessuto ordinario dei giorni.
Questo non significa rinunciare alla vacanza, né sminuirne il valore. Significa restituirle il suo giusto posto: una parentesi preziosa, non una cura. Il vero benessere — quello che a Lomazzo e a Buttrio accompagno con l'approccio integrativo del Programma Origin — nasce dal lavoro lento e costante sul modo in cui si abita la propria vita ogni giorno, non dal tentativo, per quanto legittimo, di ripararla in fretta due settimane l'anno.
Riferimenti bibliografici
Maciocia G., La psiche in Medicina Cinese, Edra, 2021.
Rochat de la Vallée É., Il corpo e i suoi ritmi in Medicina Cinese, Jaca Book, 2022.
Kabat-Zinn J., Riscoprire la mente attraverso il corpo, Corbaccio, nuova edizione 2023.
Se ti riconosci in queste righe, il Programma Origin ti accompagna con un percorso integrativo di Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness.
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© Paolo G. Bianchi — IPHM, Prof. Disc. L. 4/13







