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martedì 17 marzo 2015

Ti vedo, l'aiuto che a distanza diventa concreto

"Ti vedo" così esprimevano il loro affetto i personaggi del noto film "Avatar". Vedere è un principio vitale e l'esperienza del vedere è indispensabile per la vita di tutti i giorni. Ricordo sempre con affetto e nostalgia la bellissima esperienza con i ciechi (così volevano essere definiti) del Centro di Lugano i quali hanno partecipato con entusiasmo a un mio Samurai Lab

Oggi, è una notizia recentissima, sono i cellulari ad entrare in azioni per aiutare i non vedenti. Come? Con una semplice app.
"Il funzionamento è semplicissimo: si scarica la app, ci si registra inserendo il proprio nome, la propria mail, la propria categoria di appartenenza (se si è un non vedente o un volontario vedente) e le lingue che si parlano, si accettano le condizioni e si è pronti al primo utilizzo. A questo punto, quando chi non vede ha bisogno di aiuto apre la app, clicca su connetti, e viene stabilita una connessione audio-video col primo volontario disponibile. Il volontario, grazie alla fotocamera del telefono, vede dove si trova la persona non vedente e che cosa sta facendo, e può così aiutarla come se le due persone fossero insieme, dando indicazioni, istruzioni, dicendo dove spostarsi".

Sostengo da sempre che le tecnologie debbano aiutare l'uomo a vivere meglio. Questa tecnologia mi piace in modo particolare perchè resta "umana" e fa leva sul senso della solidarietà: mette in contatto chi ha bisogno di aiuto con chi si propone di rendersi utile. Cosa ci può essere di più straordinario di due persone che non si conoscono, ma che entrano in contatto a distanza anche solo per schiacciare il pulsante di un citofono? Questi sono i miracoli di oggi.

mercoledì 21 gennaio 2015

Dal grande al piccolo: e non sappiamo più guardare


L’articolo che vi propongo oggi di leggere è tratto da Corriere Club Della Lettura e ci porta a riflettere su un semplice fatto: sappiamo ancora osservare? A quanto pare no e le nuove tecnologie ne sono complici.
Sebbene gli schermi di cinema e televisione siano sempre più grandi è sotto gli occhi di tutti che smartphone e i tablet, con le dimensione ridotte dei loro schermi, ci portano a perdere un terzo della nostra capacità di osservazione di 140° che la natura ci ha donato. Se apparentemente questo non sembra essere un problema lo diventa se analizzato dal punto di vista antropologico: guardare sempre più in piccolo ci chiude in noi stessi e ci impedisce quel fattore importante che è la condivisione della visione. Avete mai provato a guardare un video sul vostro cellulare in gruppo? La maggior parte dei dettagli viene completamente persa e rimane solo una sintesi del tutto: l’azione. Molti ora diranno che questo è un bene: focalizzarsi sul succo del contenuto risparmia tempo. Peccato che la capacità di osservazione a spettro più ampio permetta di osservare e quindi di considerare fatti e situazioni in contesti più ampi, più completi. E’ proprio grazie ai dettagli che riusciamo ad ottenere maggiori informazioni per risolvere qualsisi tipo di problema.

Addestrarci ad osservare nel piccolo ci abitua, come evidenziato nell’articolo, a focalizzare lo sguardo solo su pochi aspetti che, pur fondamentali, rendono la capacità di elaborazione parziale. Aprire lo sguardo, quindi, significa aprire la mente, avere idee più elaborate, sapere vedere oltre noi stessi e comunicare quindi in modo più appropriato ed efficace. Impariamo di nuovo a osservare a 140° e forse vedremo anche le verità che ci si prospettano con nuovi occhi e, grazie a questo, saremo più liberi.

lunedì 28 luglio 2014

Quando la medicina è arte

Vi sono barriere apparentemente insormontabili e sono quelle sulle quali costruiamo i nostri preconcetti. Ogni scienza, arte o disciplina ne è piena, ma spetta sempre a noi, con i nostri gesti e la nostra anima, abbassare queste barriere e lasciare che il vero spirito dell'uomo possa emergere dando risultati per tutti e soprattutto umanizzando i processi nei quali siamo coinvolti.

La medicina è un'arte in cui un corpo parla e quando segnala il malessere, un altro corpo, quello del medico, interviene per aiutarlo nel processo di guarigione.
Tante volte ci immaginiamo macchinari complessi, tecnologie all’avanguardia, ma il primo passo verso la comprensione della malattia è sempre fatto da cose semplici, dal dialogo, da gesti sapienziali come auscultare o controllare il battito cardiaco appoggiando le dita sul polso...non sto sminuendo tutta la complessità moderna che ci aiuta a guarire, ma sto sottolineando, come potete leggere in questo articolo l’importanza di quei piccoli gesti che rendono umana la paura dello star male e accrescono in noi la speranza o ci aiutano a superare le difficoltà. Questa è l'arte medica: un'arte in cui si parla col cuore e si ascolta con l'anima e che fa ancora sentire l'uomo come tale.

Grazie a tutti quei medici che vivono ancora la loro professione in questo modo e che la sentono tale nel loro cuore: sono gli ultimi missionari di un sapere che ci dice che viviamo tutti avvolti nel grande mistero, quello della vita. 

mercoledì 30 aprile 2014

Ore 18: stacco dalla mail


Stavolta la Francia ci ha battuto. E' stato sindacalmente sancito che dopo le 18 nessun dipendente è costretto a rispondere alle mail su tablet e simili.
La notizia è stata definita "rivoluzione francese" perchè impone la non reperibilità dopo un certo orario e quindi la libertà di gestire la propria vita al meglio, senza lo stress della “mancata risposta”. Certo i maniaci dell'essere sempre indispensabili ne verranno colpiti, ma credo sia un modo per renderci conto che non si vive di solo lavoro e il fatto di essere in un periodo di crisi, tra tagli e diminuzioni di personale, non significa che chi lavora debba essere schiavizzato.
E’ un richiamo al quel sano equilibrio che tutti dovremmo coltivare e difendere ogni giorno.
Per quanto mi riguarda il rispondere al telefono o alle mail dopo le 18 non è un problema: molti dei miei clienti riescono a contattarmi proprio dopo quell'ora, quando smesso il lavoro cominciano a pensare a se stessi, alla loro crescita personale, al loro benessere. A loro dico "non preoccupatevi" perchè da sempre ritaglio i miei tempi personali in altre ore della giornata e, rispettando le loro abitudini e il valore che danno a questi momenti, possono continuare a trovarmi anche se condivido la scelta francese di un sano silenzio dopo una certa ora.

lunedì 16 dicembre 2013

Google, il miglior posto di lavoro al mondo


“Superfluo citare gli innumerevoli studi secondo cui i dipendenti felici hanno una produttività addirittura del 31% superiore alla media”.
Qui puoi leggere l'articolo sui "Great place to work 2013".

Continuiamo a dirlo, ma a quanto pare non facciamo proprio niente per realizzarlo considerando che nella classifica dei migliori ambienti di lavoro non compare nemmeno un’azienda italiana.
I sogni di Olivetti e tanti altri imprenditori illuminati sembrano ormai essersi spenti di fronte alle necessità di fare fronte alla giornata. E così, in Italia, le aziende dove è bello poter lavorare in Italia sono sostituite da quelle che possano garantirti ancora la continuità di un lavoro; non importa come purché sia un lavoro!

Che dire? E’ triste che in un panorama come il nostro in cui continuiamo ad esportare “materia grigia” non si riesca a creare qualcosa di favorevole alla crescita autentica spesso bloccati da apparati, burocrazia, invidie e associazionismi.
Le responsabilità sono tante, ognuno ha le sue, ma alla riprova dei fatti siamo lontani da certi standard: “È il differente approccio, fanno sapere dalla società che stila la graduatoria, sempre teso a conquistare la fiducia e la soddisfazione dei dipendenti con strategie di welfare e di conciliazione dei tempi vita-lavoro”. Non ci resta che rimboccarci le maniche e volerci credere fino in fondo, ma questo forse è la parte più dura.

martedì 29 ottobre 2013

Donna e carriera?


Un tempo vi erano le rivendicazioni per la parità tra i sessi, poi le quota rosa e il classico maschilismo italiano che ne fregava altamente di una e dell'altra posizione continuando a pensare che la donna che fa carriera debba fare ogni tipo di sacrifici magari mettendo a disposizione del capo anche la sua femminilità. Ora, forse a causa alla crisi, un esercito di donne si presenta compatto al motto "orgogliosamente moglie e mamma, sicura e determinata, acculturata, soddisfatta di aver riconquistato il focolare domestico senza rinunciare alle sue prerogative di donna moderna" grazie alla conquista (non per tutte, per la verità) del telelavoro così come ben descritto in questo articolo.

Il telelavoro può essere una risorsa per tante donne, può dare anche una risposta "ecologica" alle tangenziali intasate, ma ancora non capisco: perché solo le mamme devono accompagnare i bambini a scuola, dal dentista ecc? In altre parole: perché il telelavoro non può essere esteso anche ai gentili mariti?

Forse noi uomini "non possiamo" perché presi dalle nostre carriere? O perché ancora pensiamo che vivere tra le mura domestiche sia solo "mestiere da donna"?
Lavorare da casa non è meno facile che lavorare dall'ufficio. Certo si risparmiano code interminabili e tempo che si può dedicare ad altro, ma pochi si rendono conto che che in una casa c’è sempre da fare per cui ritagliarsi, quando si è a stretto contatto con i figli, uno spazio per se stessi è ancora più difficile.

Tra l'altro temo che noi uomini, con il telelavoro, dovremmo reimparare ad organizzarci, a non perdere tempo nelle futili attrazioni che la casa normalmente offre: potrebbe essere una nuova lezione di organizzazione del tempo e una riscoperta di chi siamo e quale valore diamo alle cose.
Carriera, famiglia e valori potrebbero coniugarsi molto bene nel telelavoro, a patto di una concreta uguaglianza tra uomini e donne ma temo che questo traguardo, almeno qui in Italia, sia ancora lontano da raggiungere.

lunedì 29 luglio 2013

L'imprenditore che dà lavoro ai malati di cancro

«Per favore scriva che sono solo un imprenditore. Faccio il mio lavoro e bado al profitto, com'è naturale che sia. Racconto la mia storia per far capire che assumere e far lavorare i malati di cancro in azienda è possibile, con soddisfazione di tutti». 


Ciò che colpisce di questa intervista è la storia di "equità" che vi sta dietro in cui tutti (malati e sani) abbiamo bisogno di una dignità e il lavoro può aiutarci a costruirla. 

Il sapersi ancora utili e produttivi può, senza dubbio, per alcune persone malate di cancro  generare un processo virtuoso sia economico che psicologico.

A quanto pare si può fare. E di fronte alle miriadi di difficoltà che ogni imprenditore deve affrontare ogni giorno la strategia di Bartoletti, conti alla mano, risulta efficace dimostrando ancora una volta che etica e affari possono camminare insieme cambiando il corso delle cose senza fare troppo scalpore

domenica 23 giugno 2013

Un piccolo insetto da salvare

“Sparirebbero mele, carote, limoni, melanzane, sedano e cavolfiori. A rischio carne, latte e formaggi”: questo è il nuovo allarme e a quanto pare senza di loro il 52% dei prodotti che normalmente consumiamo sparirebbero. Sto parlando delle api e la causa di tanto disastro è il Colony Collapse Disorder (Sindrome da spopolamento di alveari), un insieme di elementi negativi che porta allo svuotamento delle arnie e alla morte delle api.
Pesticidi e inquinamento sono tra le maggiori cause di sterminio di questo piccolo insetto capace di volare più in alto degli uccelli e strutturato organizzativamente e tecnologicamente meglio di qualsiasi moderna impresa.

Spesso le temiamo per i loro pungiglioni senza però renderci conto di quanto siamo importanti per la sopravvivenza del nostro pianeta per la loro attività di impollinazione. In questo articolo pubblicato recentemente da Corriere Ambiente potete approfondire l’argomento.

I monaci benedettini mi hanno insegnato a rispettare le api proprio per la loro imprescindibile finalità sociale. Basti pensare che l’ape è uno dei simboli monastici più importanti perchè rappresenta operosità e organizzazione. Per questa ragione ogni buon monastero ha le sue arnie che sono un esempio complesso di comunità organizzata dedita al lavoro e allo spirito collaborativo.


domenica 24 marzo 2013

La giusta attitudine




Sono convinto che chi ha un’attitudine positiva abbia maggiori possibilità, anche nei momenti bui, di trovare una via di uscita che lo aiuti a superare i suoi problemi ed è per questo che insisto molto nei miei interventi a ricercare positività ed energia. 
Sono anche convinto che questo aiuti, ma a volte non basti. 
Spesso Davide non vince Golia perché l’ingranaggio con cui si scontra è troppo grande e macchinoso e quel piccolo granellino che lo rappresenta viene spazzato via anche a causa di una visione erronea delle cose che contano per avere successo.
La tendenza a mostrarci status symbol ricchi e potenti che escono indenni da tutte le situazioni grazie alla loro arroganza e sfacciataggine è spesso confusa con l’attitudine per essere vincenti. Esserlo credo sia ben altro.
Quali sono allora le attitudini giuste per trionfare? Forse la prima è quella sulle cose, focalizzandoci sull’essenziale e diventando più saggi e non farcendoci abbindolare da falsi miti.  
Madre Teresa di Calcutta diceva che “la felicità è dentro di noi e siamo felici perché amiamo, non perché siamo amati”. 
Forse potremmo partire da qui chiedendoci: Cosa ci rende veramente felici? Di cosa abbiamo veramente bisogno? Come posso essere utile agli altri? Cosa faccio per migliorare me stesso? Quanto ho ancora da imparare?

lunedì 10 dicembre 2012

"San Giuseppe Imprenditore" contro la crisi

"L'idea che nasce da chi come me ci è già  passato" dice Lorenzo Orsenigo, promotore e fondatore dell'Associazione San Giuseppe Imprenditore  "e in un modo o nell'altro ha superato il dramma della crisi: quando un'azienda chiude, spesso, anche giustamente, si pensa ai dipendenti che perdono il posto di lavoro. Più difficile invece che si pensi all'imprenditore, che spesso non è così abbiente da potersi permettere un futuro sereno. L'associazione nasce a questo scopo. Avrà  sede a Como e si prefigge di assistere, sul piano umano e psicologico, gli imprenditori in difficoltà".

Qui trovi l'intervista a Lorenzo Orsenigo

Molte le iniziative in via di attuazione sul piano pratico: per chi volesse mettersi in contatto con Lorenzo per saperne di più:
orsenigolorenzo@gmail.com

martedì 9 ottobre 2012

Gli italiani non amano il silenzio

Lo dico da tempo e ne ho la riconferma ogni volta che in monastero tengo un seminario Abbey Programme: la gente odia il silenzio e per questo tende a riempirlo con un fiume di parole inutili.  

Il silenzio è una dimensione pressochè scomparsa che a quanto pare sta diventando rara anche durante le ore notturne. Il silenzio finisce con il farci fa paura perché significa stare soli con noi stessi, con i nostri pensieri e le nostre paure. 

Per riempire il vuoto, per superare il disagio facciamo diventare tutto assordante. Bisogna riabituarci alla dimensione del silenzio e per farlo mi piace ricordare un antico motto benedettino: “Parla solo quando hai qualcosa di più prezioso del silenzio da dire”. Solo una cosa può aggiungersi a questa indicazione già di per sé preziosa: se dobbiamo parlare facciamolo con il cuore. Sempre.

domenica 5 agosto 2012

Tecno stress da spiaggia



La connessione continua sembra diventata una vera e propria sindrome. 
Eppure una vacanza 'unplugged' avrebbe tutt’altro fascino…
Ne parlo nel mio articolo dal titolo "Tecno-stress. Connessi anche in spiaggia" su Sindacato-Networkers.it.

martedì 8 maggio 2012

La fiducia



La fiducia è una cosa seria: difficile da conquistare, facile da perdere e impossibile da riconquistare quando è stata tradita. Tutti ne abbiamo bisogno: la pretendiamo e la elargiamo a seconda delle necessità... 

Ne parlo nel mio ultimo articolo su Brainfactor. 

mercoledì 7 dicembre 2011

Ama il prossimo tuo: team building

In un’antica disputa Akivà, un saggio rabbino sosteneva che il principio fondamentale della Torà fosse: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. 
Al contrario, un altro rabbino, Ben Azai, era convinto che il fulcro di tutta la Torà fosse nella frase “a immagine di Dio lo creò (Genesi 5:1)”. Quest’ultimo, infatti, riteneva che la profonda incapacità di molte persone ad amare veramente se stesse portasse come conseguenza la relativa impossibilità ad amare gli altri.

Le persone che incontro in azienda sono spesso invidiose le une delle altre, le gelosie bloccano lo spirito di collaborazione alimentando l’arrivismo e la difesa ad oltranza dei propri spazi e dei propri territori. 
Questi comportamenti evidenziano come l’uomo a volte sia incapace di amare se stesso e di vedere nella competizione, che è normale nella vita, una possibilità di crescita e non di rivalsa. Quando siamo troppo attaccati a noi stessi e al nostro ruolo non ci amiamo perché non ci permettiamo di imparare: a volte la scusante è che lo si fa per il bene dell’azienda. 
Ma quale guadagno ci può essere nell’essere uno contro l’altro? Ed è per questo che la richiesta di corsi sul team bulding è sempre crescente: lo scopo non è aiutare alla costruzione di un gruppo, ma aiutare i singoli a ritrovare pace in se stessi e a relazionarsi in modo diverso e più costruttivo. A volte basta poco, un po’ di pazienza, attenzione, una comunicazione più efficace e soprattutto il non mettersi al centro del mondo. 
Vedere nell’altro qualcosa di buono aiuta: vi assicuro che qualcosa di buono c’è veramente in tutti, ma bisogna volerlo trovare!

domenica 4 dicembre 2011

Leadership: luci ed ombre

Mai come di questi tempi si sente parlare della necessità di una leadership forte capace di risolvere i problemi. 
Ma cosa è la leadership e quali caratteristiche deve avere un leader? 
Come lo si riconosce e sopratutto la leadership è innata e dura per sempre? 

Nel mondo aziendale, dove la necessità di capi che sappiano rispondere alle esigenze delle imprese in modo rapido e continuativo è molto forte, queste sono le domande di sempre.

Ne parlo nel mio ultimo articolo su Brainfactor

domenica 2 ottobre 2011

Sindrome Steve Jobs

Non ho la pretesa di descrivere una nuova sindrome, voglio semplicemente fare delle riflessioni su quello che sta accadendo ad alcuni miei clienti.
L’uscita di diversi libri che parlano di Steve Jobs, della sua vita, dei suoi successi, del suo metodo di lavoro hanno letteralmente elettrizzato il popolo dei manager alla ricerca di se stessi provocando le reazioni più strane e differenziate. Ma si può essere Steve Jobs?

Ne parlo nel mio ultimo articolo su BrainFactor: per leggere l'articolo clicca qui.

martedì 20 settembre 2011

Last Minute Market

"Sul nostro pianeta il cibo è una risorsa mal distribuita. 1 miliardo di persone non ha cibo per sopravvivere mentre un altro miliardo e mezzo è capace di mangiare così tanto da ammalarsi a causa del sovrappeso e 1/3 di quello che comprano finisce regolarmente nella spazzatura" (fonte Superquark).

Lo spreco di cui parliamo non riguarda solo il cibo scaduto che dimentichiamo nel frigo ma anche tutti quei prodotti che, dannaggiati nel trasporto o nello stoccaggio, per la legge non possono più essere messi in vendita anche se, ad essere rovinato, è solo l'involucro esterno. 
Nel primo caso, è una questione di educazione: bisogna imparare a organizzare meglio la propria spesa programmando meglio gli acquisti ed evitando gli sprechi.
Nel secondo caso la soluzione è arrivata con il progetto Last Minute Market, con un recupero di cibo per un importo di migliaia di Euro ogni mese. 

Last Minute Market ha come obiettivo il recupero del cibo ancora buono, ma per i supermercati ormai inutilizzabile commercialmente, per destinarlo a chi non può permettersi di comprarlo. Il progetto permette un incontro diretto tra "domanda" e "offerta" e si occupa della scrupolosa messa in sicurezza di tutte le fasi del sistema attraverso una catena che rispetti sia le esigenze dei fornitori che che fruitori; in mezzo una lunga catena di solidarietà fatta dal volontariato.

Una risposta intelligente alle esigenze di tutti e che tiene presente chi non ha nulla: equo, solidale ed ecologico. Se volete conoscere meglio Last Minute Market cliccate qui e qui.

martedì 19 luglio 2011

Steve Jobs: sogno e innovazione


“Jobs”: con un nome così non poteva che avere successo! 

Carmine Gallo, giornalista di Businessweek.com, ed esperto di comunicazione, è andato alla ricerca dei principi che stanno alla base di questo successo e li ha sintetizzati nel suo e-book “Innovate the Steve Jobs Way”

E’ una lettura ricca di spunti di riflessione, molti la giudicheranno “un’americanata” ma, secondo me, ha il pregio di riportare al centro dell’operare “passione e amore” per costruire “il sogno” quello di cui ahimè oggi siamo poco capaci complice la disillusione di questi tempi.

Non importa cosa fai, ma come lo fai e con quale dignità lo vuoi proporre. L’uomo ha bisogno di sogni e la passione è la linea rossa che lega ogni frase e ogni pensiero e lo orienta verso un’azione che non è fatta a caso, ma determinata e precostituita verso un obiettivo. La cosa che mi ha sorpreso è che questo obiettivo non è mai un oggetto, un prodotto, qualcosa di tangibile, ma “il sogno” che per Jobs era progettare un computer adatto a tutti, facile e divertente da usare.

Forse è proprio qui la chiave di volta di Steve: vendere i propri sogni e condividerli con milioni di persone; ma un sogno è fatto di tanti aspetti, di cuore e mente, di pensiero e azione o nel capire perfettamente ciò che si vuole e non si vuole. Direi che questo si chiama “muovere le idee” verso le persone, ma non creando desideri inconsci o necessità fittizie, ma rispondendo alle necessità reali del tempo presente. Abbiamo bisogno ancora di favole, favole per grandi e di cantastorie che sappiano farci sognare risvegliandoci dal torpore della a-creatività…

Questa è una bella storia che ha da dire molto e mentre ne parlo mi accorgo che la scrivo con un Mac e mi sento parte del sogno e della realtà.

domenica 30 gennaio 2011

Start to Business

Sono convinto più che mai che oggi sia necessario fare impresa attraverso i network, associazioni di persone che si trovano in luogo virtuale per stringere alleanze, scambiarsi idee, conoscersi e farsi conoscere, fare affari insieme.

"Fino ad oggi, i diversi imprenditori si sono sempre chiesti quale potrebbe essere la formula perfetta da applicare ai fini di garantire alla propria società un'esistenza a lungo termine".

Siamo ormai abituati a Facebook, Linkedin e altri social network, ma nel panorama dell'internazionalizzazione, vi segnalo Start to Business (S2B), un efficace business network che permette a tutti di interagire e di fare affari con il resto del mondo.

Che dire? Noi ci siamo e lo utilizziamo.

domenica 12 dicembre 2010

Misurare la felicità

Oggi voglio commentare un articolo apparso sul Corriere della Sera dal titolo "L'indice di felicità al posto del PIL" .

Quello che è interessante notare è che anche i governi incominciano ad accorgersi che la felicità delle persone non è data solo da quanto producono o da quanto incamerano.

Il PIL non misura la felicità, molti altri fattori entrano in gioco, la difficoltà sta nel quantificarli.
Quando le aspettative delle persone si traducono in risultati, il grado di felicità è molto alto: si può essere felici per una cena ben riuscita come per un buon affare andato in porto. L’importante è sempre misurarsi con la realtà e sapersi destreggiare tra i mille desideri indotti che ci vengono proposti quotidianamente.

Non è necessario avere tutto per essere felici, ma come ci insegnano i maestri zen e i saggi dell'antichità, saper dare valore a ciò che abbiamo e capire ciò che siamo in grado di costruire per noi e per gli altri.

Quando il metro di misura si trasforma da “economico” a “umano” tutto cambia perché, in fondo, ricchi, potenti, o uomini comuni, tutti saremo ricordati per quanto abbiamo saputo dare e fare per gli altri