(Critica integrata della routine quotidiana)
“Per stare bene dovrei cambiare abitudini, ma non posso.”
Quante volte questa frase si ferma alle labbra come una barriera insormontabile?
Rivela qualcosa di profondo: non siamo ostacolati da una mancanza di consapevolezza, ma da un blocco dinamico radicato nella mente, nel corpo e nelle relazioni che tessono gli intrecci della nostra routine.
La risposta “Non puoi o non vuoi?” non è un giudizio, è una diagnosi narrativa: esplorare il confine tra volontà dichiarata e vincoli interiori. Attraverso questa lente, la routine, piuttosto che essere un semplice insieme di gesti meccanici, diventa terreno di indagine sul senso di sé.
Nella cultura classica, Aristotele affermava che “noi siamo ciò che facciamo ripetutamente. L’eccellenza, quindi, non è un atto ma un’abitudine”.
La sua intuizione — antica ma sempre viva — suggerisce che l’abitudine è il ponte tra intenzione e azione. Ma cosa accade quando quel ponte sembra rotto? Quale dinamica sottende l’apparente incapacità di cambiare, anche quando sappiamo che i benefici di certe pratiche quotidiane sono dimostrati?
La letteratura scientifica moderna suggerisce che la maggior parte delle nostre azioni giornaliere non sono scelte ponderate, bensì comportamenti automatici profondamente radicati nel nostro repertorio di routine quotidiane.
Nel contesto della psicologia contemporanea, William James ricordava che “il più grande sforzo della vita umana consiste nel dirigere deliberatamente le proprie abitudini”. Questo sforzo non è un atto di volontà isolato, ma una regia che coinvolge processi neurologici, neuroendocrini e implicazioni emotive profonde.
Dalle scienze del comportamento sappiamo che il cervello struttura i gesti quotidiani in circuiti ricorrenti proprio per risparmiare energia cognitiva. Ma questo è un vantaggio solo fino a quando tali circuiti ci servono — quando invece limitano la nostra vitalità, la rigidità diventa un nemico silenzioso.
La Medicina Tradizionale Cinese pone al centro il concetto di Qi, un flusso vitale che non è solo metafora, ma modello sistemico di comunicazione tra funzioni organiche e processi energetici. “Quando il Qi scorre libero, l’uomo vive in armonia con il Cielo e la Terra”, recita il Huangdi Neijing, invitando ad osservare la routine non come una costrizione, ma come una danza di equilibri dinamici.
Se il movimento del Qi si irrigidisce, i sintomi emergono come segnali di disarmonia, non come punizioni da evitare. Questo spostamento di paradigma, dal giudizio alla lettura simbolica, apre un nuovo orizzonte sulla trasformazione delle abitudini.
Una routine percepita come nemica è spesso il risultato di una frattura tra ciò che desideriamo e ciò che facciamo davvero. In questo senso, la riflessione di Michel de Montaigne — “Non si vive secondo ragione, ma secondo abitudine” — indica un luogo comune e potenzialmente problematico: la distanza tra intenti e pratiche quotidiane.
Cambiare abitudini non è un semplice scatto di volontà, ma un riassetto bio-psico-neuro-sociale che richiede una riorganizzazione di segnali, percezioni, schemi comportamentali e significati interiori.
La ricerca scientifica contemporanea conferma che molte delle nostre azioni quotidiane costituiscono l’ossatura delle abitudini stesse: fino al 66% dei comportamenti giornalieri sono automatici, guidati più da stimoli contestuali che da decisioni coscienti.
Questo significa che spesso non è il desiderio di cambiare ad essere debole, ma il contesto neuro-comportamentale nel quale siamo immersi. Quando le routine sono disfunzionali — irregolarità nei ritmi sonno-veglia, alimentazione discontinua, sedentarietà prolungata — emergono disallineamenti che sottraggono energia e generano senso di impotenza.
In pedagogia, Paulo Freire parlava di “coscientizzazione”: non un semplice apprendere, ma la riorganizzazione critica delle proprie pratiche consce e inconsce. È qui che la filosofia orientale si intreccia con la psicologia occidentale: riconoscere i pattern abituali non basta, bisogna osservarli, nominarli, sentirne l’origine per poterli trasformare. I
n India, lo yoga è stato concepito non come esercizio fisico isolato, ma come disciplina che disvela e trasforma samskara, le impronte abituate della mente.
Nell’Occidente medievale, Hildegarda di Bingen descriveva la viriditas come forza verde di rinascita che pervade ogni organismo. Per lei, il benessere non era un valore statico da raggiungere, ma un flusso da coltivare. Analogamente, la Schola Medica Salernitana, ponte di sapere tra culture antiche, insegnava che l’equilibrio delle forze interne non è un fatto isolato, ma il risultato di pratiche quotidiane armoniche tra corpo, mente e ambiente.
Quando osserviamo le abitudini dal punto di vista delle neuroscienze, scopriamo che la formazione di nuove routine richiede più di un intento cognitivo: richiede contesti di rinforzo, feedback sensoriali positivi, ripetizione significativa
Cambiare abitudini non significa forzarsi a diventare qualcun altro, ma riconoscere quali dinamiche stanno guidando silenziosamente il nostro quotidiano.
Se senti che il tuo “non posso” nasconde qualcosa che merita di essere ascoltato e compreso, il lavoro sul riequilibrio energetico può offrirti uno spazio concreto di esplorazione e riallineamento.
Nei miei studi di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD) accompagno le persone in un percorso mirato a ristabilire fluidità, centratura e coerenza tra corpo, mente ed energia, favorendo un benessere globale e sostenibile nel tempo.
Il cambiamento autentico non nasce dall’imposizione, ma dalla comprensione profonda dei propri meccanismi interiori.
Se desideri iniziare questo percorso, il primo passo è scegliere di non rimandare più l’ascolto di te stesso.
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Bibliografia
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