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C'è un momento, nella vita di
ognuno, in cui due verità opposte pretendono entrambe di essere vere. Si
desidera la stabilità e insieme si soffoca dentro di essa. Si cerca l'amore e
insieme si teme di perderne l'indipendenza. Si vorrebbe essere forti e insieme
si ha il diritto di essere fragili. La tentazione, in questi momenti, è sempre
la stessa: scegliere un polo, reprimere l'altro, dichiarare vincitore uno dei
due contendenti. Ma chi ha attraversato davvero una crisi sa che questa
strategia non guarisce nulla: sposta soltanto il conflitto più in profondità,
dove continua a lavorare in silenzio.
Carl Gustav Jung ha dato un nome
a ciò che accade quando, invece di scegliere, si impara a tenere insieme gli
opposti finché non generano qualcosa di nuovo: la coniunctio oppositorum,
l'unione degli opposti. Non è un concetto astratto riservato agli alchimisti
medievali da cui Jung lo trasse: è, ancora oggi, uno dei processi più concreti
e più necessari nel cammino verso il benessere psichico e fisico.
Negli studi che Jung dedicò
all'alchimia, in particolare in Psicologia e alchimia e nel successivo
Mysterium Coniunctionis, l'opera degli antichi alchimisti — che pretendevano di
trasformare il piombo in oro — divenne metafora di un processo squisitamente
psicologico. Il vero oro che gli alchimisti cercavano, secondo Jung, non era
mai stato il metallo, ma l'integrazione della propria interezza: la capacità di
far incontrare Sole e Luna, maschile e femminile, conscio e inconscio, senza
che l'uno annullasse l'altro.
Ciò che nasce da questa unione,
spiegava Jung, non è una via di mezzo tiepida tra i due opposti, ma una terza
cosa, imprevedibile e superiore a entrambi: la funzione trascendente. Chi
riesce a sostenere la tensione tra il desiderio di sicurezza e il bisogno di
libertà, per esempio, senza fuggire precocemente verso uno dei due poli, spesso
scopre una forma di autonomia radicata che non aveva previsto: né dipendenza né
fuga, ma una presenza più stabile di entrambe. Questo passaggio, tuttavia,
richiede di sostare nella tensione, di non cedere all'urgenza di risolverla
subito. È un'attesa che la cultura contemporanea, votata alla soluzione
immediata, insegna sempre meno a tollerare.
Il Tao che può essere nominato
non è il Tao eterno: la verità più alta non sta in uno dei due opposti, ma nel
loro reciproco abbracciarsi.
Se l'Occidente ha dovuto
attendere l'alchimia e poi Jung per teorizzare l'unione degli opposti,
l'Oriente lo sapeva da millenni. L'intero impianto della Medicina Tradizionale
Cinese si fonda sul rapporto dinamico tra Yin e Yang: non due forze in guerra, ma
due polarità che si generano e si limitano a vicenda, e che proprio in questo
scambio continuo producono la vita. Nell'Huangdi Neijing si legge che la salute
— qui meglio dire il benessere, poiché non si tratta di un'assenza di malattia
ma di un equilibrio dinamico — dipende dalla capacità dei due principi di
trasformarsi l'uno nell'altro senza fissarsi mai in un eccesso permanente.
Applicato alla vita quotidiana,
questo principio illumina molte condizioni che restano incomprensibili se lette
solo in termini di sintomo da eliminare. Giovanni Maciocia ha più volte
richiamato come uno squilibrio non nasca quasi mai dalla presenza di un solo
fattore patogeno, ma dalla rottura del dialogo tra polarità che dovrebbero
sostenersi a vicenda: un eccesso di Yang senza il contrappeso dello Yin genera
agitazione, insonnia, irritabilità; un eccesso di Yin senza il richiamo dello
Yang genera stagnazione, apatia, mancanza di slancio vitale. La cura, in
entrambi i casi, non consiste nel sopprimere il polo in eccesso, ma nel ridare
voce e spazio al polo che è stato messo a tacere.
Élisabeth Rochat de la Vallée,
riflettendo sul ruolo del Cuore come sede dello Shen, osserva come proprio il
Cuore, nella tradizione cinese, abbia la funzione di armonizzare gli opposti
che attraversano l'essere umano: è il luogo dove il pensiero e il sentimento,
il movimento e la quiete, possono infine dialogare invece di combattersi.
Nella pratica si incontra spesso
la tentazione, comprensibile, di voler eliminare rapidamente uno dei due poli
in conflitto: reprimere la rabbia per sentirsi più gentili, negare la paura per
sentirsi più forti, soffocare il bisogno di riposo per sentirsi più produttivi.
Ma ogni polarità negata non scompare: si ritira nell'ombra, per usare ancora il
linguaggio junghiano, e da lì continua a esercitare la propria influenza,
spesso in forme distorte e più difficili da riconoscere rispetto alla tensione
originaria.
Hildegard von Bingen, nella sua
visione della viriditas, la forza verdeggiante che anima ogni essere vivente,
descriveva la malattia come uno squilibrio tra gli elementi costitutivi della
persona, un disallineamento che solo il ripristino dell'armonia tra le parti
può sanare.
La Scuola Medica Salernitana, con
il suo celebre Regimen Sanitatis, insegnava a governare gli opposti della vita
quotidiana — attività e riposo, nutrimento e digiuno, calore e freddo — non
eliminandone uno a favore dell'altro, ma alternandoli con misura e
consapevolezza. È un'eredità che parla ancora, con sorprendente chiarezza, a
chi oggi si sente diviso tra esigenze che sembrano inconciliabili.
Il lavoro terapeutico che integra
Medicina Tradizionale Cinese, counseling olistico e mindfulness si muove
precisamente in questo spazio: non nella soppressione affrettata di uno dei due
poli, ma nell'apprendimento, lento e spesso scomodo, di restare presenti mentre
gli opposti convivono.
La mindfulness insegna a
osservare senza reagire immediatamente, offrendo il tempo necessario perché la
funzione trascendente di cui parlava Jung possa emergere spontaneamente, invece
di essere forzata da una scelta prematura. Il lavoro sul Qi, attraverso il riequilibrio
energetico, restituisce al corpo la capacità di sostenere questa tensione senza
esaurirsi. Il counseling, infine, offre la parola per nominare ciò che per
lungo tempo è stato vissuto come conflitto muto e irrisolvibile.
Non si tratta di raggiungere
un'armonia perfetta e definitiva — nessun essere umano vive stabilmente in
quella condizione — ma di imparare a riconoscere, ogni volta che gli opposti si
affacciano, che nessuno dei due è il nemico da abbattere. Sono entrambi voci
della stessa interezza, e proprio dal loro incontro, sostenuto e non forzato,
nasce ciò che gli alchimisti chiamavano oro e che oggi, con linguaggio più
semplice, possiamo chiamare benessere autentico.
Chi sente di vivere una
lacerazione tra parti di sé che sembrano inconciliabili — la ragione e
l'istinto, il dovere e il desiderio, la forza e la fragilità — può trovare
nell'Origin Program uno spazio dove questi opposti non vengono giudicati, ma accolti
come materia viva di trasformazione. Il percorso integra Medicina Tradizionale
Cinese, Medicina Quantistica, Counseling Olistico e Mindfulness, nei due studi
di Lomazzo (CO) e Buttrio (UD), per accompagnare ciascuno verso il proprio
personale processo di individuazione.
È possibile richiedere un primo
colloquio conoscitivo per orientarsi tra le proposte del programma e costruire,
insieme, un percorso su misura, che rispetti i tempi e la storia di ciascuna
persona.
Bibliografia
Lao Tzu, Tao Te Ching, a cura di
J. J. L. Duyvendak, nuova edizione italiana, 2021.
Huangdi Neijing – Su Wen,
traduzione e commento di Claudia Focks, edizione italiana aggiornata, 2022.
Maciocia G., I fondamenti della
Medicina Cinese, IV edizione, Edra, 2021.
Rochat de la Vallée E., Il cuore
in Medicina Cinese: emozioni e spirito, Jaca Book, nuova ristampa 2022.
Jung C. G., Psicologia e
alchimia, nuova edizione commentata, Bollati Boringhieri, 2020.
Jung C. G., Mysterium
Coniunctionis, nuova edizione italiana, Bollati Boringhieri, 2021.
Hildegard von Bingen, Causae et
Curae, edizione italiana con apparato critico, 2021.
Scuola Medica Salernitana,
Regimen Sanitatis Salernitanum, edizione critica aggiornata, 2020.
AA.VV., Il processo di
individuazione junghiano tra clinica e spiritualità, contributi in rivista di
psicologia analitica, 2023.
© Paolo G. Bianchi —
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indicazione della fonte.

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