Visualizzazione post con etichetta le parole della formazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta le parole della formazione. Mostra tutti i post

sabato 15 giugno 2013

Le parole che ti ho detto: ambizione


Spesso sentiamo parlare di ambizione e, soprattutto di questi tempi, è considerata una vera e propria molla di propulsione per uscire dalla crisi.
La parola deriva dal latino “ambitio” parola, a sua volta composta da “ambi” inteso come "tutte le direzioni", e “itum” participo passato del verbo “eo” (andare). Si intende quindi, secondo l’etimologia, voler andare dappertutto, non avere limiti.

L’ambizione guida i nostri passi in ogni gesto insegnandoci a camminare, scrivere, leggere; non è quindi da applicarsi solo alle situazioni complesse. Diventa qualcosa di più intenso quando serve per superare determinate barriere psicologiche o metodologiche aiutando la persona a raggiungere i suoi obiettivi. A volte questi sono veramente alti e prevedono sforzi notevoli, una determinazione assoluta e una dedizione unica.

Un po’ di ambizione è necessaria per vivere e superare i problemi di ogni giorno, ma a volte, se eccessiva, diventa una propulsione che spinge ad andare oltre ai valori base dell’esistenza travolgendo cose e persone, non fermandosi di fronte a nessuno.

Molti imprenditori e scienziati grazie alla loro ambizione hanno saputo cambiare i destini del mondo, ma definirei questa tendenza come “dedizione” proprio perché il fine non era di tipo personale, ma sociale.

Molti sono gli ambiziosi, ma alla fine ci si deve sempre scontrare con la realtà, la capacità di fare e la consapevolezza del conoscere prodotti, processi, regole.  Alla fine si spera sempre prevalga l’uomo, il buon senso, la sua intelligenza affinchè le direzioni da prendere non siano solo ad appannaggio di pochi, ma di tutti.

domenica 20 gennaio 2013

Le parole che ti ho detto: orizzonte

La parola orizzonte deriva dal greco horizōn (kyklos), "(cerchio) che delimita". Oggi è spesso usata, soprattutto nella formazione, per indicare una linea da raggiungere, una meta, un obiettivo.
Quello che mi piace maggiormente ricordare è che l’orizzonte essendo quella linea immaginaria che delimita la terra dal cielo, ci rende evidente che dobbiamo sempre essere concreti, anche quando aspiriamo a cose superiori.

A volte però l’orizzonte scompare (mi è capitato vedere questo fenomeno nel delta del Po) divenendo tutt’uno. È un effetto bellissimo nel quale ci si sente immersi in uno spazio infinito, luminoso e in uno stato di "stasi-dinamica".
L’orizzonte è però anche un divenire, più si avanza e più se ne presenta uno nuovo ricordandoci del nostro cammino di miglioramento continuo.

domenica 3 giugno 2012

Le parole della formazione: felicità

Felicità è un termine che noi formatori usiamo spesso ed è uno degli obiettivi “più gettonati” nelle sessioni di Counseling: viviamo per essere felici e tutti i nostri sforzi, fisici, interiori, relazionali sono sempre diretti al raggiungimento della felicità. Il problema nasce quando dobbiamo esprimere cosa sia per noi la felicità e chiedendo anche solo a poche persone è facile accorgersi di come ognuno abbia una sua visione personale. C’è chi pensa sia il denaro, chi il potere, chi il nascondimento, chi la realizzazione professionale, chi la salute e chi un po’ di tutto questo. Nella visione taoista la rappresentazione della felicità è data da tre ideogrammi: il primo significa “ideazione del cielo”, il secondo “fagioli”, il terzo “campo” (fonte “Tao della vita quotidiana”  di Deng Ming Dao) e potrebbe essere inteso in questi termini: “Quando la gente raccoglie i fagioli è felice”. 
Per definire la felicità occorre analizzare il legame tra la nostra intimità e il senso di possesso delle cose. Per la maggior parte delle filosofie (anche quelle occidentali) più ci riferiamo alla nostra intimità e più facile è il raggiungimento della felicità. Al contrario, il solo possesso delle cose ci allontana da questo obiettivo anche se il nostro benessere materiale sembra essere molto alto. Come sempre credo che la virtù stia nella sana via di mezzo: è fondamentale comprendere l’importanza che diamo alle cose in modo da non diventarne schiavi e potere così continuare una sana ricerca dei valori profondi del nostro sé.

domenica 15 aprile 2012

Le parole che ti ho detto: adattarsi

L’adattamento è la capacità di ogni essere di adeguarsi ad una nuova situazione diventandone parte attiva, propositiva e proattiva. Al contrario, il non essere adatti ad una situazione, significa non avere capacità o conoscenze o propensioni che si allineano al nuovo scenario. 

Non tutti siamo adatti a tutto e non tutto è adattabile a tutti. Spesso ci adattiamo per necessità primarie (cibo ecc.) anche se nel medio e lungo periodo il nostro adattamento può trasformarsi in una reazione di rigetto: non ci si può adattare per l’intera vita. 
Questo rigetto si manifesta nella fuga, nella reazione esplosiva, nella necessità di cambiamento, nella voglia di migliorare e migliorarsi. 

Nella formazione viene spesso chiesto di aiutare le persone ad adattarsi a nuove situazioni. Niente di più sbagliato. Nessuno dovrebbe adattarsi se non per brevi periodi e per fare semplicemente tesoro di quella limitata esperienza: per esempio ci si può adattare durante un periodo difficile a fare un certo lavoro, ma non si è disposti a sacrificare tutta l’esistenza nel momento in cui si può optare per scelte differenziate: ovviamente queste possibilità ci devono essere per evitare di cadere nella frustrazione più nera. 

Viviamo tempi molto difficili in cui tutte le persone “normali” si adattano nella speranza di grandi cambiamenti: adattarsi è sempre e comunque duro perché comporta rinunce. L’importante, come ogni cosa nella vita, è che i risultati arrivino a fronte delle rinunce fatte.

martedì 28 febbraio 2012

Le parole che ti ho detto: assiduità

Vi sarà capitato almeno una volta nella vita di sentirvi dire che non siete fatti per un determinato mestiere o che quell'idea che avete in mente non si potrà mai realizzare; ma vi sarete anche resi conto che esistono molti casi di persone che date per negate siano poi diventate famose proprio in quel campo. Cosa le ha spinte a riuscire proprio dove altri dicevano che non ce l'avrebbero mai fatta? 

Le componenti sono molte, ma a mio avviso quella preponderante è l'assiduità nel perseguire il risultato. Ricordo in una conferenza che l'astronauta Paolo Nespoli  diceva che fin da bambino sognava di fare quella professione e di aver orientato tutta la sua vita per perseguire e realizzare quel sogno. E diceva anche che, nonostante fosse quasi impossibile a molti, la sua assiduità e costanza nel costruire mattone dopo mattone quella vita lo ha fatto arrivare ad essere l'italiano con la più lunga permanenza nello spazio. 

Essere assidui significa vedere chiari gli obiettivi e orientare tutte le scelte verso quella visione, credere in se stessi, ma con sano realismo per saper trarre sempre dalle sconfitte insegnamenti positivi. Essere assidui è capire i propri limiti pur sapendo che nulla è impossibile per noi e per gli altri.

martedì 13 dicembre 2011

Stringere i denti

Sapevate che stringendo i denti si può sentire? Sembra impossibile che lo si possa fare con i denti eppure ai giovani sommergibilisti durante la seconda guerra mondiale veniva insegnato di tenere una chiave inglese stretta tra i denti e appoggiata alle paratie per sentire le vibrazioni di navi nemiche.

Nella crisi si dice sia fondamentale stringere i denti, come i gorilla che digrignandoli rivendicando il loro territorio e la loro supremazia. A volte per rendersi conto del livello di aggressività delle persone è sufficiente osservare come masticano il chewing-gum o come, quando leggono il giornale, non rilassino la mascella. Irrigidirsi ed essere aggressivi porta solo a farsi del male e a fare rivivere dentro case e uffici una giungla dalla quale l’uomo è uscito millenni fa. Stringere i denti non risolve i problemi, ma crea solo ansia, tensione e risveglia stati primordiali.

Come uscirne: rilassandoci. Non siamo su un sottomarino e non rischiamo la vita. Gli antichi samurai prima della battaglia meditavano e in questo modo aumentavano la loro capacità di cogliere tutti i segnali che potevano provenire dal combattimento: si dice addirittura che questo permettesse loro di anticipare le mosse dell’avversario. Affrontare le cose con maggiore calma e lucidità ci permette di essere più attenti e reattivi anche alle vibrazioni di una chiave inglese.

mercoledì 12 ottobre 2011

Le parole che ti ho detto: consilienza

“La consilienza è stata definita - con efficace metafora- come "l'orchestrazione delle Scienze", nella innovativa intuizione della convergenza olistica e finalistica di tutte, verso una Summa Universale. Il termine è stato coniato dal filosofo ed educatore britannico William Whewell (1794-1866. In: "La filosofia delle scienze induttive"), che definisce la consilienza come "l'inferenza che occorre quando un'induzione ottenuta da una classe di realtà, coincide con un'altra induzione , sorta da una diversa classe di realtà"(…). La consilienza, ripresa dal biologo vivente americano Edward Osborne Wilson nel suo libro “Consilience: the unity of knowledge, 1998 è la più alta manifestazione d'effetto del tra-mandare migliorativo in ciascun passaggio. Rappresenta la finalizzazione (telos in Greco) dei diversi Saperi e l' aggregazione relazionale e interconnessa degli stessi in unambito umano condiviso”. (fonte studio Boccanegra).

Ha senso parlare di “consilienza” nella formazione? Secondo me assolutamente si. Infatti credo che uno dei compiti del formatore sia quello di finalizzare i saperi, pur sempre limitati della sua personale esperienza, condividerli con quelli dei partecipanti ai corsi e cercare, attraverso un lavoro comune, di proporre strade e possibilità alternative alla risoluzione dei problemi. 

Gian Marco Boccanegra cita come esempio pratico di consilienza Internet, dove sconosciuti di ogni parte del mondo possono comunicare e scambiarsi idee, ma ciò può realizzarsi ogni volta che si cerca di “unire” anziche lasciarsi “dividere” dai pareri discordanti. Serve una grande dose di umiltà, una grande voglia di imparare e soprattutto di pensare che in questo grande mondo siamo in tanti e il sapere non è esclusiva di nessuno.

lunedì 10 ottobre 2011

Le parole che ti ho detto: eupetenza

Lo confesso, sto barando. 

Questa parola (come la parola “consilienza” di cui vi parlerò nel prossimo post con questo tag) non sono mie, ma sono frutto delle riflessioni di un amico, Gian Marco Boccanera conosciuto su LinkedIn, titolare di uno studio di commercialisti e avvocati, ma con una evidente grande passione per la linguistica.

Quello che mi ha colpito è l’attualità dei due termini, per cui ho deciso di proporveli.

Il primo termine “coniato” da Gian Marco è EUPETENZA, un neologismo di provenienza semantica dall'aggettivo greco ευπετης ,ες (eupetes, eupetes = facile, agevole). Sta a significare il possesso di un atteggiamento mentale e d'animo propenso alla facilitazione di ciò che appare difficile. Quindi potremmo dire che l’eupetenza è l’arte del semplificare le situazioni e del cercare un miglioramento continuo. 

Credo che in un mondo orientato alla complessità e all’ostruzionismo un po’ di eupetenza faccia bene a tutti e possa portare risultati evitandoci la fatica per la loro mancata realizzazione.

domenica 26 giugno 2011

Le parole che ti ho detto: speranza

Tutti abbiamo bisogno di sperare, soprattutto in questi tempi. Anche lo spirito più razionale di questa terra alla fine ritrova in sé la forza di andare avanti proiettando nel futuro piani di azione e di risoluzione di problemi: questo è sperare.

Nulla è impossibile con la speranza: è attraverso questa forza che creiamo e dirigiamo le nostre attenzioni verso nuove prospettive. Ma come costruire la speranza? 

Innanzitutto bisogna avere una meta da raggiungere. Sapere dove vogliamo arrivare aiuta a realizzarlo e aumenta le possibilità di riuscirci.
Sperare è reagire alle situazioni e voler costruire il cambiamento per trasformarci da quello che siamo in quello che saremo.

Tutti i grandi uomini della storia hanno fatto della speranza il loro punto di forza per realizzare ideali e infondere voglia di cambiamento. Reuven Feuerstein sosteneva sempre "Sta sicuro, c'è speranza!"; niente può essere fatto senza la speranza.

domenica 12 giugno 2011

Le parole che ti ho detto: persona

Per gli antichi l’uomo era strettamente correlato al regno animale e vegetale, ne era parte integrante come era parte del processo evolutivo.
Oggi quando pensiamo alla persona la vediamo sotto altri aspetti: in una buona azienda incomincia ad essere considerata per le sue qualità e capacità. Le prime sono doti più o meno naturali che possediamo e che con il tempo possiamo affinare, le seconde sono le nozioni e ciò che impariamo attraverso le esperienze e gli insegnamenti. A volte capacità e qualità si conciliano altre volte no. 
C’è poi un’altra componente importante dell’essere umano: quella spirituale che è fatta dagli approcci della persona alla vita, alle relazioni e al lavoro che possono cambiare totalmente il suo modo di essere proprio in relazione al suo modo di credere. La persona è quindi qualcosa di profondo, in continua evoluzione, proprio come il cosmo dove vive.

domenica 17 aprile 2011

Le parole che ti ho detto: apocalisse

Di fronte al terremoto del Giappone come ad altri eventi disastrosi in cui perdono la vita molte persone siamo abituati ad usare questo termine.
Anche in azienda si parla di apocalisse quando le cose vanno così male da perderne il controllo e non riuscire a governare le situazioni: imminente il fallimento totale.

In realtà la parola apocalisse deriva dal greco ἀποκάλυψις (apokalypsis), composto di apó "separazione"e kalýptein "nascosto", dunque significa togliere qualcosa che copre, fare una scoperta.
Quindi niente di devastante forse perché "togliendo tutto" l'uomo si ritrova nudo con se stesso ad affrontare con fatica la realtà.

Come per la parola crisi, l'insegnamento non è del tutto negativo: il fatto è che per fare crescere qualcosa bisogna sradicare, eliminare, preparare il terreno a volte con energia. Quindi fare "apocalissi" alla fine significa scoprire gli insegnamenti per il futuro e ricominciare.

domenica 20 marzo 2011

Le parole che ti ho detto: resilienza

Oggi mi sono soffermato a riflettere con una collega di Firenze sul termine resilienza. 

Ho scoperto che ha numerosi e molteplici significati nei vari campi in cui viene applicato. Per esempio in ingegneria è la capacità di un materiale a resistere a forze esterne senza spezzarsi, in ecologia è permettere ad un ecosistema di ristrutturarsi dopo una catastrofe, in psicologia è la capacità di affrontare le difficoltà che si incontrano nella vita.

Un unico termine che, pur usato in contesti differenti, ci dà l'idea di persistere e resistere in modo flessibile e adattabile a vari stati fisici, chimici o emozionali.

Il mio pensiero va naturalmente ai samurai che insegnavano la flessibilità del bambù, ma proprio con una canna di bambù erano in grado di combattere.

Nella vita, come nelle arti marziali, serve resistenza, continuità, ma anche duttilità, plasticità e soprattutto adattabilità, senza mai venir meno ai propri principi ispiratori.

Un grazie ad Alessandra per la segnalazione e la chiacchierata.

domenica 13 febbraio 2011

Le parole che ti ho detto: obiezione

Se in un precedente post ho parlato di obiettivo oggi vi parlo di obiezione. 

La radice è la stessa, ma la cosa interessante è che se da una parte l’obiettivo è qualcosa verso cui andiamo con un piano preciso, l’obiezione è qualcosa che nasce per contraddire o mettere discussione una determinata azione o pensiero. 

L’obiezione è quando in un percorso ci fermiamo e avendo delle perplessità le esprimiamo in modo più o meno diretto. 

Se pensiamo che il termine deriva dal latino “obicere”, gettare, scagliare contro, possiamo immaginare che quando obiettiamo qualcosa gettiamo le nostre idee contro chi non la pensa come noi: forse questo potrà aiutarci a pensare di più prima di parlare e di colpire chi ci sta di fronte.

martedì 1 febbraio 2011

Le parole che ti ho detto: obiettivo

Spesso in azienda si parla di obiettivo e di obiettivi. Con questi termini generalmente si intende un punto o dei punti da raggiungere, qualcosa da costruire che è ben definito, tangibile e misurabile.

Pochi sanno che è di derivazione militare e per obiettivo si intende lo scopo di un’azione, un particolare punto da abbattere con il fuoco o un luogo preciso in cui fare arrivare uomini e mezzi. In ogni caso è sempre una situazione da costruire, da programmare e pianificare con precisione. L’obiettivo è anche quella parte della macchina fotografica che ci serve per inquadrare e mettere a fuoco un determinato scenario o soggetto, ritagliandolo ed isolandolo dal quadro più generale. 

Lavorare per obiettivi significa fissare scadenze e verifiche, raggiungerle e ridefinirne altre più importanti e ambiziose. Certamente serve precisione, dedizione e saper distinguere quello che conta da quello che è solo cornice. Come sempre la differenza la fa l’essenzialità: più l’obiettivo è chiaro, mirato, perseguibile e calcolato più sarà raggiungibile in azienda come nella vita.

martedì 30 novembre 2010

Le parole che ti ho detto: manager

La parola "manager" deriva dall'inglese "to manage" (gestire, coordinare), ma esperti di etimologia mi segnalano anche altre possibilità. Per esempio "manus" e "agere" cioè fare andare le mani, usare le mani. E a sua volta diventa interessante l'etimo "agere" che è correlato con "ager", campo.
Vuoi vedere che ragionando un po' scopriamo che il manager altro non è che colui che lavora il campo?. Certo, perché se nella definizione il riferimento è chiaramente alla terra, non si escludono altri campi come quello dell'educazione, dell'economia, ecc . L'importante è “usare le mani”, cioè produrre e creare possibilità infinite e non semplicemente fermarsi al gestirle in modo freddo e distaccato.

martedì 3 agosto 2010

Le parole che ti ho detto: disponibilità

Quante volte abbiamo dato la nostra disponibilità per un progetto, per un lavoro oppure abbiamo chiesto la disponibilità a colleghi o amici? Allo stesso modo nella formazione chiedo disponibilità all'ascolto, alla propensione al cambiamento, alla fiducia.

Ma cosa significa essere disponibili?
Disponibilità significa dare il proprio assenso a svolgere una funzione in un determinato momento e a determinate condizioni.

Ma qual è la motivazione che ci fa essere disponibili?
In teoria le motivazioni possono essere molteplici e sono proprio queste motivazioni di fondo a farci ottenere consenso.
Per esperienza vi dico che possiamo essere mossi dall'ambizione, dallo spirito di sacrificio, dal
guadagno o dalla passione, ma chi è veramente disponibile lo fa perché, alla fine, ci crede.

martedì 20 luglio 2010

Le parole che ti ho detto: propensione

Cosa significa essere le persone giuste al posto giusto? Non basta avere le carte in regola per eseguire determinate mansioni o coprire determinate responsabilità. Se così fosse non avremmo tante lamentele contro i “capi”, non credete? La differenza sta nell'avere propensione per quell'incarico. Significa "esserci tagliati, averne la stoffa"; insomma essere nati per fare quella cosa.

In altri ambiti si chiamerebbe "vocazione", cioè "chiamata a...". Generalmente la propensione a svolgere un lavoro è proprio quella che fa la differenza tra chi lo esegue e chi lo vive e questo non è poco soprattutto in ruoli tecnici o di responsabilità. Scoprire la propria propensione significa scoprire cosa si ama, cosa si è disposti a fare e farlo con tutto se stessi, costi quello che costi.

martedì 16 marzo 2010

Le parole che ti ho detto: cambiare prospettiva

In questi giorni mi hanno raccontato una storiella molto interessante.

Un cieco se ne stava seduto sui gradini della scala in attesa dell’elemosina. Nonostante il cartello “Sono cieco, aiutatemi, per favore” il cappello ai suoi piedi rimaneva semivuoto. Un pubblicitario che passava da quelle parti si fermò e vide quei pochi spiccioli, prese il cartello e ci scrisse qualcosa.
Quando ripassò nel pomeriggio notò che il cappello del cieco era pieno di monete e banconote. Il cieco riconoscendo il suo passo gli chiese se era stato lui a scrivere qualcosa sul cartello e che cosa aveva scritto. Il pubblicitario rispose “Ho scritto la verità, ma con parole diverse”.
Il cieco non seppe mai quello che il suo cartello diceva “Oggi è primavera, ma io non posso vederla”.

Cambiare prospettiva è fondamentale soprattutto quando nonostante i nostri sforzi i risultati sono sempre scarsi o nulli. Fissarsi sui nostri punti di vista e sulle nostre posizioni non ci permette di scoprire che la stessa realtà può mostrare aspetti nuovi che ci permettono di operare in modo diverso raggiungendo obiettivi e risoluzioni.

Per questo la formazione è importante: non perché insegni cose nuove, ma perché permette di vedere “il vecchio” con occhi nuovi e quindi di rinnovare veramente.

Nelle aziende continuo a notare tanti “cartelli vecchi”, aiutatemi a riscriverli e i risultati verranno.

martedì 2 marzo 2010

Le parole che ti ho detto: imparare

La formazione è fatta per trasmettere conoscenze da una parte e per imparare dall’altra. Ma come deve avvenire questo processo?

L’ideogramma cinese della parola imparare 学 (Xuè) ci dà un suggerimento perché vuole rappresentare le mani del maestro mentre allontanano il buio della “non conoscenza” dalla mente dell’allievo.

Allo stesso modo il formatore dovrebbe allontanare pregiudizi, preconcetti e favorire l’apertura delle menti dei partecipanti ad idee e concetti nuovi. Purtroppo, a volte, ho incontrato molta ostilità perché i partecipanti non avevano né la voglia né la volontà di ricominciare ad imparare. Un approccio molto frequente è quello di chi pensa che non c'è nessuna necessità di cambiare e di mettersi in discussione.

La verità è che tutti abbiamo bisogno di imparare, e soprattutto di “imparare ad imparare” lasciando che qualche mano allontani la “non conoscenza” dalla nostra mente permettendoci di scoprire in noi potenzialità nascoste.

martedì 19 gennaio 2010

Le parole che ti ho detto: lezione


Oggi voglio riflettere con voi sulla parola “lezione” prendendo spunto dal cinese dove questo termine si traduce con l'ideogramma "KE", che ne ne racchiude, a sua volta, due: “parola” e “frutto”.
In un momento in cui noi formatori ci dibattiamo tra lezioni frontali e trasversali, esperienziali o outdoor l’insegnamento è cinese è diretto: le parole danno frutti.
Quindi dietro ogni parola ci deve sempre essere una grande riflessione e visto che le parole nelle lezioni diventano frutti ci può aiutare l’antico detto benedettino: “Parla solo se hai qualcosa di più prezioso del silenzio da dire”.