martedì 20 gennaio 2026

Nutrire il cuore: il colesterolo come messaggero di equilibrio e disarmonia

 


 

Il cuore, nella maggior parte delle culture antiche, non è mai stato soltanto una pompa biologica. È stato considerato sede dell’anima, del pensiero e dell’equilibrio vitale.

“Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”, scriveva Blaise Pascal, anticipando una visione che oggi la scienza cardiovascolare sta lentamente recuperando: il cuore risponde non solo a parametri biochimici, ma anche a stili di vita, emozioni, relazioni e qualità del nutrimento.

Parlare di colesterolo, dunque, significa andare oltre il dato ematico e interrogarsi sul modo in cui l’essere umano si relaziona al proprio ambiente interno ed esterno.

Dal punto di vista medico, il colesterolo è una molecola indispensabile alla vita: partecipa alla costruzione delle membrane cellulari, alla sintesi degli ormoni steroidei e della vitamina D. Tuttavia, quando il suo metabolismo si altera, diventa un indicatore sensibile di squilibrio sistemico.

Ippocrate affermava che “la malattia non arriva all’improvviso, ma è il risultato di piccoli errori protratti nel tempo”, e questa affermazione risuona con particolare forza quando si osservano i disturbi lipidici nella popolazione contemporanea.

La tradizione occidentale ha spesso separato il corpo dalla mente, ma la filosofia orientale ha mantenuto una visione unitaria.

Nel Huangdi Neijing si legge che “il Sangue è la madre del Qi e il Qi è il comandante del Sangue”, indicando una relazione dinamica tra circolazione, nutrimento ed energia vitale. In Medicina Tradizionale Cinese il colesterolo elevato non è una “malattia” in sé, ma l’espressione di accumulo, stagnazione e calore interno, spesso correlati a un indebolimento della Milza e a una disarmonia del Fegato.

L’alimentazione, in questa prospettiva, non è solo apporto calorico, ma informazione energetica. Confucio insegnava che “l’uomo nobile è armonioso senza essere uniforme”, e lo stesso principio si applica alla dieta: non esistono alimenti buoni o cattivi in assoluto, ma relazioni corrette tra cibo, individuo e contesto. Gli alimenti vegetali ricchi di fibre solubili, fitosteroli, antiossidanti e grassi insaturi agiscono come mediatori di equilibrio, favorendo l’eliminazione del colesterolo in eccesso e sostenendo l’omeostasi metabolica.

La scienza nutrizionale contemporanea conferma che legumi, cereali integrali, frutta oleosa, semi, verdure amare e alimenti ricchi di polifenoli contribuiscono a ridurre l’assorbimento intestinale del colesterolo LDL e a migliorare la funzionalità endoteliale.

Tuttavia, come ricordava Aristotele, “la virtù sta nel giusto mezzo”: un’alimentazione funzionale perde efficacia se non è accompagnata da una regolazione emotiva e da un ritmo di vita coerente con la fisiologia umana.

La psicologia moderna ha chiarito quanto lo stress cronico influisca sui parametri cardiovascolari. Hans Selye, padre dello studio sullo stress, osservava che “non è lo stress a ucciderci, ma la nostra reazione ad esso”. Il sistema nervoso autonomo, quando costantemente orientato verso l’iperattivazione, altera il metabolismo lipidico e favorisce processi infiammatori silenti.

In MTC questo stato è descritto come “Fegato che non drena”, una condizione energetica che si manifesta tanto sul piano emotivo quanto su quello biochimico.

Anche la tradizione cristiana offre spunti di riflessione sorprendenti. Nel libro dei Proverbi si legge: “Un cuore tranquillo è la vita del corpo”. La tranquillità non è qui intesa come assenza di stimoli, ma come stato di equilibrio interno.

Un’alimentazione semplice, naturale e consapevole diventa così un atto di cura spirituale oltre che fisiologica, in linea con quanto già Galeno sosteneva quando affermava che “la dieta è la prima medicina”.

Dal punto di vista pedagogico, educare alla salute cardiovascolare significa restituire senso al gesto del nutrirsi. Maria Montessori sottolineava che “ciò che il bambino assorbe diventa parte della sua anima”, e questo vale anche per l’adulto: ciò che mangiamo, come mangiamo e in quale stato emotivo lo facciamo modella il nostro terreno biologico. La ripetizione di scelte alimentari equilibrate crea nel tempo una memoria cellulare favorevole alla salute.

La filosofia taoista invita a osservare la natura per comprendere l’uomo. Laozi scriveva che “la natura non ha fretta, eppure tutto si compie”. Il metabolismo lipidico segue questa stessa logica: non risponde alle forzature, ma ai processi graduali e coerenti. Ridurre il colesterolo in modo naturale significa quindi accompagnare il corpo verso un nuovo equilibrio, senza violenze né estremismi.

In questa visione integrata, il cibo diventa uno dei tanti strumenti di riequilibrio.

Il Neijing afferma che “il medico superiore previene, quello mediocre cura, quello inferiore combatte la malattia”. Integrare alimenti funzionali, modulare le emozioni, rispettare i ritmi biologici e sostenere l’energia vitale rappresentano un approccio preventivo di alto livello, oggi sempre più riconosciuto anche dalla medicina occidentale.

Il colesterolo, allora, smette di essere un nemico da combattere e diventa un messaggero da ascoltare. Come ricordava Carl Rogers, “quando una persona si sente profondamente ascoltata, inizia a cambiare”. Ascoltare il corpo, attraverso i suoi segnali biochimici ed energetici, è il primo passo verso un benessere autentico e duraturo.

Se senti il bisogno di andare oltre la semplice correzione dei valori e desideri un percorso orientato al riequilibrio energetico globale, alla vitalità e alla prevenzione profonda, ti invito a conoscere il lavoro che svolgo nei miei studi di Lomazzo e Buttrio. Sono spazi dedicati a chi desidera ritrovare armonia, centratura e benessere attraverso un approccio integrato e consapevole.

Bibliografia essenziale

  • Brown A., Dietary Patterns and Lipid Metabolism, 2021
  • Rossi M., Infiammazione cronica e nutrizione funzionale, 2022
  • Wang J., Food Therapy in Modern Traditional Chinese Medicine, 2020
  • Li X., Qi, Blood and Cardiovascular Balance, 2023
  • Smith L., Plant-Based Nutrition and Heart Health, 2021
  • Bianchi P.G., Benessere sistemico e approccio olistico, 2022
  • Zhang H., Metabolic Syndrome in Integrative Medicine, 2024


domenica 18 gennaio 2026

PER RIFLETTERE

 


Se potessi sedermi accanto a te adesso

non ti parlerei di legge né di doveri.

 Non ti farei la morale dei giusti.

 Ti parlerei di dignità.

 Ti direi che la forza vera

è tornare a casa con le mani sporche

e lo sguardo pulito.

 Che il coraggio ( il raggio del cuore )

è fare spazio,

lasciare entrare i sentimenti buoni,

allargare quel territorio fragile

dove si resta vivi.

Che il rispetto

è una ricchezza

che non ti possono rubare.

Figlio mio,

questa città ti chiede troppo

e ti dà poco.

Ti mostra tutto

e non ti insegna quasi niente.

Ma non lasciare che ti rubi l’anima

per qualche secondo di adrenalina

e di paura negli occhi degli altri.

Non barattare il tuo nome

con un titolo da cronaca nera.

Non trasformare il tuo dolore

in un mestiere.

Se stanotte senti salire la rabbia,

siediti.

Parlami.

Respira.

Lascia passare l’onda.

Non sei nato per essere

un rumore oscuro.

Sei nato

per essere una voce limpida.

E anche se nessuno

te l’ha detto abbastanza,

io te lo scrivo qui, nel buio:

tu vali

anche quando non fai paura a nessuno.

Buonanotte, figlio mio. 

Farò il possibile

per essere quell’anima buona

che ti insegni, finalmente,

a restare umano.

(Federico Quaranta)

venerdì 16 gennaio 2026

L'abitudine Cinese Del Tè e la prevenzione cardiovascolare

 


L’abitudine cinese del tè è una pratica quotidiana di prevenzione cardiovascolare. 

Per noi può essere un ponte tra biomedicina ed equilibrio energetico.

C’è un gesto apparentemente semplice che attraversa i secoli, le culture e le latitudini: portare una tazza calda alle labbra e sostare, anche solo per un istante, nel silenzio dell’ascolto interiore. In Cina questo gesto non è mai stato soltanto una pausa, ma una vera e propria pratica di coltivazione della vita. La Medicina Tradizionale Cinese insegna che «nutrire il Qi è nutrire il destino», e in questo senso il tè rappresenta una delle più antiche e raffinate abitudini di prevenzione, oggi oggetto di rinnovato interesse anche in ambito cardiovascolare.

Negli ultimi anni la ricerca biomedica ha progressivamente confermato ciò che l’esperienza millenaria aveva già intuito: il consumo regolare di tè, in particolare tè verde e tè oolong, è associato a una riduzione del rischio cardiovascolare, a un miglioramento del profilo lipidico e a un’azione antinfiammatoria sistemica. 

Tuttavia, limitarsi a una lettura esclusivamente nutrizionale o farmacologica significherebbe perdere una parte essenziale del significato di questa pratica. Come ricordava Ippocrate, «non basta sapere ciò che è giusto, bisogna anche farlo nel modo giusto», e il modo, in questo caso, è parte integrante dell’efficacia.

Nella visione della Medicina Tradizionale Cinese il cuore non è soltanto una pompa, ma il luogo dello Shen, la dimora della coscienza e dell’equilibrio emotivo.

Il Classico dell’Imperatore Giallo afferma che «quando il cuore è in armonia, i cento vasi scorrono senza ostacoli». Il tè, per la sua natura amara e dolce insieme, ha la capacità di drenare il calore, muovere il Qi e sostenere la lucidità mentale, favorendo una regolazione sottile che coinvolge corpo, emozioni e mente.

Questa prospettiva trova un sorprendente parallelismo con alcune acquisizioni della psiconeuroendocrinoimmunologia contemporanea, che riconosce il ruolo centrale dello stress cronico e della disregolazione emotiva nello sviluppo delle patologie cardiovascolari.

Carl Gustav Jung osservava che «ciò a cui resistiamo persiste», sottolineando come i conflitti interiori non elaborati tendano a somatizzarsi. La ritualità del tè, con i suoi tempi lenti e la sua dimensione meditativa, agisce come un modulatore naturale dello stress, favorendo uno stato di coerenza psicofisiologica.

Dal punto di vista biochimico, le catechine e i polifenoli presenti nel tè svolgono un’azione antiossidante che protegge l’endotelio vascolare, migliora la funzione dei vasi e contribuisce a ridurre l’ossidazione delle lipoproteine a bassa densità. 

Tuttavia, come ricorda il filosofo cinese Zhuangzi, «la vera efficacia è quella che non si vede», suggerendo che il beneficio più profondo non risiede soltanto nelle molecole, ma nell’atto consapevole che le accompagna.

Anche nella tradizione occidentale ritroviamo questa unità di gesto e significato.

Seneca scriveva che «non è poco il tempo che abbiamo, ma molto quello che sprechiamo». Il momento del tè diventa allora un atto pedagogico, un’educazione alla presenza che interrompe la frammentazione della giornata e restituisce continuità al ritmo vitale. In termini cardiologici, ciò si traduce in una riduzione della iperattivazione simpatica, noto fattore di rischio per ipertensione e aritmie.

La pedagogia contemporanea, da Maria Montessori in poi, ha sottolineato il valore dei rituali semplici e ripetuti come strumenti di autoregolazione. «La mano è lo strumento della mente», affermava Montessori, e nel gesto di preparare il tè la manualità diventa veicolo di centratura. Questo aspetto è particolarmente rilevante nella prevenzione primaria, dove la continuità delle buone abitudini conta quanto il loro contenuto.

Nella filosofia orientale il tè è spesso associato alla Via.

Nel Chan, antenato dello Zen, si dice che «bere tè è già illuminazione», una provocazione che invita a riconoscere il sacro nell’ordinario.

Anche nei testi cristiani ritroviamo un’eco di questa attenzione al quotidiano: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?» scrive Paolo di Tarso, ricordando che la cura del corpo è una forma di responsabilità spirituale. 

La prevenzione cardiovascolare, letta in questa chiave integrata, non può ridursi a un elenco di divieti o prescrizioni. È piuttosto un’arte del vivere, come suggeriva Aristotele quando parlava della virtù come giusto mezzo. Il tè, in quanto alternativa al consumo eccessivo di caffè e di bevande stimolanti, offre un sostegno più dolce e armonico al sistema nervoso e cardiovascolare, rispettando i tempi fisiologici dell’organismo.

La Medicina Tradizionale Cinese insegna che «curare la malattia quando è già manifesta è come scavare un pozzo quando si ha sete». Integrare abitudini preventive come il rito del tè significa intervenire a monte, prima che lo squilibrio diventi struttura. Questa visione è oggi condivisa anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che promuove approcci integrati e stili di vita consapevoli nella gestione delle malattie croniche.

In un’epoca caratterizzata da accelerazione costante e iperstimolazione, recuperare il valore di un gesto lento e intenzionale è un atto quasi rivoluzionario.

Viktor Frankl ricordava che «tra lo stimolo e la risposta c’è uno spazio, e in quello spazio risiede la nostra libertà». Il tè crea quello spazio, offrendo al cuore – in senso fisiologico ed energetico – la possibilità di ritrovare il proprio ritmo naturale.

Concludendo, l’invito non è semplicemente a bere più tè, ma a riscoprire una qualità diversa del fare. 

Nei miei studi di Lomazzo e Buttrio accompagno le persone in percorsi di riequilibrio energetico orientati al benessere generale, integrando conoscenze antiche e sensibilità contemporanea.

Coltivare il Qi oggi significa scegliere consapevolmente pratiche quotidiane che nutrano il cuore, calmino la mente e sostengano la vitalità. Il primo passo può essere una tazza di tè, il secondo un incontro dedicato all’ascolto profondo del proprio equilibrio.

 

Bibliografia essenziale 

  • Chen Y., Li X., Tea Consumption and Cardiovascular Health, Journal of Integrative Medicine, 2021.
  • Wang H., Zhang L., Polyphenols and Endothelial Function, Nutrients, 2022.
  • Kaptchuk T., Chinese Medicine and the Modern Mind, Harvard University Press, 2020.
  • Rossi E., Psiconeuroendocrinoimmunologia clinica, Tecniche Nuove, 2021.
  • Unschuld P., Traditional Chinese Medicine: Heritage and Adaptation, University of California Press, 2023.



martedì 13 gennaio 2026

La cannella come ponte tra sapienza antica e scienza contemporanea


 

 

C’è una spezia che attraversa i secoli con la discrezione dei rimedi semplici e la forza delle intuizioni profonde: la cannella.

Presente nei testi sacri, nei trattati medici orientali e nelle cucine di mezzo mondo, oggi la cannella ritorna al centro dell’attenzione scientifica come simbolo di un dialogo possibile tra tradizione e ricerca. Come scriveva Ippocrate, “la natura è il medico delle malattie”, e la cannella sembra incarnare questa affermazione con sorprendente attualità.

Dal punto di vista biochimico, la cannella è ricca di polifenoli, cinnamaldeide ed eugenolo, molecole studiate per la loro azione antiossidante, antinfiammatoria e modulatrice del metabolismo glucidico. Tuttavia, ridurla a una semplice somma di principi attivi sarebbe un errore epistemologico.

Aristotele ricordava che “il tutto è più della somma delle parti”, e questa visione olistica risuona profondamente sia nella Medicina Tradizionale Cinese sia nelle moderne scienze della complessità.

Nella MTC la cannella, Rou Gui, è classificata come sostanza di natura calda, capace di tonificare lo Yang del Rene e di favorire la circolazione del Qi e del Sangue.

Il Huangdi Neijing afferma che “quando lo Yang è abbondante, il freddo non può nuocere”, indicando chiaramente il ruolo della cannella nel sostenere la vitalità profonda dell’organismo. Questa visione energetica dialoga oggi con le ricerche che mostrano il suo potenziale nel migliorare la sensibilità insulinica e nel sostenere la termogenesi metabolica.

La filosofia orientale ci invita a leggere questi effetti non come interventi isolati, ma come processi di riequilibrio.

Laozi scrive nel Dao De Jing: “Chi conosce l’armonia vive a lungo”. La cannella, utilizzata con misura, agisce come modulatore e non come forzante, rispettando i ritmi fisiologici e sostenendo l’autoregolazione.

Anche Carl Gustav Jung sottolineava che “la guarigione nasce dall’integrazione degli opposti”, un concetto sorprendentemente affine all’idea yin-yang che guida l’uso di questa spezia.

Nella tradizione biblica, la cannella compare come sostanza preziosa e consacrata. Nel libro dell’Esodo si legge: “Prendi le migliori spezie… di cannella odorosa”, a indicare non solo un valore simbolico, ma anche una funzione rituale di purificazione e protezione.

Analogamente, Avicenna nel Canone della Medicina descrive la cannella come rimedio capace di riscaldare il cuore e sostenere le funzioni vitali, anticipando intuizioni che oggi la farmacologia inizia a confermare.

Dal punto di vista pedagogico e psicologico, il ritorno a rimedi semplici come la cannella rappresenta anche un atto educativo.

Maria Montessori affermava che “la salute del bambino dipende dall’armonia con l’ambiente”, e l’educazione alimentare passa proprio dalla riscoperta di ingredienti naturali e consapevoli.

Viktor Frankl ci ricorda che “l’uomo è orientato al senso”, e il cibo, quando è scelto con presenza, diventa strumento di significato oltre che di nutrimento.

La cannella, inoltre, stimola i sensi, risveglia la memoria olfattiva e sostiene i processi cognitivi attraverso un’azione indiretta sul sistema nervoso. William James sosteneva che “il corpo è la base della mente”, e oggi sappiamo quanto il metabolismo e l’infiammazione cronica influenzino le funzioni cognitive ed emotive. In questo senso, la cannella si inserisce in una visione integrata della salute, cara tanto alla MTC quanto alla psicologia somatica contemporanea.

È importante sottolineare che la qualità della cannella e la modalità di utilizzo fanno la differenza.

La tradizione, come ricordava Confucio, “non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco”. Scegliere varietà più pure e utilizzarle con continuità moderata permette di trasformare un gesto quotidiano in una pratica di prevenzione consapevole, in linea con i principi della medicina integrata.

Riscoprire la cannella significa dunque riattivare un sapere incarnato, che unisce scienza, esperienza e simbolo.

Come afferma il Neijing, “il medico superiore cura ciò che ancora non è malattia”. In questa prospettiva, l’uso quotidiano e consapevole di spezie come la cannella diventa un atto di educazione alla salute, prima ancora che una strategia terapeutica.

Se senti il richiamo di una visione più ampia del benessere, che integri vari saperi e pratiche per il tuo benessere, ti invito a proseguire questo percorso nei miei studi di Lomazzo e Buttrio, luoghi dedicati al riequilibrio olistico della persona.

La conoscenza diventa trasformazione solo quando è vissuta nel corpo.


Bibliografia essenziale 

  • Li X., Phytochemistry and Metabolic Regulation, 2021
  • Zhou Y., Cinnamon and Insulin Sensitivity, 2022
  • Wang J., Materia Medica in Modern TCM, 2021
  • Rossi M., Nutrizione Integrata e Infiammazione, 2023
  • Bianchi P.G., Approcci Olistici alla Postura, 2022
  • Smith L., Polyphenols and Chronic Disease, 2021
  • Kumar A., Spices in Preventive Medicine, 2024
  • Chen H., Yang Tonification in Clinical Practice, 2020



venerdì 9 gennaio 2026

Quando la cura diventa conversazione: intelligenza artificiale, salute e responsabilità umana

 



 

C’è un momento preciso in cui la tecnologia smette di essere uno strumento e inizia a diventare un interlocutore. Quel momento non arriva con un rumore improvviso, ma con una frase scritta bene, rassicurante, logica.

Nel campo della salute questo passaggio è particolarmente delicato, perché tocca il luogo più sensibile dell’esperienza umana: il corpo vissuto, la paura della malattia, il desiderio di stare bene.

L’introduzione di una sezione come “ChatGPT Health” segna simbolicamente questo passaggio. Non è semplicemente un aggiornamento funzionale, ma un cambio di postura culturale: dalla ricerca di informazioni alla delega di senso.

Prendo spunto dall’intervento di Marco Camisani Calzolari sulla sua pagina Facebook per fare alcune riflessioni. (qui il link: (8) Video | Facebook)

La storia insegna che ogni volta che una nuova forma di sapere appare autorevole, essa tende a essere investita di un potere che va oltre le sue reali competenze.

Michel Foucault ricordava che «il sapere non è mai innocente» perché produce effetti di verità che orientano i comportamenti. Nel caso della salute, un linguaggio ben costruito, coerente e apparentemente neutro può generare quella che potremmo definire un’autorità simulata: non imposta, ma accettata.

Carl Gustav Jung osservava che l’uomo moderno è particolarmente vulnerabile alle immagini che parlano con voce certa, perché tendono a sostituirsi al discernimento interiore.

Un’intelligenza artificiale che risponde con calma e precisione formale attiva esattamente questo meccanismo.

Il rischio non risiede tanto nell’errore, che è parte inevitabile di ogni sistema complesso, quanto nella capacità dell’errore di diventare persuasivo.

Hannah Arendt sottolineava che il vero pericolo non è la menzogna evidente, ma la plausibilità ben confezionata. Quando una risposta su un sintomo, un valore ematico o una terapia possibile viene percepita come affidabile, essa può trasformarsi in azione, e l’azione sul corpo ha conseguenze reali. In questo senso, la salute non è un dominio informativo come gli altri, ma un ambito incarnato, dove la parola diventa gesto.

Un ulteriore livello di complessità emerge con l’integrazione dei dati personali. Dal punto di vista sistemico, collegare cartelle cliniche, parametri biometrici e stili di vita aumenta la pertinenza delle risposte, ma contemporaneamente espande la superficie di vulnerabilità.

Gregory Bateson ricordava che «l’informazione è una differenza che produce una differenza». Quando questa differenza riguarda dati sensibili, la questione non è solo tecnica ma etica. Il corpo, nella sua versione digitale, diventa una mappa accessibile, trasferibile, potenzialmente esposta.

La Medicina Tradizionale Cinese offre una prospettiva interessante su questo punto.

Nei testi classici si afferma che «il buon medico osserva ciò che non è ancora malato» (Huangdi Neijing).

Questa osservazione non è riducibile a un accumulo di dati, ma richiede una relazione, un contesto, una lettura dinamica dell’equilibrio tra Yin e Yang.

Il rischio delle piattaforme digitali dedicate alla salute è quello di trasformare l’equilibrio in un valore numerico e il processo in una fotografia statica.

Zhang Zhongjing sottolineava che la cura non è l’eliminazione del sintomo, ma il ripristino dell’armonia del sistema.

Anche la psicologia contemporanea mette in guardia da una delega eccessiva.

Donald Winnicott parlava di “falso Sé” come adattamento a un ambiente che sembra sapere meglio di noi cosa è giusto. Un sistema che interpreta i nostri dati e restituisce indicazioni può progressivamente indebolire la capacità di ascolto interno, favorendo una dipendenza cognitiva. In pedagogia, Paulo Freire ricordava che ogni processo educativo autentico deve aumentare la coscienza critica, non sostituirla. Applicato alla salute, questo significa che uno strumento dovrebbe aiutare a comprendere, non a decidere al posto nostro.

Dal punto di vista spirituale, molte tradizioni convergono su un principio simile.

Nei Vangeli si legge che «la verità vi farà liberi» (Giovanni 8,32), ma la verità non è mai separata dalla responsabilità personale.

Nel Buddhismo, il Kalama Sutta invita a non accettare un insegnamento solo perché proviene da un’autorità, ma a verificarlo nell’esperienza diretta.

Anche il Tao Te Ching ricorda che «chi sa non parla, chi parla non sa», indicando il limite intrinseco di ogni formulazione discorsiva rispetto alla complessità della vita.

Il nodo centrale, dunque, non è se strumenti come ChatGPT Health siano utili o pericolosi, ma come vengano collocati nel processo di cura. Possono essere eccellenti mediatori culturali, traduttori di linguaggio medico, supporti alla preparazione di domande consapevoli. Diventano problematici quando assumono il ruolo di decisori impliciti. Ivan Illich, già negli anni Settanta, parlava di espropriazione della salute come perdita di autonomia dell’individuo a favore dei sistemi.

Oggi quella profezia assume una forma digitale.

La promessa di privacy, spesso comunicata in modo semplificato, va letta con attenzione. Anche senza addestramento dei modelli, restano questioni di conservazione, accesso e gestione degli incidenti.

Byung-Chul Han osserva che la società della trasparenza tende a trasformare tutto in dato, ma ciò che è completamente visibile perde profondità. La salute, ridotta a flusso informativo, rischia di perdere la sua dimensione simbolica e relazionale.

In questo scenario, diventa essenziale ridefinire i confini. La tecnologia può accompagnare, ma non sostituire. Può orientare, ma non prescrivere. Può informare, ma non assumersi la responsabilità ultima.

Come ricorda Edgar Morin, «la complessità richiede un pensiero che tenga insieme, non che semplifichi riducendo». La salute è un fenomeno complesso, dove corpo, mente ed energia si intrecciano continuamente.

Per questo motivo, il lavoro sul benessere generale non può limitarsi alla gestione dei dati o alla risposta rapida a un sintomo. Richiede spazi di ascolto, riequilibrio e presenza.

Nella mia attività quotidiana, accompagno le persone in percorsi di riequilibrio energetico che restituiscono centralità all’esperienza soggettiva, senza delegarla a sistemi automatici.

È un invito a riappropriarsi del proprio benessere come processo vivo, non come output di un algoritmo e come me lo fanno centinaia e migliaia di professionisti che adempiono alle loro promesse ETICHE prima ancora che professionali.

Se il futuro ci chiede di convivere con strumenti sempre più intelligenti, la vera sfida sarà restare umani nel modo di usarli. Coltivare consapevolezza, discernimento e responsabilità personale non è un gesto nostalgico, ma un atto profondamente contemporaneo.

La tecnologia passa, l’equilibrio resta e lì c'è l'UOMO, quello vero!


Bibliografia essenziale

Marco Camisani Calzolari: (8) Video | Facebook  
Arendt H., La responsabilità e il giudizio, Einaudi, 2021
Han B.-C., La società senza dolore, Nottetempo, 2021
Morin E., Svegliamoci!, Mimesis, 2022
Foucault M., Discorsi e verità, Feltrinelli, 2023
Jung C.G., L’uomo e i suoi simboli (nuova ed.), Bollati Boringhieri, 2021
Bateson G., Una sacra unità (ristampa critica), Adelphi, 2020
Winnicott D.W., La maturità emotiva, Raffaello Cortina, 2022
Illich I., Nemesi medica (ed. aggiornata), Mondadori, 2021
Unschuld P.U., Medicine in China: A History of Ideas (rev. ed.), University of California Press, 2022
Kaptchuk T., The Web That Has No Weaver (anniversary ed.), McGraw-Hill, 2021

Adolescenza, Rischio E Maturazione Neuropsicologica

 


 

Quando il rischio diventa linguaggio dell’anima?  Adolescenza, cervello e trasformazione energetica, alcune riflessioni

C’è un momento della vita in cui il confine tra slancio e pericolo, tra impulso e ricerca di senso, si fa sottile e inevitabile. È il tempo in cui il corpo accelera, la mente si espande e l’anima sembra bussare con forza alle porte dell’esperienza.

L’adolescenza rappresenta, da sempre, una soglia complessa e affascinante dello sviluppo umano, un tempo di passaggio in cui l’individuo non è più bambino ma non è ancora adulto. In questa fase la propensione al rischio emerge come tratto ricorrente, spesso interpretato in chiave patologica o morale.

Un’analisi più attenta, che integri neuroscienze, psicologia, pedagogia e visioni tradizionali come la Medicina Tradizionale Cinese, consente invece di leggere il rischio come un linguaggio evolutivo, una necessità trasformativa più che una deviazione comportamentale.

Le neuroscienze contemporanee hanno mostrato come il cervello adolescenziale sia caratterizzato da uno sviluppo asincrono: i circuiti limbici legati alla ricompensa e all’emozione maturano prima delle aree prefrontali deputate al controllo inibitorio e alla pianificazione. Questo squilibrio funzionale non è un errore biologico, ma un adattamento evolutivo.

Come osservava già William James, «la vita è nel movimento, non nella quiete», e l’adolescente incarna questo principio con particolare intensità.

Erik Erikson descriveva questa fase come il tempo della crisi identitaria, in cui il soggetto sperimenta ruoli e limiti per costruire un senso di sé coerente.

Il rischio, in questa prospettiva, diventa una modalità di esplorazione del mondo e di affermazione dell’identità. Jean Piaget sottolineava che lo sviluppo cognitivo procede per assimilazione e accomodamento, processi che implicano inevitabilmente tentativi, errori e riorganizzazioni.

Anche Maria Montessori ricordava che «la libertà è disciplina interiore», indicando come l’autoregolazione non possa essere imposta dall’esterno ma maturi attraverso l’esperienza diretta.

Questa visione trova una sorprendente consonanza nella filosofia classica.

Aristotele, nell’Etica Nicomachea, affermava che la virtù si costruisce attraverso l’abitudine e l’azione, non attraverso l’astrazione. L’adolescente, nel suo agire talvolta eccessivo, sta letteralmente allenando le proprie facoltà etiche e decisionali.

Friedrich Nietzsche, molti secoli dopo, avrebbe parlato della necessità di attraversare il caos per generare una stella danzante, un’immagine che ben rappresenta il tumulto creativo di questa età.

Anche la tradizione orientale offre chiavi di lettura profonde.

Nel Tao Te Ching, Laozi osserva che «ciò che è rigido e duro è compagno della morte, ciò che è morbido e flessibile è compagno della vita». L’adolescente, flessibile e instabile, è pienamente immerso in questa dinamica vitale.

La Medicina Tradizionale Cinese interpreta questa fase come un momento di intensa mobilizzazione del Qi, in particolare del Qi del Fegato, organo-funzione associato al movimento, alla progettualità e alla spinta verso il futuro. Quando questo Qi è abbondante ma non ancora armonizzato, può manifestarsi come impulsività, irritabilità o ricerca del limite.

Nel Huangdi Neijing si afferma che «quando il Qi è in armonia, lo Shen trova dimora». Lo Shen, inteso come mente-spirito, nell’adolescenza è in pieno processo di incarnazione. Il rischio, allora, può essere letto come un tentativo dello Shen di abitare il corpo e il mondo, di testarne i confini. Carl Gustav Jung avrebbe parlato di un confronto necessario con l’Ombra, senza il quale non è possibile alcun processo di individuazione autentica.

Anche la tradizione cristiana, spesso percepita come distante da queste dinamiche, offre spunti rilevanti.

San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, scrive: «Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino; diventato uomo, ho eliminato ciò che è da bambino». Questo passaggio non è immediato né indolore, ma richiede attraversamenti e trasformazioni. Sant’Agostino, nelle Confessioni, descrive la propria giovinezza come un tempo di eccessi e inquietudine, riconoscendo in essa una tappa necessaria del cammino spirituale.

La psicologia contemporanea, in continuità con queste intuizioni, riconosce che la presenza dei pari amplifica la propensione al rischio, non per mera pressione sociale, ma per un aumento della salienza emotiva e simbolica dell’azione.

Lev Vygotskij ricordava che lo sviluppo è sempre mediato dalla relazione, e l’adolescente costruisce se stesso nello sguardo dell’altro.

Anche Donald Winnicott sottolineava l’importanza di uno spazio potenziale in cui il giovane possa sperimentare senza essere né abbandonato né ipercontrollato.

Alla luce di queste considerazioni, il rischio adolescenziale appare come un fenomeno multidimensionale che richiede uno sguardo integrato.

La Medicina Tradizionale Cinese offre qui una mappa particolarmente preziosa, poiché legge l’essere umano come un’unità inscindibile di corpo, energia e spirito. Durante l’adolescenza si assiste a una riattivazione profonda del Jing ereditario, che inizia la sua trasformazione in Qi e Shen.

Questo passaggio, governato dal sistema Reni–Cuore, apre la strada alla costruzione dell’identità adulta ma espone anche a squilibri, soprattutto quando il Fuoco del Cuore non riesce a contenere e orientare il movimento ascendente del Qi del Fegato. Non si tratta di eliminarlo, ma di contenerlo, orientarlo e comprenderlo.

Come insegna la Medicina Tradizionale Cinese, l’equilibrio non è assenza di movimento, ma capacità di regolarlo. Educatori, terapeuti e genitori sono chiamati a fungere da contenitori di senso, affinché l’energia trasformativa dell’adolescenza possa tradursi in maturazione e non in frammentazione.

In definitiva, l’adolescenza non è un problema da correggere, ma un processo da accompagnare. La lettura energetica ci ricorda che ogni eccesso è spesso il segnale di una forza che chiede direzione, non repressione. Intervenire in questa fase significa aiutare il giovane a trasformare l’impulso in visione, il rischio in consapevolezza, il caos in progetto.

In questo senso, l’approccio olistico e integrato al lavoro educativo, formativo e terapeutico diventa una risorsa fondamentale. Accompagnare adolescenti, genitori e educatori nella comprensione dei processi neuropsicologici ed energetici significa creare spazi di ascolto, regolazione e crescita autentica.

È in questa direzione che si muove la mia attività di formazione esperienziale e counseling olistico, orientata a tradurre la complessità dello sviluppo umano in strumenti concreti di consapevolezza e trasformazione.

Come scriveva Søren Kierkegaard, «osare è perdere momentaneamente l’equilibrio, non osare è perdere se stessi». Il rischio, se compreso e sostenuto, diventa allora una via privilegiata di crescita, conoscenza e integrazione dell’essere umano.

 

Bibliografia essenziale

·        Blakemore, S.J., Inventing Ourselves: The Secret Life of the Teenage Brain, PublicAffairs, 2022.

·        Siegel, D.J., The Developing Mind, Third Edition, Guilford Press, 2020.

·        Schore, A.N., The Development of the Unconscious Mind, Norton, 2021.

·        Wang, J., Applied Traditional Chinese Medicine and Developmental Psychology, Springer, 2021.

·        Rossi, E., Neuroscienze affettive e sviluppo, Cortina, 2023.

·        Li, Z., Shen, Qi and Emotional Regulation in Chinese Medicine, Elsevier, 2022.

·        Malaguti, E., Educazione e complessità, Carocci, 2021.

·        Fonagy, P., Affect Regulation, Mentalization and the Development of the Self, Routledge, 2022.

·        Gallese, V., Corpo, cervello e relazione, Raffaello Cortina, 2020.

·        Bottaccioli, F., Psiconeuroendocrinoimmunologia e sviluppo umano, Edra, 2024.

 


martedì 6 gennaio 2026

E TU LO CHIAMI AMORE? LA DIPENDENZA AFFETTIVA

 


A volte ciò che chiamiamo amore è solo paura di rimanere soli. È una frase che molti sentono dentro, anche se raramente hanno il coraggio di dirlo ad alta voce. La dipendenza affettiva nasce proprio qui, in questo spazio silenzioso in cui il bisogno dell’altro sostituisce la presenza di sé. 

 

Eppure “nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso”, ricordava Eleanor Roosevelt, e nella Medicina Tradizionale Cinese questa verità risuona a livello profondo: quando deleghiamo il nostro equilibrio emotivo all’esterno, la nostra energia vitale perde la centratura e lo Shen, lo spirito della mente che risiede nel Cuore, smette di dimorare in noi.

 

La MTC descrive la dipendenza affettiva come un vuoto, una mancanza di nutrimento sottile che spinge a cercare fuori ciò che non riusciamo più a riconoscere dentro. 

 

“Il vero amore inizia quando non si cerca nulla in cambio”, scriveva Antoine de Saint-Exupéry, e proprio lì si vede l’essenza della libertà emotiva: la capacità di amare senza smarrirsi. Quando lo Shen si proietta verso l’esterno nella costante attesa, nel bisogno di conferme, nella paura che l’altro si allontani, il Cuore perde la sua forza ordinatrice. 

 

Come affermava Erich Fromm, “L’amore maturo è unione a condizione di preservare la propria integrità, unicità e individualità”. Senza questa integrità, la persona si indebolisce, il sonno si agita, il respiro si accorcia, le emozioni invadono la fisiologia.

 

Il corpo riflette tutto: in MTC non c’è emozione che non lasci traccia. La preoccupazione appesantisce la Milza, l’ansia disturba il Cuore, la paura svuota i Reni, lo smarrimento spezza il respiro del Polmone. “Il corpo grida ciò che la bocca tace”, ricordava Jung, e anche quando la razionalità nega il disagio, il sistema energetico continua a parlarci. È così che la stanchezza cronica, il bisogno di compensare con cibo o attenzioni, le tensioni muscolari, i pensieri ricorrenti e lo stato di allerta diventano compagni di viaggio, non perché siamo deboli, ma perché abbiamo dimenticato il ritorno verso noi stessi.

 

La dipendenza affettiva non riguarda l’amore ma la sua assenza. “Ama te stesso, come se la tua vita dipendesse da questo”, diceva Buddha, e nella saggezza energetica orientale questo insegnamento è un pilastro: quando il nutrimento interno è solido, l’energia fluisce libera e non si aggrappa. 

 

Kahlil Gibran lo esprime con parole che sembrano scritte per la MTC: “Lasciate che vi sia spazio tra voi, e che i venti dei cieli danzino tra di voi”. Lo spazio non è distanza, ma libertà. È ciò che permette a due esseri di stare insieme senza rinunciare alla propria anima.

 

Si potrebbe dire, come scriveva Osho, che “l’amore non possiede, e non può essere posseduto”. E aggiungere, con la saggezza di Lao Tzu, che “essere profondamente amati da qualcuno ci dà forza, amare profondamente qualcuno ci dà coraggio”. Coraggio di essere, non di dipendere. 

 

La MTC non “cura” l’amore, ma ristabilisce l’equilibrio che permette all’amore di fluire senza trasformarsi in attaccamento. La forza dei Reni sostiene la volontà, la calma del Cuore stabilizza la mente, la Milza dà radici al pensiero chiaro, il Fegato restituisce visione e progettualità personale. Perché, come scriveva Seneca, “Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuole arrivare”.

 

Il percorso di liberazione interiore passa sempre attraverso una scelta di verità. “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, diceva Gandhi, e la MTC traduce questa frase in termini energetici: prima devi ritornare a te stesso, solo allora puoi incontrare l’altro. 

 

E se talvolta la paura ci trattiene, ricordiamoci le parole di Paulo Coelho: “Un giorno ti sveglierai e non ci sarà più tempo per fare le cose che hai sempre sognato. Falle adesso”. Perché la vita non aspetta. Come diceva Nietzsche, “Diventa ciò che sei”.

 

Quando una persona ritrova la propria energia, il suo Cuore torna a essere casa dello Shen. Il sonno si acquieta, il respiro si espande, l’identità interiore torna a brillare. La relazione non è più gabbia, ma scelta. Amore non come bisogno, ma come incontro. E allora la frase di Rumi acquista pieno significato: “Ciò che cerchi ti sta cercando”. Non fuori, non negli altri, ma nel momento in cui ritorni finalmente a te.

 

Se senti che questo tema ti riguarda, se desideri alleggerire il cuore, ritrovare energia e identità, sciogliere dipendenze e ricostruire la tua centratura, possiamo lavorare insieme con un percorso olistico che integra MTC, riequilibrio energetico, counseling e crescita personale.
Ricevo a Lomazzo (CO) e Buttrio (UD) e offro anche percorsi individuali online.


Per informazioni o per prenotare un incontro, contattami: ritrova il tuo equilibrio, non aspettare che la vita passi.

 

  • Maciocia G. – La Pratica della Medicina Cinese
  • Kapchuk T. – The Web That Has No Weaver
  • Wiseman N., Ellis A. – Foundations of Chinese Medicine
  • Frattaroli A. – Guarire con la Mente
  • Fromm E. – L’Arte di Amare
  • Gibran K. – Il Profeta
  • Coelho P. – Manuale del Guerriero della Luce
  • Osho – L’Amore, la Libertà e la Solitudine

 

venerdì 2 gennaio 2026

Dal bosco al camice: il modello del Dr. Baker


 

 

Nell’era della medicina iper-specialistica e dei protocolli ad alta tecnologia, sembra paradossale che una serie ambientata nel XIX secolo continui a offrirci una lezione essenziale sulla cura. Eppure La piccola casa nella prateria ci ricorda che la medicina, prima di qualsiasi strumentazione, nasce come relazione umana. La figura che più incarna questa verità e che appare sorprendentemente moderna è quella del Dr. Hiram Baker.

 

Ve lo ricordate nello sceneggiato “la Piccola casa nella Prateria?” Io si.

 

La riflessione contemporanea sui modelli di cura ha portato al centro della comunità scientifica concetti come medicina narrativa, approccio biopsicosociale, empatia clinica e centralità del paziente. La ricerca odierna evidenzia come l’efficacia terapeutica dipenda non solo dalle competenze tecniche, ma anche dalla capacità del medico di comprendere e accompagnare la persona nel suo contesto emotivo, psicologico e sociale. 

 

È significativo osservare come il personaggio del Dr. Baker, pur appartenendo a una narrazione ambientata nell’Ottocento, rappresenti con sorprendente coerenza molti di questi principi.

 

Il Dr. Baker non appare mai come il semplice dispensatore di ricette mediche. La narrazione lo costruisce piuttosto come un clinico che osserva e ascolta, che valuta il paziente nella totalità della sua esperienza di vita e che considera il contesto familiare, sociale ed economico parte integrante della condizione di salute. Nella sua pratica ricorre un’attenzione profonda al vissuto emotivo della persona, un rispetto rigoroso della dignità individuale e un’adesione etica che prescinde dalle possibilità economiche di chi richiede assistenza. 

 

Questi tratti, letti oggi, trovano un’evidente corrispondenza con la letteratura scientifica sulla medicina narrativa e sulla cura centrata sulla persona.

 

Uno degli aspetti più moderni della rappresentazione del Dr. Baker è la sua vulnerabilità. La serie non esita a mostrarlo mentre affronta il dolore dell’errore clinico, la frustrazione che deriva dai limiti della scienza e il peso morale della responsabilità. Lontano dall’immaginario dell’“eroe infallibile”, il personaggio accoglie l’incertezza come parte inevitabile della pratica medica. Questa dimensione anticipa temi oggi centrali nel dibattito etico, come la trasparenza clinica e la gestione emotiva del fallimento professionale. La sua fragilità diventa dunque strumento terapeutico: è proprio riconoscendo i propri limiti che il medico rafforza il rapporto di fiducia con i pazienti.

 

La società di Walnut Grove diventa un contesto in cui la salute non è mai solo individuale, ma collettiva. Il Dr. Baker svolge un ruolo che va oltre l’atto clinico: educa la comunità, stimola il pensiero critico, contrasta la superstizione e difende la dignità delle persone più fragili. Interviene dove il rischio non è solo biologico, ma sociale ed emotivo. In questo senso, la serie mette in scena un concetto oggi riconosciuto dalla sanità pubblica come priorità scientifica: i determinanti sociali della salute. Il benessere non dipende solo dall’assenza di malattia, ma da istruzione, solidarietà, relazioni significative e riconoscimento sociale.

 

Ciò che rende moderna la figura del Dr. Baker non è la tecnologia che non possiede, ma la profondità umana con cui esercita la professione. Con la sua pratica fatta di presenza, ascolto ed etica, ricorda che nessuna innovazione può sostituire la dimensione relazionale della cura. La popolarità duratura del personaggio dimostra quanto il pubblico — oggi come ieri — riconosca nella cura autentica un elemento essenziale di benessere.

 

Il fascino contemporaneo del Dr. Baker risiede nel fatto che rappresenta un modello di medicina in cui scienza ed empatia non sono due poli in tensione, ma due aspetti inseparabili della stessa responsabilità professionale. In un sistema sanitario dove talvolta la persona rischia di essere oscurata dai processi, il personaggio ricorda che curare significa prima di tutto vedere l’altro.

 

Se condividi l’idea che la medicina debba tornare a essere profondamente umana, diffondi questo articolo e partecipa alla conversazione:
Quale figura della tua esperienza — reale o narrativa — ha influenzato la tua visione della cura?

 

P.S. la foto ritrae un medico rurale del XIX secolo e non riproduce il volto dell’attore della serie televisiva in quanto la sua immagine è coperta da copyright.

 

 

Bibliografia aggiornata

Charon, R. (2001). Narrative Medicine: A Model for Empathy, Reflection, Profession, and Trust. JAMA.
Engel, G. L. (1977). The Need for a New Medical Model: A Challenge for Biomedicine. Science.
Halpern, J. (2003). What Is Clinical Empathy? Journal of General Internal Medicine.
World Health Organization (2008). Closing the Gap in a Generation: Health Equity Through Action on the Social Determinants of Health.
Lewis, L. I. (1967–1978). Little House on the Prairie (serie TV – elementi narrativi utili alla trattazione della figura del medico di comunità).

 

 

Opere di Laura Ingalls Wilder

Wilder, L. I. (1932). Little House in the Big Woods. New York: Harper & Brothers.
Wilder, L. I. (1933). Farmer Boy. New York: Harper & Brothers.
Wilder, L. I. (1935). Little House on the Prairie. New York: Harper & Brothers.
Wilder, L. I. (1937). On the Banks of Plum Creek. New York: Harper & Brothers.
Wilder, L. I. (1939). By the Shores of Silver Lake. New York: Harper & Brothers.
Wilder, L. I. (1941). The Long Winter. New York: Harper & Brothers.
Wilder, L. I. (1943). Little Town on the Prairie. New York: Harper & Brothers.
Wilder, L. I. (1945). These Happy Golden Years. New York: Harper & Brothers.
Wilder, L. I. (1971). The First Four Years.
New York: Harper & Row. (pubblicazione postuma)

martedì 30 dicembre 2025

Perché a dicembre ci sentiamo più emotivi ?

 



Ti capita di sentirti più sensibile, stanco emotivamente o inspiegabilmente malinconico proprio a dicembre? Magari piangi più facilmente, ti irriti per poco o senti il bisogno di isolarti, mentre intorno a te tutti parlano di festa, gioia e magia del Natale. Se ti riconosci in questa sensazione, sappi che non c’è nulla di sbagliato in te. Molte persone vivono in questo periodo quello che viene definito emotional overload, ovvero un sovraccarico emotivo.

L’emotional overload non è una malattia né un segnale di fragilità psicologica. È una condizione di saturazione del sistema emotivo e nervoso che si manifesta quando siamo esposti a troppi stimoli, richieste ed emozioni concentrate in un tempo ristretto, senza adeguati spazi di recupero. In pratica non è che sentiamo “troppo”, ma che sentiamo troppe cose tutte insieme.

Dicembre è un mese particolarmente predisposto a questo fenomeno. In poche settimane si accumulano chiusure lavorative, bilanci di fine anno, scadenze, impegni sociali, aspettative familiari e un flusso costante di stimoli sensoriali. Il sistema nervoso resta così in uno stato di attivazione prolungata, con pochissime occasioni di decompressione reale. A questo si aggiunge una forte pressione emotiva: culturalmente dicembre dovrebbe essere un periodo felice, luminoso, condiviso. Quando ciò che proviamo non coincide con questa narrazione, può nascere una tensione interna fatta di senso di inadeguatezza e auto-giudizio, che aumenta ulteriormente il carico emotivo.

Anche il corpo contribuisce a rendere questo periodo più delicato. Le giornate più corte e la riduzione della luce naturale influenzano i ritmi circadiani e la regolazione dell’umore, rendendo il sistema emotivo più reattivo e meno stabile. Non si tratta necessariamente di depressione stagionale, ma di una maggiore vulnerabilità fisiologica. Inoltre, dicembre attiva fortemente la memoria emotiva: musiche, odori e rituali natalizi richiamano ricordi profondi, legati alla famiglia, alle perdite, alle attese, a ciò che è stato o che non è stato. Il cervello emotivo non distingue tra passato e presente, e ciò che non è stato integrato può riaffiorare con forza.

Se osserviamo questo fenomeno attraverso la lente della Medicina Tradizionale Cinese, il quadro diventa ancora più chiaro. Dicembre appartiene pienamente alla stagione dell’Inverno, che in MTC è associata all’elemento Acqua e agli organi Reni e Vescica. L’Inverno è il tempo del raccoglimento, del silenzio, della conservazione dell’energia e dell’introspezione. È il momento in cui il movimento naturale della vita tende verso l’interno, non verso l’espansione. Quando, invece, continuiamo a vivere come se fossimo in piena estate emotiva — sempre attivi, sociali, performanti — creiamo una frattura tra il ritmo naturale e quello imposto.

In MTC le emozioni non sono separate dal corpo, ma ne rappresentano un’espressione diretta. Il sovraccarico emotivo di dicembre può essere letto come un segnale di dispersione dell’energia dei Reni, legata alla capacità di contenere, rallentare e sentirsi al sicuro. Quando questa energia è sotto stress, possono emergere stanchezza profonda, paura sottile, ipersensibilità e difficoltà a “tenere insieme” ciò che sentiamo. Non a caso, l’Inverno è anche la stagione in cui è più facile percepire vulnerabilità e bisogno di protezione.

Da questa prospettiva, l’emotional overload non è qualcosa da combattere, ma un messaggio di disallineamento. Il corpo e il sistema emotivo chiedono meno dispersione e più ascolto, meno esposizione e più interiorità. Ignorare questo richiamo significa forzare un ritmo che non è sostenibile nel lungo periodo.

C’è poi un aspetto simbolico condiviso sia dalla psicologia occidentale sia dalla visione orientale. Dicembre rappresenta una chiusura. In MTC, l’Inverno prepara il seme della primavera, ma solo se viene rispettato come tempo di quiete e conservazione. Allo stesso modo, il bilancio emotivo di fine anno richiede lentezza e spazio. Se acceleriamo questo processo o lo riempiamo di rumore, il sistema nervoso si sovraccarica.

Il sovraccarico emotivo può manifestarsi con irritabilità, pianto improvviso, affaticamento mentale, difficoltà di concentrazione o alternanza tra bisogno di solitudine e bisogno di vicinanza. Non sono segnali di debolezza, ma indicatori di saturazione. Spesso, però, invece di ascoltarli, cerchiamo di controllarli. Ci sforziamo di essere positivi, minimizziamo ciò che proviamo, riempiamo ogni spazio con attività o tentiamo di razionalizzare le emozioni. Paradossalmente, tutto questo aumenta la tensione invece di ridurla.

Ciò che davvero aiuta è cambiare direzione. Riconoscere il sovraccarico emotivo e dargli un nome è già una forma di regolazione. Ridurre gli stimoli non necessari, rallentare i ritmi e concedersi micro-pause quotidiane di silenzio, respiro o semplice presenza corporea permette al sistema nervoso di riequilibrarsi. Dal punto di vista della MTC, significa nutrire l’energia dell’Inverno, proteggere le riserve vitali e rispettare il bisogno di interiorità.

Forse dicembre non ci rende più fragili. Ci rende più permeabili. E la permeabilità, se rispettata invece che combattuta, può diventare uno spazio di consapevolezza, integrazione e chiusura dei cicli. Il vero invito di questo periodo potrebbe non essere quello di brillare a tutti i costi, ma di sentire con più verità.

Se ti riconosci in queste parole, fermati un momento e chiediti se il tuo ritmo di vita è in sintonia con la stagione che stai attraversando, fuori e dentro di te. Concederti rallentamento, ascolto e contenimento oggi non è una rinuncia, ma un atto di cura profonda verso il tuo equilibrio futuro.

Se vuoi posso aiutarti in tal senso.

 

Bibliografia essenziale

McEwen B.S., Physiology and Neurobiology of Stress and Adaptation.
Siegel D.J., The Developing Mind.
Porges S.W., The Polyvagal Theory.
Maciocia G., I fondamenti della Medicina Cinese.
Vanity Fair Italia, Emotional overload: perché a dicembre ci sentiamo più emotivi.